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Scegliere la speranza per lasciarsi amare da Dio

Melissa Maioni - pubblicato il 12/02/21

Il periodo quaresimale è occasione propizia per riflettere sul significato della sofferenza, della morte, ma soprattutto della resurrezione e della vita, quella vera. Noi cristiani ci gloriamo della sofferenza della croce, a tratti incomprensibile, ma solamente in virtù della vita eterna. Se così non fosse, non sarebbe razionale la nostra fede.

Il passaggio difficile è proprio quell’attesa della vita eterna: è un’attesa faticosa, che ci vede impegnati a combattere contro il peccato, a stringere i denti per sopportare le difficoltà della vita, a misurarci con prove che sembrano essere più grandi di noi. 

Se Dio ci dà occhi umili, in tutto questo sperimentiamo che con la nostra forza di volontà non siamo in grado di  reggere. Prima o poi ci alieniamo, ci esasperiamo, oppure, pieni di noi stessi, ci inganniamo di essere forti, magari mancando di carità verso il prossimo che ci chiede una mano.

E finalmente arriviamo a comprendere che l’unica via d’uscita è chiedere, come fanno i bambini, un aiuto al nostro papà: solamente Dio Padre ha la potenza di istruirci e di infonderci qualcosa che da noi stessi non riusciamo a trarre: stiamo parlando della SPERANZA.

Che cos’è la speranza? Non vogliamo fermarci a riflettere sulla speranza da un punto di vista teologico o accademico. Piuttosto vogliamo offrire uno spunto per provare a vivere la speranza ogni giorno. 

L’esperienza della speranza di Jerome Groopman, noto scrittore e professore di medicina presso l’Università di Harvard, dopo aver riflettuto su cosa fosse la speranza nei suoi pazienti, senza trovare una risposta soddisfacente, intuisce cosa essa significhi solamente quando fa esperienza della malattia in prima persona e diventa paziente lui stesso. Riceve l’illuminazione durante il colloquio con un suo collega, che visitandolo gli dice: 

 “Lei è un adoratore del vulcanico dio del dolore.  […] Il vulcanico dio del dolore è il suo padrone. […] Lei immagina il dolore come una bandiera scarlatta, qualcosa che la avvisa che lei sta per nuocere al suo corpo. Perciò gli sacrifica quello che ama, le attività che renderebbero piacevole la sua vita, nella speranza che la sofferenza le sia risparmiata. Lei promette al dio: «Rinuncerò a fare lunghe camminate se mi tieni lontano dal dolore. Rinuncerò a prendere in braccio i miei figli se mi tieni lontano dal dolore. Rinuncerò a fare lunghi viaggi, ma tu tienimi lontano dal dolore». Ma quel dio non si sazia a lungo delle offerte. Esse lo placano solo per un po’. Perciò, più lei gli offre sacrifici, più lui ne pretende, finché la sua vita finisce chiusa in uno spazio molto, molto ridotto.[…] Credo che lei possa essere liberato dai suoi dolori. Credo che lei possa ricostruirsi, e fare di più. Molto di più. […] Lei pensa che quello che ho detto sia solo fumo negli occhi. Ha vissuto tanti anni senza nessuna vera speranza, e ora e difficile socchiudere la porta e intravedere un altro tipo di esistenza”.

Cosa ci vuole dire tutto questo? Queste poche righe ci mettono davanti a un bivio: come vogliamo vivere la nostra vita? Quale Dio vogliamo adorare? Il dio della sofferenza, che ci toglie la speranza e la possibilità di vedere il mistero e la promessa nascosta e quasi impalpabile celata nella nostra sofferenza e nelle nostre ferite oppure il dio della vita, che prende su di sé la nostra sofferenza, e, attraverso il sacrificio della sua vita ci dà la possibilità di conoscere l’amore pieno con cui ci vuole salvare? Smettere di vivere perché le cose “non sono andate come pensavamo”, o continuare a vivere meravigliosamente stupiti dai sorprendenti disegni della Provvidenza? 

La sofferenza è impedimento alla nostra libertà o è un’occasione per vivere la libertà vera, incondizionata, indipendente dalle circostanze, che ci porta a fare esperienza della vita vera, quella della resurrezione, che solo Cristo ci ha insegnato e che ha vissuto nel suo corpo? 

Spesso i dibattiti mediatici, soprattutto quelli contemporanei, ci distraggono dal panorama di questo amore sconfinato, che risulta sempre affascinante e misterioso. Invece che accogliere questo invito amorevole di Dio che ci dà la chiave per vincere i nostri piccoli-grandi dolori, ci difendiamo in modo spasmodico dal dolore, impauriti dalla grandezza della libertà di cui Dio ci ha fatto dono e convinti che sia Lui a volere il nostro male. Eppure, proprio adorando il corpo di Cristo martoriato e appeso alla croce, assistiamo alla più grande dichiarazione d’amore della storia, che ci invita a credere che quell’amore sia anche per noi. Per me. 

Questa è la speranza: smettere di amare il dio dolore (e di piangerci addosso), per farci amare dal Dio della Vita che trasforma la tristezza in gioia, proprio sotto il peso della croce (poiché è il Signore che la porta al nostro posto). 

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