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Che ogni nostro incontro sia una lezione in presenza (della nostra anima)

D'AVENIA, BOY; READING

peacepix - Pressmaster | Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 01/02/21

Più interrogativi che interrogazioni, Alessandro D'Avenia torna in classe e riparte dalla lettura in presenza dei Promessi sposi: insegnare è trasmettere una conoscenza che sia amore per la vita?

Presenza

Quando esplose la pandemia ci affrettammo subito a tirar fuori Manzoni e Boccaccio. Erano gli autori nostrani le cui opere più celebri si reggevano sullo sfondo tragico di un contagio: i Promessi sposi e il Decamerone fanno i conti con la peste (due eventi storici diversi, ma umanamente simili). Allora, cioé circa un anno fa, quel riferimento poteva essere solo un appiglio erudito.

Oggi ne vediamo un risvolto diverso e più autentico, perché dentro il contagio ci siamo ancora. Dalle colonne del Corriere, Alessandro D’Avenia racconta una lezione finalmente fatta in presenza e svolta leggendo i Promessi sposi. Un professore, degli alunni e l’illustrissimo Manzoni. Solo una bella ora di letteratura?


ALESSANDRO D'AVENIA;

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Interrogativi e non interrogazioni

Ho cominciato il mio lunedì leggendo D’Avenia sul Corriere ed è stata una colazione dall’ottimo apporto energetico. Caro prof, ma come? Non ha pensato a una lezione coi fuochi d’artificio per il ritorno alla didattica in presenza? Davvero ha interrogato i suoi alunni sui Promessi Sposi? In effetti, il compito affidato alla classe dal prof. D’Avenia era apparentemente consueto: leggere alcuni capitoli del romanzo e raccontarne in dieci minuti i punti forti alla classe.

Ascoltare dei quindicenni, spesso fermi sul mi piace/non mi piace (sinonimo di mi diverte/mi annoia), argomentare per dieci minuti (sfido un adulto a farlo) sul perché di un aggettivo, di una descrizione, di un gesto, o sulle caratteristiche di personaggi che sono ancora dentro e vicino a noi, ha aggiunto fuoco alla mia gioia di rivederli «in presenza». Non avevamo reso il romanzo utile a fare interrogazioni ma interrogativi, grazie a Manzoni eravamo ancora «più in presenza»: accorti, pazienti, riflessivi. (da Corriere)
Chłopak na tle muru
Pexels / Andrea Piacquadio

Che l’uomo di oggi non sappia più leggere, lo hanno già notato in molti. Che sia un danno molto concreto e grave, non ce rendiamo conto. Siamo abituati alle parole abbreviate delle chat, scorriamo velocemente con gli occhi notizie sugli schermi. Tratteniamo nella testa qualche dato, non lo memorizziamo. Quello che vale con le parole, vale anche per l’esperienza: surfiamo su tutto ciò che ci passa accanto. Abbiamo il modus operandi del ladro che entra in una stanza e raccoglie alla svelta oggetti, poi ne butta via la maggior parte e tiene ciò che può sfruttare. C’è questa malsana idea che ci pervade, l’ipotesi che la domanda giusta per vagliare la realtà sia: a cosa mi serve questo?

Rispetto a ciò, aprire un libro è spostarsi in un’altra galassia dove la vita comincia dall’esclamazione: la realtà è enorme, quanto mi è dato! Leggere ad alta voce, più volte, lentamente, anche solo una manciata di pagine di Manzoni è senz’altro come un giro sulle montagne russe. A un certo punto la giostra ti mette a testa in giù: credevi di leggere per saper rispondere alle domande di un’interrogazione, ti ritrovi a porre delle domande a te stesso.

Gli aggettivi di Manzoni

Breve aneddoto personale: uno degli ultimi esami che diedi all’Università fu sui Promessi Sposi. La prova orale consisteva in un esame che mi aveva terrorizzato per mesi: la docente apriva a caso una pagina dell’ultima versione del romanzo, detta Quarantana, e allo studente era chiesto di saper dire quali aggettivi erano stati cambiati da Manzoni rispetto alla versione precedente, la Ventisettana.

Certo, ero terrorizzata, ma ero stata preparata a sostenere quella prova. Settimana dopo settimana a lezione, quella docente – a cui va ancora tutto il mio affetto incondizionato – ci aveva insegnato a stare sul pezzo. La cura certosina per gli aggettivi non era una preoccupazione formale, ma una battaglia serrata sulla realtà. Come il contadino che vanga, Manzoni era stato attento a ogni zolla del suo romanzo. Non era il gusto estetico a muoverlo, ma l’urgenza di essere fedele al mondo che incontrava oltre l’uscio di casa.

Posso dire di un passante che è carino, ma quando sono innamorata non sceglierei mai un aggettivo banale per descrivere chi amo. Ecco, e se provassi quell’entusiasmo innamorato per ogni presenza che incontro? Manzoni m’insegnò questo.

Uscivo da quelle lezioni con fogli traboccanti di appunti e una gran voglia di guardare i passanti, le case, i miei amici con gli stessi occhi con cui Manzoni non si era permesso di trattare alla leggera il volo di una foglia di gelso caduta a terra.

Chalermpon Poungpeth - Shutterstock

E dunque è davvero una lezione in presenza quella che ha fatto Alessandro D’Avenia, partendo dalla lettura semplice di un testo che ha circa 200 anni eppure non è invecchiato di un secondo, visto che ci mostra ciò che noi abbiamo smesso di notare: la realtà come evento che esige la nostra libera iniziativa.

Cosa vuol poi dire fare lezione in presenza? Ritrovarsi nel solito vecchio posto fatto di cattedra, banchi e sedie? Potersi guardare negli occhi? Mi verrebbe da dire che non solo a scuola, ma ogni nostro incontro umano dovrebbe diventare una lezione in presenza. Ne abbiamo tante di zolle da vangare, indurite dal gelo di questo isolamento asfissiante. La crosta è dura, va scalfita senza risparmiare i muscoli. E lo si può fare solo aggettivo per aggettivo, cioé dedicando a ogni frammento di realtà – strappata al nulla della nostra indifferenza – il peso che merita, quello di essere il luogo dove accade la nostra Redenzione.

Coi piedi incollati a terra

Non è detto che la letteratura ti salvi la vita. Per molti tutto ciò che va sotto l’etichetta di cultura e arte è un accessorio che abbellisce, nel tempo libero – se resta, un’esistenza fatta di faccende ben più importanti. Si può far presente che esiste un sentiero diverso, che si defila dall’erudito e pianta le radici dentro rapporti vivi.

Uscito dalla sua lezione in presenza, D’Avenia racconta di aver riflettuto una volta di più sul valore personale del suo essere insegnante di letteratura e cita un testo tanto breve quanto folgorante, Sunset limited di Cormac McCarthy. C’è un professore bianco che decide di suicidarsi e un nero ben poco erudito che lo salva, e i due parlano. C’è un uomo che ha trascorso la vita in mezzo ai libri ed è arrivato alla conclusione di farla finita, e ce n’è un altro che tiene in casa solo il libro di Giobbe ed è aggrappato alla vita con amore indicibile. Due opposti, in tutto e per tutto.

Il nero allora gli fa notare la contraddizione: «A che servono idee del genere se poi non riescono a farti tenere i piedi incollati per terra quando arriva il Sunset Limited a 130 all’ora?». Il bianco è costretto ad ammettere: «Forse non credo in niente» (cioè “non vivo per niente”). La cultura è stata solo passatempo o erudizione, infatti non lo ha reso più umano ma più indifferente. E oggi? L’istruzione ci aiuta a tenere i piedi incollati per terra? Rende il mondo, cose e persone attorno a noi, una questione personale? Maestri e discepoli escono da scuola con più «intelligenza del cuore», una conoscenza delle cose della vita che è amore per la vita? (Ibid)
@DR

Non serve a nulla la conoscenza se non è una spinta per l’anima a mettersi in relazione con tutto. Ma cosa è stato possibile a un uomo senza titoli accademici che ha incontrato una voce come quella di Giobbe? Di salvare un altro uomo dal suicidio. Leggere, in tutte le declinazioni possibili di questa parola (a volte si legge una storia anche solo guardando negli occhi qualcuno), è un allenamento alla nostra presenza, qui e ora. Non si può essere presenti senza una coscienza vigile e in allerta.

La vita eterna, oggi




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Sono andata a rileggermi Sunset Limited, le cui pagine ho consumato di sottolineature. A un certo punto il bianco, sfiduciato nella vita, dice in modo lapidario: “Moriamo tutti” e ritiene che questo sia l’unico legame che rende simili gli uomini. Il nero gli risponde testimoniando la sua fede in Dio:

Lui non ha detto questo. Lui ha detto che si poteva avere la vita eterna. La vita. Averla oggi. Tenerla in mano. E poterla vedere. Emana una luce. Ha anche un certo peso. Non tanto. Ed è calda a toccarla. Appena appena. Ed è eterna. E tu la puoi avere. Adesso. Oggi. Solo che tu non la vuoi.

Anche queste sono solo parole scritte in un libro. Eppure muovono qualcosa di più dei nostri occhi che si spostano da un vocabolo all’altro. Mi costringono a sentire la mia presenza come qualcosa di enorme e clamoroso. Mi costringono a tremare al pensiero che la mia libertà è capace di scelte addirittura tragiche.

La vera nostra presenza ha sempre a che fare con l’eterno, che è una piccola luce, pesa ed è calda. C’è. Andiamo a lezione, dunque, da chiunque ci riporti a cominciare ogni giorno da questo esatto punto, non un millimetro più indietro.

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