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Il filo che unisce Edith Stein e la chiesa di San Giuseppe ad Auschwitz

EDITH STEIN

Unknown - Scanned by Gabriel Sozzi

don Marcello Stanzione - pubblicato il 28/01/21

Proprio ad Auschwitz, il 5 ottobre 1997 fu consacrata la chiesa parrocchiale con il titolo di «San Giuseppe». E ricorda il sacrificio della religiosa di origini ebraica

C’è un filo che unisce Edith Stein, religiosa di origini ebraiche, perseguitata e uccisa dai nazisti durante l’Olocausto, San Giuseppe e la chiesa a lui dedicata ad Auschwitz.

L’ingresso nel Carmelo

Stein, filosofa tedesca di origine ebraica, nasce a Breslavia, in Polonia, nel 1891. Colpita dal “Castello interiore” di Teresa d’Avila, chiede il battesimo nel 1922, quindi si dedica all’insegnamento nel liceo delle domenicane di Spira.

Diviene carmelitana a Colonia e assume il nome di Teresa Benedetta della Croce. Il regime nazista la sospende dall’insegnamento perché ebrea. Con l’acuirsi delle persecuzioni razziali, i superiori la trasferiscono nel convento di Echt in Olanda. Nel 1939 offre la sua vita al Dio crocifisso. Per Edith “la croce non è fine a se stessa. Essa si staglia in alto e fa da richiamo verso l’alto”.


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La persecuzione

Nell’agosto del 1942 la Gestapo la preleva insieme alla sorella Rosa, terziaria carmelitana; ad Auschwitz viene uccisa in una camera a gas. Edith, un’ebrea prima atea poi suora cattolica che va a morire ad Auschwitz, assurge a simbolo e modello esemplare di fratellanza nel dolore, riassumendo in sé tutte le problematiche del nostro tempo.

E’ la prima donna ebraica elevata agli onori degli altari, oltre le donne del Vangelo, da papa Giovanni Paolo l’11 ottobre 1998. Lo stesso Pontefice un anno dopo l’ha proclamata compatrona d’Europa insieme a Caterina da Siena, Brigida di Svezia, Benedetto e Cirillo e Metodio.

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Édith Stein avant d’entrer au Carmel en 1931.

San Giuseppe e Edith Stein

Accanto al misticismo, nel secolo scorso ci sono state anche in alcuni altri religiosi e laici profonde esperienze interiori di san Giuseppe, espresse in lettere, in scritti e in poesie. Un particolare significato hanno due poesie della carmelitana Edith Stein dedicare a san Giuseppe: un Canto di lode, composto probabilmente il 19 marzo 1936 per l’onomastico della M. Josepha del SS. Sacramento, e una poesia, composta tre anni dopo, il 24 marzo 1939, quando si trovava già in Olanda.

La poesia nacque nel periodo in cui Edith Stein si offrì come «vittima di espiazione», affinché «il dominio dell’anticristo crollasse senza una nuova guerra mondiale», che fra cinque mesi sarebbe arrivata alla porta d’Europa.




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“San Giuseppe, provvedi tu”

Il cielo è pesante e oscuro sopra di noi.

Cè sempre la notte. E la luce non ci vuole mai illuminare? Lassù, Padre, ti sei allontanato da noi?

La miseria opprime il cuore come il rosseggiare delle alpi. Non c’è nessuno qua e là che ci salva? Chi sa aiutarci? Ecco, un raggio penetra vittoriosamente le nubi, una luminosa stellina guarda amichevolmente in basso, mite e buono, come l’occhio di un Padre.

Tutto quello che ci riempie d’angoscia, io lo prendo. Innalzandolo, lo pongo nelle sue mani fedeli! Accettalo tu – Simbolo di San Giuseppe. San Giuseppe, provvedi tu!

Tempeste forti attraversano i paesi.

Querce sradicate e rotte, che nel cuore della terra hanno fatto scendere le loro radici e che verso il cielo fieramente hanno elevato le loro corone, sono cadute, ora attorno a loro (orrore della devastazione (…)

San Giuseppe, provvedi tu! Quando dobbiamo pellegrinare in paesi lontani e cercare un albergo, da una casa all’altra, procedi tu, come nostra fedele guida, tu, il compagno della Vergine purissima, tu, il padre e custode fedele del Figlio di Dio.

Se tu rimani con noi, la nostra patria diventa Betlemme e Nazareth, anzi, anche Egitto. Dove sei tu, c’è la benedizione del cielo. Noi, come bambini, seguiamo i tuoi passi e con piena fiducia prendiamo le tue mani: Sii tu la nostra patria. – San Giuseppe, provvedi tu!

Le riempì il cuore durante l’esperienza del lager

Questa poesia della Stein è un’impressionante testimonianza di meditazione e comprensione intuitiva del suo essere accolta nel mistero di san Giuseppe. È lui che aveva riempito il suo cuore con la speranza di poter superare la disastrosa situazione del suo tempo. In lui aveva trovato il padre che, come «luce dall’alto» avrebbe guidato la storia del mondo, e avrebbe aiutato ad accogliere gli imprevisti del futuro.

Certamente, un rapporto interiore l’aveva spinta ad abbandonarsi con fede ed amore a questo venerato Padre.

Entrance to the Auschwitz concentration camp © Jakub.it / Shutterstock
Entrance to the Auschwitz concentration camp © Jakub.it / Shutterstock
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La chiesa di Auschwitz

Proprio ad Auschwitz, il 5 ottobre 1997 fu consacrata la chiesa parrocchiale con il titolo di «San Giuseppe». E si afferma che «per salvaguardare per il futuro da un deprecabile rinnovato furore di uomo contro uomo, è stato dato a quella chiesa il nome sacrosanto di san Giuseppe».


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“Il potente Taumaturgo della nostra speranza”

Chissà, forse a questa decisione si giunse con una misteriosa ispirazione dall’alto? Non viene detto che la dedicazione sia nata pensando all’olocausto di Edith Stein. Ma forse allarga lo sguardo dei pellegrini verso la Santa carmelitana e patrona d’Europa, nella quale esisteva l’abbandono a un impegno di stretta alleanza «con il potente Taumaturgo della nostra speranza», come viene proposto a coloro che giungono ad Auschwitz e pregano nella nuova chiesa giuseppina.

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Roberto Filippetti | Facebook

San Giuseppe e quel drammatico silenzio dell’Olocausto

«San Giuseppe insegna, esorta, conforta: il drammatico silenzio provocato dall’olocausto sembrava dover gravare per l’eternità e scaturire sempre, proprio quando la prova è più tragica e più dura. Andare con i pellegrini alla chiesa di san Giuseppe ad Auschwitz, è come rinnovare un impegno di stretta alleanza col potente Taumaturgo della nostra speranza».


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