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Dal bacio allo sguardo: evoluzioni passate e presenti del “segno di pace” 

YOUN WOMAN WITH MEDICAL MASK,

PetraPhoto | Shutterstock

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 28/01/21

Qualcuno ha chiamato “il provvedimento di San Valentino” quello con cui la CEI ha consigliato ai vescovi italiani di ripristinare a partire dal 14 febbraio un “segno di pace” privo di contatti fisici e stilizzato in uno sguardo e/o un inchino. Questa è solo l'ultima (per ora) di numerose trasformazioni subite da uno dei segni più antichi e sentiti della liturgia cattolica.

Non ha mancato di far discutere (o più spesso mormorare…) il comunicato finale del Consiglio Permanente CEI del 26 gennaio, per la decisione inerente al segno della pace:

I Vescovi si sono confrontati sul Rito della pace nella Messa e hanno deciso di “ripristinare”, a partire da Domenica 14 febbraio, un gesto con il quale ci si scambia il dono della pace, guardandosi negli occhi o facendo un inchino del capo.

Tornare a celebrare la Quaresima… e a scambiarsi la pace

Per questo passaggio qualcuno ha parlato, con bonaria irriverenza, del “provvedimento di San Valentino”, mettendo l’accento sulla data del 14 febbraio come se la Conferenza Episcopale avesse ritenuto troppo proibire qualsiasi segno di pace perfino nella festa degli innamorati!

Evidentemente non è questa la ratio, che più semplicemente sceglie di rendere effettiva l’innovazione a partire dalla Quaresima (le Ceneri cadono mercoledì 17 febbraio): tempo particolarmente forte, in questo 2021, perché tutti ricorderanno come sia stato proprio in concomitanza con la Quaresima del 2020 che le funzioni con concorso di popolo erano state interdette. Un anno dopo, insomma, abbiamo imparato come stare a messa senza compromettere la salute propria e altrui: avendo nel frattempo imparato a concentrare l’intensità del volto nel solo sguardo (del resto in latino “visus” significa entrambe le cose), all’improvviso consideriamo che con quello sguardo possiamo significare anche ciò che ancora non ci azzarderemmo a esprimere col contatto fisico, e che pure è frutto della stessa comunione eucaristica celebrata.

L’occasione è propizia per riprendere il percorso sulla (ri)scoperta dello spirito liturgico a partire dal “nuovo Messale” italiano: nella Pentecoste del 2014, infatti, il cardinal Cañizares Llovera aveva firmato, con l’approvazione di papa Francesco, una circolare della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti in cui si accennava:

Sulla base delle presenti riflessioni, può essere consigliabile che, in occasione ad esempio della pubblicazione della traduzione della terza edizione tipica del Messale Romano nel proprio Paese o in futuro quando vi saranno nuove edizioni del medesimo Messale, le Conferenze dei Vescovi considerino se non sia il caso di cambiare il modo di darsi la pace stabilito a suo tempo. […]

Rimandando a sua volta all’Ordinamento Generale del Messale Romano (nº 82) e alla suddetta circolare del 2014, il “nuovo Messale” propone questa precisazione:

Con il rito della pace «la Chiesa implora la pace e l’unità per se stessa e per l’intera famiglia umana, e i fedeli esprimono la comunione ecclesiale e l’amore vicendevole, prima di comunicare al Sacramento».
La Conferenza Episcopale Italiana stabilisce che il modo ordinario per lo scambio della pace sia la stretta di mano o l’abbraccio. «Conviene tuttavia che ciascuno dia la pace soltanto a chi gli sta più vicino, in modo sobrio».
Non è consentito introdurre un canto che accompagni lo scambio di pace […]. Quando si dà la pace si può dire
La pace del Signore sia con te, a cui si risponde E con il tuo spirito.

Messale Romano, Roma 2020, LIII

Esiste una “problematica dello scambio della pace”

La circolare, in realtà, era stata prodotta in ottemperanza a un auspicio formulato da Benedetto XVI nel 2007:

Nell’Esortazione Apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis il Papa Benedetto XVI aveva affidato a questa Congregazione il compito di considerare la problematica concernente lo scambio della pace, affinché fosse salvaguardato il senso sacro della celebrazione eucaristica e il senso del mistero nel momento della Comunione sacramentale: «L’Eucaristia è per sua natura Sacramento della pace. Questa dimensione del Mistero eucaristico trova nella Celebrazione liturgica specifica espressione nel rito dello scambio della pace. Si tratta indubbiamente di un segno di grande valore (cfr Gv 14,27). Nel nostro tempo, così spaventosamente carico di conflitti, questo gesto acquista, anche dal punto di vista della sensibilità comune, un particolare rilievo in quanto la Chiesa avverte sempre più come compito proprio quello di implorare dal Signore il dono della pace e dell’unità per se stessa e per l’intera famiglia umana. La pace è certamente un anelito insopprimibile, presente nel cuore di ciascuno. La Chiesa si fa voce della domanda di pace e di riconciliazione che sale dall’animo di ogni persona di buona volontà, rivolgendola a Colui che «è la nostra pace» (Ef 2,14) e che può rappacificare popoli e persone, anche dove falliscono i tentativi umani. Da tutto ciò si comprende l’intensità con cui spesso il rito della pace è sentito nella Celebrazione liturgica. A questo proposito, tuttavia, durante il Sinodo dei Vescovi è stata rilevata l’opportunità di moderare questo gesto, che può assumere espressioni eccessive, suscitando qualche confusione nell’assemblea proprio prima della Comunione. È bene ricordare come non tolga nulla all’alto valore del gesto la sobrietà necessaria a mantenere un clima adatto alla celebrazione, per esempio facendo in modo di limitare lo scambio della pace a chi sta più vicino» [nº 49].

Esiste dunque una “problematica concernente lo scambio della pace”; esiste da tempo e i Vescovi cattolici ne hanno lungamente discusso in un sinodo apposito. Essa si può così sintetizzare:

  1. il dato di fatto: lo scambio della pace è oggi uno tra i momenti più sentiti della celebrazione liturgica (e se ne comprendono alcune ragioni);
  2. il dato storico-teologico: benché antico e nobile, il segno di pace ha vissuto molteplici modifiche (soprattutto semantiche) e di certo non è un elemento intoccabile della celebrazione;
  3. l’intento pastorale: sarebbe bene convogliare l’anelito positivo delle comunità all’interno di una interpretazione canonica del momento liturgico e contestualmente azzerare gli abusi.

In quell’interminabile ora di ricreazione che è l’opinionismo da social alcuni obiettano invece che:

  1. lo scambio della pace è un’invenzione del Vaticano II;
  2. la “messa di sempre” non aveva scambio di pace;
  3. bisognerebbe ripristinare lo status quo ante.

Impostazione spiccia e rassicurante, nella sua promessa di ordine e chiarezza, ma fallace su tutti i fronti:

  1. lo scambio della pace non è un’invenzione del Vaticano II, anzitutto (e non si ripeterà mai a sufficienza che il Vaticano II non coincide con la riforma liturgica ad esso seguita);
  2. la “messa di sempre” non è la messa di sempre ma dei 399 anni che intercorrono fra il 1570 e il 1969; e comunque sì, certo che aveva lo scambio di pace (anche se solo sul presbiterio);
  3. per ripristinare lo status quo ante bisognerebbe anzitutto conoscerlo, nello stato e nella genesi, e a quel punto si giungerebbe rapidamente a concordare col giudizio dei Vescovi (i quali infatti lo conoscono).

Genesi ed evoluzione storica del “segno della pace”

La rassegna storica sul segno della pace nelle tradizioni cattoliche (ancora oggi ve n’è più di una, e i documenti lo ricordano…) parte abitualmente dai passi neotestamentari che citano “il bacio santo”, l’ancestrale saluto che i cristiani solevano darsi a vicenda. Si tratta di un bacio sulle labbra, un bacio non promiscuo e dunque dato solo agli uomini dagli uomini e dalle donne alle donne (sic!).

Le Scritture

Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo. Vi salutano tutte le chiese di Cristo.

Rom 16,16

Tutti i fratelli vi salutano; salutatevi gli uni gli altri con un santo bacio.

1Cor 16,20

Salutate tutti i fratelli con il bacio santo.

2Tes 5,26

Salutatevi l’un l’altro con bacio di carità. Pace a voi tutti che siete in Cristo!

1Pt 5,14

La patristica

Poi viene la nota testimonianza dall’Apologia di Giustino, che ci attesta inequivocabilmente in pieno II secolo l’uso liturgico del “bacio santo” come segno di pace:

Quando le preghiere sono terminate, ci salutiamo a vicenda con un bacio.

Giustino, Apologia I,65,2

Dalla Tradizione apostolica sappiamo che il bacio santo era riservato esclusivamente ai battezzati, poiché della limitata partecipazione dei catecumeni si dice:

Quando avranno finito di pregare, non si scambieranno il bacio di pace: il loro bacio infatti non è ancora santo.

Tradizione apostolica 18

Da questo stesso passo abbiamo l’attestazione dell’uso assolutamente non-promiscuo del bacio di pace:

I fedeli si saluteranno reciprocamente gli uomini con gli uomini e le donne con le donne; ma gli uomini non saluteranno le donne.

Il testo della Tradizione apostolica sembra conferire al bacio santo una importanza particolare, e l’impressione è confermata dalla parte riservata alla descrizione del conferimento del battesimo, che termina descrivendo i “riti esplicativi” del Vescovo:

Dopo averlo segnato in fronte, egli gli darà il bacio e dirà: «Il Signore [sia] con te». E colui che è stato segnato dirà: «E con il tuo spirito». Egli [il vescovo] farà così con ciascuno.

A partire da quel momento pregheranno insieme con tutto il popolo; infatti non pregano insieme con i fedeli prima di aver ottenuto tutto questo. E quando avranno pregato, daranno il bacio di pace.

Ivi, 21

Né l’Apologia né la Tradizione sono “testi liturgici” nel senso moderno del termine: essi sono infatti

  1. espressioni più particolari che universali; e soprattutto sono
  2. prima e più descrittivi che normativi.

Nondimeno, tutti i testi posteriori rivelano la presenza di questo segno all’interno della liturgia cristiana, anche se non sempre allo stesso punto né col medesimo significato: la circolare della Congregazione per il Culto Divino citata sopra lo ricordava già al secondo paragrafo. Vi si legge infatti:

Nella tradizione liturgica romana lo scambio della pace è collocato prima della Comunione con un suo specifico significato teologico. Esso trova il suo punto di riferimento nella contemplazione eucaristica del mistero pasquale – diversamente da come fanno altre famiglie liturgiche che si ispirano al brano evangelico di Matteo (cf. Mt 5,23) – presentandosi così come il “bacio pasquale” di Cristo risorto presente sull’altare. I riti che preparano alla comunione costituiscono un insieme ben articolato entro il quale ogni elemento ha la sua propria valenza e contribuisce al senso globale della sequenza rituale che converge verso la partecipazione sacramentale al mistero celebrato. Lo scambio della pace, dunque, trova il suo posto tra il Pater noster – al quale si unisce mediante l’embolismo che prepara al gesto della pace – e la frazione del pane – durante la quale si implora l’Agnello di Dio perché ci doni la sua pace –. Con questo gesto, che «ha la funzione di manifestare pace, comunione e carità», la Chiesa «implora la pace e l’unità per se stessa e per l’intera famiglia umana, e i fedeli esprimono la comunione ecclesiale e l’amore vicendevole, prima di comunicare al Sacramento», cioè al Corpo di Cristo Signore.

Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, L’espressione rituale del dono della Pace nella Messa, 7 giugno 2014

Il bacio sulla bocca (rigidamente non-promiscuo!) gode di notevole fortuna, nei sacramentarî antichi (il sacramentario è, diciamo, “l’antenato evoluzionistico del messale”), almeno fino ai Pontificali di Patrizio Piccolomini e di Giovanni Burcardo (distanti un decennio l’uno dall’altro e collocati quasi esattamente a cavallo tra il XV e il XVI secolo).

Il passaggio decisivo nel medioevo: la liturgia monastica

Già dal X secolo, però, e in particolare nell’importante Pontificale di Durando (fine XIII secolo), il bacio sulla bocca è sostituito dal bacio sulla spalla (sic!). Nel basso medioevo andava diffondendosi pure la pratica di offrire il bacio di pace a un’icona sacra tenuta sull’altare o nei pressi (questi oggetti furono poi detti appunto “paces”): il rinascimento fu il momento di massima fioritura artistica delle “paci” liturgiche, visto che poi il Concilio di Trento avrebbe optato per un’altra variante. Negli anni del Pontificale Piccolomini (dunque fine XV secolo), infatti, si attesta pure il (per noi) più comune bacio sulla guancia.

Una versione stilizzata di quest’ultimo uso – la stilizzazione è una costante di molte evoluzioni liturgiche – si trova appunto nel famoso “Messale Tridentino”, che nella sua prima edizione (1570) prescrive ai ministri di «accostarsi reciprocamente la guancia sinistra», senza toccarsi, insomma accennando un abbraccio.

Ed ecco come si è passati dal bacio sulle labbra al bacio sulla guancia all’abbraccio-che-accenna-un-bacio: la modifica più importante però è che a questo punto le rubriche non parlano più dei “fedeli”, ma dei “ministri”. Nulla di stupefacente: erano stati i monasteri – a partire dalla riforma carolingia – a salvare i libri liturgici e ad attuare una elaborata restaurazione, e nei monasteri

  1. non c’erano laici (benché ci fossero fedeli non-sacerdoti-ma-costituiti-nell’Ordine);
  2. le messe diventavano vieppiù munera (cioè privilegio e dovere) dei singoli sacerdoti.

L’architettura testimonia questo spostamento con la comparsa (e la moltiplicazione) degli altarini a parete: il loro numero cresceva mano a mano che cadeva in disuso l’antica prassi della concelebrazione (altra riscoperta promossa dalla riforma succeduta al Vaticano II).

Che succedeva quindi, in pratica? Che il celebrante si voltava e “dava la pace” – cioè quell’ex-bacio-ormai-abbraccio-accennato) a chi gli serviva la messa, cioè al diacono. Se poi c’era un suddiacono questi la riceveva a sua volta dal diacono.

Pagine dal “Canon Missæ” di un Messale Romano (statunitense) del 1962, ossia l'ultimo “Messale Tridentino”.

La spontanea “gerarchizzazione” del segno della pace non aveva per scopo l’esaltazione della gerarchia ecclesiastica – questo fu semmai un effetto collaterale, e sarebbe ideologico sopravvalutare tale aspetto –, bensì la significazione del fatto che la pace di cui si parla viene da Cristo, non “dal basso”. Un altro slittamento semantico del gesto, dopo la distinzione fra la tradizione romana (incentrata sulla presenza-dono del Cristo risorto) e quella ambrosiana (che rimanda esplicitamente al precetto gesuano di Mt 5,23): nei testi antichi la derivazione cristologica era tutt’altro che assente, ma la si derivava dal mistero battesimale (la questione dei catecumeni secondo la Tradizione apostolica), più che direttamente da quello eucaristico.

Anche qui, nessuna sorpresa: nei monasteri non mancavano solo i laici, ma a maggior ragione i catecumeni, i quali anzi (con l’ormai radicata diffusione del pedobattesimo) erano diventati più l’eccezione che la regola.

Una brillante ricezione riformata nell’antichissima Lerino

Ricordo di aver recentemente (era il 2015) vissuto una bella esperienza liturgica, nella quale ho visto confluire tutti questi significati: ero nel monastero dell’isola francese di Saint Honorat, nell’antico arcipelago monastico di Lérins. Il diacono ricevette dal presbitero il segno della pace (un abbraccio) e poi scese dal presbiterio a porgerlo al primo fedele di ciascuna delle due file di banchi. I quali ordinatamente e attendendo il proprio turno si “passarono” il segno (accenno di abbraccio o stretta di mano) fino all’ultimo. È stato un po’ come quando nella Veglia Pasquale ci si distribuisce il fuoco benedetto del Cero: nessuno che abbia capito cosa in quel momento avviene si accenderebbe la candela con l’accendino; tutti al contrario attendono con premura che giunga loro una scintilla della fiamma benedetta.

Così vidi plasticamente a Lérins: la cosa mi stupì anche perché quell’uso singolare doveva essere proprio dell’isola, ma l’assemblea era composta di pellegrini e turisti (come me), i quali però istintivamente compresero il senso di quella disciplina e immediatamente la performarono insieme.

ABBAYE, LERINS
© Abbaye de Lérins

Mi parve un bellissimo esempio di riforma nella continuità della tradizione liturgica, e mi spiegò anche la sensatezza della raccomandazione romana sulla brevità ed essenzialità del gesto (ognuno dei presenti ricevette un solo segno di pace e solo uno ne diede): ne veniva fuori una lieve anomalia, in quanto pur osservando alla lettera la rubrica del Messale Romano il rito è durato sensibilmente di più di quella manciata di secondi a cui le buone liturgie romane ordinariamente ci abituano.

È stato eccessivo? Decisamente no. Vi si sarebbe potuto implementare il famigerato “canto della pace”? In quel momento non se n’è avvertita la necessità – il sacro silenzio accompagnava benissimo il momento –, ma è vero che la ratio della (condivisibilissima) avversione dei Vescovi, di Benedetto XVI e di Francesco è riferita a un tempo liturgico che si dilati appositamente per la musica, laddove la musica sacra dovrebbe servire l’azione liturgica e non dominarla. Se però si parlasse di una prassi come quella lerinense, forse la Congregazione potrebbe riconsiderare il tutto: la tradizione romana trabocca di splendidi inni dedicati alla pace pasquale, che del resto è tema presente anche nell’Agnello di Dio immediatamente successivo.

Alcuni possibili adattamenti, anche in questo àmbito, sono demandati alle Conferenze Episcopali e ai singoli vescovi: lo si è letto nella Circolare di cui sopra… ed è proprio quanto è accaduto due giorni fa con la nota della Cei, che davanti alla perdurante impossibilità di stabilire contatti fisici sicuri “fa di necessità virtù”. Un’altra ottima occasione di prendere migliore coscienza della grande dignità dei sacri misteri… e delle loro più piccole (e mai insignificanti) parti.

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