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Allarme Covid: autolesionismo e tentativi di suicidio tra gli adolescenti

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Quorthon1 | Shutterstock

Silvia Lucchetti - pubblicato il 20/01/21

L'SOS lanciato dalla Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza del Bambino Gesù di Roma. "Mi sembra di vivere sempre lo stesso giorno": la frase emblematica di una 13enne che offre il quadro della sofferenza degli adolescenti di fronte alla pandemia

Forte e chiaro è l’allarme lanciato dal professor Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza del Bambino Gesù di Roma con l’intervista rilasciata al settimanale L’Espresso del 18 gennaio scorso.

Aumento allarmante di autolesionismo e tentativi di suicidio negli adolescenti

Ciò che lo preoccupa è il forte aumento degli atti di autolesionismo e dei tentati suicidi negli adolescenti registrato negli ultimi mesi con l’arrivo del Covid:

Sicuramente c’è una coincidenza molto sospetta e siamo certi che la rapida crescita a cui assistiamo in questi ultimi mesi di alcuni disturbi come l’ansia, l’irritabilità, lo stress, i disturbi del sonno sono legati direttamente all’isolamento. (Ibidem)

Al Bambino Gesù di Roma…

mai come in questi mesi, da novembre ad oggi, abbiamo avuto il reparto occupato al 100 per cento dei posti disponibili, mentre negli altri anni di media eravamo al 70 per cento. Le diagnosi che predominano sono quelle del tentato suicidio. Ho avuto per settimane tutti i posti letto occupati da tentativi di suicidio e non mi era mai successo.  (L’Espresso)
ASHAMED
Shutterstock

Le modalità del tentativo di suicidio

Gli adolescenti attentano alla loro vita con la precipitazione, l’ingestione di farmaci, l’impiccamento ed eccezionalmente con le armi da fuoco, a differenza di quanto avviene in altri paesi come gli Stati Uniti.

Gli adolescenti tendono a emulare quanto vedono sulla rete ed è per questo, probabilmente, che un metodo molto utilizzato in questo periodo è l’assunzione di grandi dosi di tachipirina oppure rastrellano tutti i farmaci che trovano in casa e fanno un mix.  (Ibidem)

A cosa ricondurre questo aumento preoccupante sottolineato anche dai dati del Reparto di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Regina Margherita di Torino, nel cui Day Hospital si è registrato un aumento dell’ideazione suicidaria passata nei giovanissimi dal 10 all’80 per cento?

Secondo il Professor Vicari da quanto riportato nella letteratura si evince che:

il lockdown, la chiusura totale e la chiusura delle scuole ha determinato un aumento degli stati d’ansia e depressione nei ragazzi e un disturbo del sonno. (…) i ragazzini vivono con forte preoccupazione le preoccupazioni dei genitori. Ci sono adolescenti che sono ancora più estremisti dei genitori, che non toccano niente e non escono più per la paura del contagio. (L’Espresso)


SLEEP

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Il ruolo giocato dalla chiusura delle scuole

A proposito della chiusura delle scuole e dell’effetto sfavorevole sulla salute mentale dei ragazzi l’intervistato è netto:

Pensare che la scuola sia solo didattica è un errore drammatico. La didattica è una parte marginale della scuola. Bisogna smettere di pensare che la scuola deve formare i futuri lavoratori, la scuola deve trasmettere conoscenze di vita. E’ una palestra educativa, non un avviamento al lavoro. Questa è una concezione autoritaria della scuola. (Ibidem)

In questa prospettiva qual è il ruolo degli insegnanti? Secondo Vicari:

gli adolescenti sperimentano e violano i limiti che gli vengono posti dai genitori, e se non c’è qualche altro adulto che ha con il ragazzo un rapporto affettivo valido, rischi che si perda. Oggi questo cuscinetto sociale sta mancando, per questo i ragazzi “sbroccano” diventano aggressivi e violenti, oppure si chiudono sempre di più nella loro stanza e non vogliono più uscire. (L’Espresso)

Anche rispetto alle polemiche di questi ultimi giorni riguardo la contrastata decisione di riapertura delle scuole superiori la risposta è diretta:

Stiamo mettendo a grave rischio la tutela della salute mentale degli adolescenti. Ci vorrà molto tempo, una volta finita l’emergenza, per far uscire di casa questi ragazzi che si sono chiusi e ci vorrà tempo per ricostruire relazioni positive. Stiamo negando ai ragazzi una parte affettiva che fa parte del loro diventare adulti. (Ibidem)

L’intervista

Abbiamo contattato la dottoressa Maria Pontillo, psicologa-psicoterapeuta dell’équipe di Neuropsichiatria del Bambino Gesù, per approfondire alcuni aspetti di questa preoccupante problematica.

L’aumento registrato dei casi di tentato suicidio e autolesionismo riguarda in egual misura maschi e femmine?

Sì, riguarda nella stessa maniera sia i maschi che le femmine. L’elemento discriminante è l’età: l’aumento dei casi di tentato suicidio e autolesionismo riguarda la fascia adolescenziale dei 12-18 anni. Per questi ultimi si registra quello che ha illustrato il professor Vicari: l’aumento di richieste di aiuto per atti autolesionistici e tentativi di suicidio. Relativamente ai piccoli, quelli che hanno un’età inferiore ai 12 anni, si assiste ad un altro quadro: l’insorgenza di disturbi d’ansia, la regressione delle autonomiequotidiane – sono bambini che fanno sempre meno da soli e richiedono la costante presenza del genitore – bambini che hanno difficoltà a dormire e che rifiutano di mangiare. Ovviamente per quanto riguarda l’adolescenza l’autolesionismo e i tentativi di suicidio costituiscono la punta di un iceberg che è rappresentato dalla depressione.

Nei ragazzi che assistete è già presente una malattia mentale vera e propria?

Dobbiamo fare una distinzione tra i ragazzi che soffrivano già prima della pandemia di un disturbo mentale e i ragazzi che non ne soffrivano. Per quanto riguarda i primi, in particolare coloro che presentavano una depressione, assistiamo a un peggioramento della sintomatologia. Questo si traduce nella messa in atto di autolesionismo e tentativi di suicidio. Per quanto riguarda i ragazzi che prima della pandemia non soffrivano di un disturbo mentale, il Covid ha favorito l’emergere di un disagio che può manifestarsi in due modi. O nei termini di un vero e proprio ritiro, una interruzione: noi abbiamo dei ragazzi che si sono chiusi in camera, rifiutano totalmente di connettersi e di partecipare alle lezioni a distanza. Tendono a vivere la pandemia come l’interruzione di una routine che non ha alternative. Manifestano spesso disturbi del sonno, aumento di irritabilità e frequenti sbalzi di umore. Quindi oltre ad essere cresciuta la richiesta di consulto per i giovani che avevano già un disturbo, si è incrementata anche la domanda di prime visite psichiatriche.

TEENAGER BOY,
myboys.me | Shutterstock

Secondo la sua esperienza in che percentuale questi comportamenti rischiano di essere ripetuti?

Il comportamento autolesionistico non è un atto che si manifesta una sola volta, quindi quel 20% di adolescenti che pratica atti autolesionistici tenderà a ripetere il gesto, tanto più se non viene richiesta una consultazione neuropsichiatrica. Spesso poi esiste un legame tra praticare atti autolesionistici e tentare il suicidio. Non ci sono casi di autolesionismo che si risolvono da soli, questo è un messaggio importante che dobbiamo trasmettere agli adulti. L’autolesionismo è un segnale di rischio psicologico-psichiatrico molto alto in adolescenza. “L’aspettiamo che passi” dei genitori è un atteggiamento pericoloso e fuorviante. L’autolesionismo è qualcosa che esula dalla normale crisi evolutiva che caratterizza l’adolescenza. E’ già un segnale di disagio che può precedere attacchi al corpo più gravi come il tentativo di suicidio.

Se è vero che gli effetti della pandemia giocano il ruolo di scatenare predisposizioni già presenti, il fatto di poter intervenire prima ha anche un aspetto positivo?

Nei ragazzi che avevano già un disturbo psichiatrico abbiamo riscontrato un peggioramento della loro condizione nel 50% dei casi. Secondo me questo è un dato che va assolutamente sottolineato. Ciascuno di noi può avere o non avere una predisposizione verso un disturbo psichiatrico: il fatto che io ad un certo punto della mia esistenza lo sviluppi è legato non solo al mio DNA ma agli eventi di vita. In particolare modo a quelli che noi chiamiamo eventi di vita stressanti. Quindi il Covid in questo senso come evento di vita stressante è andato afar emergere una serie di predisposizioni e di fragilità già esistenti. La sua osservazione sul fatto positivo di poter intervenire prima, è molto corretta nella misura in cui viene chiesto dai genitori un consulto. Perché anche negli adolescenti che non hanno mai sofferto di un disturbo mentale e presentano semplicemente un disagio legato alla pandemia, quest’ultimo se non affrontato può strutturarsi in disturbo psichiatrico vero e proprio. Le faccio un esempio: il ragazzino che non aveva mai sofferto di depressione ma che ha una familiarità in questo senso, e che con il Covid comincia a manifestare difficoltà di addormentamento, sbalzi d’umore, tendenza al ritiro, è un soggetto che va attenzionato, perché avendo già di base una predisposizione è possibile che questo evento possa portare allo sviluppo del disturbo mentale.

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