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Mai più morire soli (neanche di Covid): la svolta della Toscana

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C.Lotongkum | Shutterstock

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 16/01/21

Un regalo di Natale passato forse inosservato è il protocollo che un tavolo tecnico molto assortito ha proposto alla Regione Toscana: la delibera che ha fatto proprio il protocollo ha permesso l'avvio di una procedura che permette ai parenti di alcuni pazienti Covid di sostenerli con le loro visite. Mons. Paglia: «Un modello da imitare in tutta Italia».

Tra le immagini più strazianti che resteranno nella coscienza collettiva di questa pandemia ci sono indubbiamente i funerali con le chiese vuote, quando non l’assenza stessa di funerali, l’impossibilità di raccogliere anche solo le persone significative di una persona passata a miglior vita per offrire loro, con le parole della fede, il balsamo della speranza cristiana.

A questa ferita comunitaria si aggiunge lo strazio clinico del dover privare i malati di Covid, specie quelli gravi, di ogni contatto coi parenti: chi non ricorda con un groppo alla gola i medici e gli infermieri che usavano i loro smartphone per consentire ai morenti di salutare i parenti più stretti almeno in videochiamata? E chiaramente non tutti – per mancanza di risorse, per il quadro clinico, per la gran mole di lavoro piombata sugli ospedali – hanno beneficiato di queste attenzioni.

Quei pazienti in cui la solitudine aggrava la malattia

Né si parla solo di morte, di morenti e di chi resta: la letteratura medica pullula di studi che certificano il peso clinico – perfino l’incidenza terapeutica! – dell’assistenza morale al paziente, cioè quanto l’accompagnamento di parenti e amici possa influire sul decorso della malattia, e influenzandolo positivamente.

Era stata pubblicata sul Corriere della Sera – una testimonianza fra le troppe – la lettera di Daniela Rinaldi che così descriveva la morte di suo padre:

Papà era un uomo sano, anziano ma sano. La settimana prima del suo ricovero ha caricato e scaricato dall’auto una mountain bike da adulto. Dopo solo tre giorni di tosse e febbre è stato portato da noi all’ospedale, dove è entrato con i suoi piedi e dove più di un medico lo ha definito un caso non critico. La situazione ha iniziato a degenerare inesorabilmente dopo 48 ore, quando un uomo che non si è mai allontanato dalla famiglia si è ritrovato solo, spaventato e circondato da estranei vestiti da marziani. È arrivato in ospedale sabato 14 novembre e mercoledì 18 ci telefonano per avvertirci che lo dovranno contenere e sedare, papà continua per almeno altri tre giorni a reagire, il dottore lo definisce «un leone cui è stata tolta la famiglia», poi comincia a diventare sempre meno reattivo fino a spegnersi al 19simo giorno di ricovero. La figlia dell’uomo non scriveva per biasimare i medici e gli infermieri, di cui – sia pur “a distanza” – ho percepito professionalità e in qualche caso umanità. Io sono arrabbiatissima con lo Stato e soprattutto con un protocollo tanto crudele quanto controproducente. Tutti i medici con cui ho parlato in questi giorni hanno sottolineato che dai 70 anni in su uno stato di “disorientamento” in ospedale è normale, tale disorientamento è più o meno grave a seconda della persona, ma in tutti i casi si ritorce contro il recupero del malato. Dunque, se l’ambiente ospedaliero e la solitudine sono sicuramente causa di problemi nei pazienti anziani, perché in 9 mesi non si è fatto nulla per evitare di costringere malati e parenti a un simile strazio? Perché la tuta di protezione funziona per medici, infermieri, inservienti e non può funzionare anche per un solo caro a malato?

Evidentemente una crisi sanitaria, per definizione, è una situazione emergenziale, e in quanto tale è sempre esposta ad ampi margini di perfettibilità, non sempre e non tutti percorribili.

In Toscana un “tavolo tecnico” ha rotto il ghiaccio

Appare in tal senso sorprendente e meritoria l’iniziativa proposta da una onlus (Tutto è Vita) sedutasi a un tavolo tecnico insieme con la Fondazione Ospedale Pediatrico Meyer e con il Comitato Bioetico Regionale: quel che è risultato dalla concertazione di forze tanto eterogenee è stato un protocollo che ha stabilito misure di sicurezza e criterî di discernimento concreti per corrispondere all’auspicio delle tante Daniela Rinaldi d’Italia.

I contenuti della delibera – precisa padre Guidalberto Bormolini (fondatore della onlus Tutto è Vita) – sono molto innovativi, soprattutto perché sono inseriti in un documento di alto valore istituzionale. In sintesi usando i termini chiave del documento stesso:

  • La vicinanza è parte del processo della cura
  • Le cure palliative divengono fondamentali nel percorso di presa in carico anche durante la pandemia
  • Si afferma la necessità di un approccio integrale: sanitario, psicologico, sociale e spirituale
  • La persona presente a fianco del malato è eletta da chi soffre, e può essere anche uno psicologo, un assistente spirituale o chi liberamente scelto
  • Si offre al volontariato un ruolo significativo dopo l’esclusione a cui è stato costretto dalla pandemia
  • La formazione diventa asse portante di questo processo
  • Il tavolo umanizzazione delle cure e spiritualità diventa stabile anche oltre il Covid per collaborare con la Regione su questi temi

Ci sembrano risultati importantissimi, anche per il fatto che sia presente un sacerdote nel tavolo tecnico, che ha permesso di vedere accolti i temi sopra elencati nonostante alcune opposizioni iniziali. Lungo tutto il percorso mi sono sempre confrontato con i responsabili ecclesiali accogliendo le loro considerazioni.

Lo sguardo e la voce della Santa Sede

Benché la notizia non abbia guadagnato le prime pagine dei giornali nazionali (era il 21 dicembre 2020 e i media avevano già le scalette piene), il protocollo messo a punto e approvato dalla Regione propone un modello idealmente esportabile anche altrove. Così ha detto al microfono di Fabio Colagrande mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita:

L’iniziativa della Toscana è davvero importante, e mi augurerei che in tutta l’Italia si dovesse realizzare. Sono convinto che la cura, il prendersi cura in tutti i suoi aspetti è una delle dimensioni cruciali per il nuovo umanesimo che auspichiamo per il nuovo millennio.

La trasmissione – La finestra del Papa, andata in onda su Radio Vaticana il 22 dicembre 2020 è qui riascoltabile nella sua integralità:


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