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Fu una terribile epidemia a legare per sempre il maiale a sant’Antonio

SAINT ANTONY, PIG, STAINED GLASS

Petrus | Wikipedia

Una penna spuntata - pubblicato il 15/01/21

Da una grazia ricevuta nacquero gli Ospedali antoniani, durante una terribile epidemia di "fuoco sacro" in Francia. E dal maiale venne un sollievo per i malati...

C’era una volta una epidemia.
Che barba, eh? C’è sempre una qualche epidemia, nella Storia.

Fuoco sacro

Questa, però, è una epidemia strana, una di quelle che piacciono tanto ai medici appassionati di Storia. In effetti, permette loro di giocare a fare il dottor House nella macchina del tempo: c’è un’accozzaglia di sintomi improbabili da analizzare, ma non c’è (ad oggi) una diagnosi nota.


Maria Grazia Cucinotta

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Sto parlando di un’epidemia schifosissima che imperversò in Europa tra il IX e il XVI secolo, accanendosi sulla Francia in modo quasi esclusivo. I sintomi li conosciamo bene: ce li descrivono, con dovizia di dettagli, numerose fonti di epoche diverse, e indipendenti l’una dall’altra. Conosciamo anche la prognosi (non tra le più benevole), conosciamo la terapia che all’epoca fu adottata e conosciamo persino il nome che i medici diedero allora alla malattia: “fuoco sacro”, “male di sant’Antonio”, “male degli ardenti”, a seconda delle zone.

L’unica cosa che non conosciamo è il nome che i medici le darebbero oggi.
Di certo non tirerebbero in ballo il santo abate: i sintomi della malattia medievale non combaciano manco per scherzo con quelli dell’herpes zoster, il “fuoco di sant’Antonio” di noi moderni.

Sintomi terribili

Poco ma sicuro, quella roba medievale schifida era tutta un’altra cosa. Ma cosa fosse esattamente, probabilmente

non lo sapremo mai con precisione. In tanti secoli molte cose sono cambiate e molti termini sono stati usati in un contesto che è difficile tradurre. Tutte le malattie con dolore intenso, soprattutto se accompagnate da eritema vivo (la estrinsecazione visiva del fuoco che brucia la carne) sono state probabilmente chiamate con l’eponimo di fuoco di sant’Antonio.
PD
Sant'Antonio Abate (251 - 356). Antonio era tentato ogni giorno dal diavolo, ma gli attacchi non erano all'altezza della sua saggezza.

un po’ come accadeva del resto con la “peste”, termine prezzemolino che nell’antichità veniva usato per descrivere la quasi totalità delle epidemie, anche se solo una minima parte di queste erano effettivamente causate da Yersinia Pestis.

A firmare la citazione che ho riportato sopra è il professor Carlo Gelmetti, direttore della Dermatologia Pediatrica del Policlinico di Milano. Un medico che deve nutrire un vivace interesse per la figura di sant’Antonio, considerato che alla malattia che porta il suo nome ha dedicato un libro (multi-disciplinare e curiosissimo): Il fuoco di Sant’Antonio. Dai Misteri Eleusini all’LSD.

Gelmetti lo dice subito: identificare a distanza di secoli quella strana malattia medievale che atterrì la brava gente è impresa complicata.

Nondimeno vi è chi, come Henry Chaumartin, ha cercato di dipanare la matassa che si era ingarbugliata negli ultimi secoli e di fare un po’ di luce sui significati medici che in vari tempi e in vari luoghi il termine di “fuoco di sant’Antonio” ha rivestito.

E allora, cerchiamo di analizzare un po’ di fonti, anche perché l’indagine su questa malattia ha degli inaspettati risvolti… gastronomici. Vale a dire: ci permetterà di capire una volta per tutte qual è il vero legame tra il maiale e sant’Antonio.

Un grande flagello

La più antica testimonianza riguardo questa malattia risale all’anno del signore 857, quando gli annali di un convento a Xanten, in Renania, descrivono una sciagura che aveva colpito la regione:

un grande flagello di gonfiori e di bolle consumava la gente con un nauseabondo fetore così che i loro arti si consumavano e si distaccavano prima della morte.

Ellamiseria.
Poco meno d’un secolo più tardi, la malattia era arrivata in Francia. Scrive infatti Flodoardo di Reims:

una peste di fuoco si è abbattuta su Parigi e i suoi dintorni nell’anno di grazia 945. Gli infelici tributari di tale sfortuna vedono bruciare i loro arti come sotto l’effetto di un calore misterioso. Le carni marciscono poco a poco; le ossa, colpite a loro volta, si rompono come legna secca e poi cadono anch’esse. Solo la morte, troppo lenta a venire, mette termine al supplizio. I Parigini sperduti affollano le chiese e richiedono aiuto di tutto il paradiso.

Rincara una cronaca coeva, informandoci che, nel Limosino,

c’era chi perdeva i piedi, chi le mani, chi una gamba, chi un braccio. E tutti erano colpiti, giovani e vecchi, uomini e donne. Da tutte le parti si udivano pianti e grida. E se si gettava dell’acqua sulle parti urenti per rinfrescarle, si vedeva subito levarsi un fumo acre con dei fetori spaventosi.
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Aggiungiamo qualche sintomo in più al già desolante quadro?
Nel 1089, Sigeberto di Genbloux ci informa che

a molti le carni cadevano a brani, come li bruciasse un fuoco sacro che divorava loro le viscere; le membra, a poco a poco rose dal male, diventavano nere come carbone. I malati morivano rapidamente tra atroci sofferenze oppure continuavano, privi dei piedi e delle mani, un’esperienza peggiore della morte.

Male di Sant’Antonio

All’inizio del Trecento, cercò (inutilmente) di curare questa roba anche Henry de Mondeville, una vecchia conoscenza da queste parti. Il fatto che Henry fosse un chirurgo e non un cronista prete rende la sua testimonianza particolarmente interessante, nel senso che l’amico si esprime in termini medici ed è già un passo avanti. E nel descrivere quella malattia contagiosa che

in Francia si chiama Male di Nostra Signora; in Italia ed in Borgogna, Male di Sant’Antonio; in Normandia, Male di San Lorenzo ed in altre regioni con diversi nomi ancora,

ci dice che secondo lui si tratta d’un morbo causato da uno squilibrio di umori, nato dal formarsi

di bile grossolana e di melanconia sottile, bruciate. Ed è un herpes, che si chiama comunemente lupus, o cancro, o erisipela fagedenica

…che son quattro cose diverse, ma evidentemente il nostro amico aderiva alla teoria per cui “tu sparane tante, magari qualcuna la azzecchi”.
Ultima testimonianza degna di nota è quella di Guy Didier, che a metà Cinquecento era responsabile medico di un nosocomio francese interamente dedicato alla cura dei malati affetti da questa patologia. La quale patologia, ci informa il medico,

consiste nella mortificazione con gangrena di un arto. Lo si chiama anche Fuoco di sant’Antonio o di san Marziale ed è rimarchevole il constatare che, in questa malattia, si producono un dolore ed un ardore simili a quelli delle scottature vere e proprie.

Una cura non facile

La cosa interessante è che Guy consegna ai posteri anche un lungo prontuario che illustra le terapie da adottare.
Non appena si notavano le prime avvisaglie della malattia (cioè, non appena la parte dolente cominciava ad arrossarsi, cambiando colore), si doveva intervenire applicando impacchi di terra mescolata a aceto.

Se questo non bastava, la zona dolente doveva essere incisa e sulla carne viva dovevano essere applicate le sanguisughe; successivamente, la ferita andava medicata con un linimento di aceto e farina di fagioli. Nei giorni a venire, sarebbe stato necessario lavarla con aceto due volte al giorno applicando sul taglio un composto di assafetida e semi di ortiche secche.
Se manco questo funzionava, non restava che cauterizzare tutto andandoci giù pesanti; se la malattia continuava a progredire, l’unico modo per salvare la vita del paziente era l’amputazione.

Eccheschifo è ‘sta roba?
Se qualcuno vuole fare una ipotesi, si lanci pure nei commenti, tenendo conto che le fonti ce la descrivono appunto come una malattia contagiosa a carattere epidemico. Nel suo libro sul fuoco di sant’Antonio, Carlo Gelmetti punta il dito su due possibili colpevoli: antrace oppure erisipela (quest’ultima, del resto, già citata dal chirurgo trecentesco).

E che i medici dell’epoca non esagerassero affatto nelle loro angoscianti descrizioni lo dimostrano anche numerose stampe d’epoca che raffigurano sant’Antonio circondato da arti mozzati che gli penzolano sulla testa a mo’ di prosciutti, come fa notare il professor Gelmetti che raccoglie nel suo libro numerose di queste immagini.

L’arrivo di un santo e una grazia

Sic stantibus rebus, abbiamo una malattia schifosa non meglio precisata che miete vittime in gran parte della Francia (e, curiosamente, non altrove). La popolazione è terrorizzata, i medici sono inermi, globalmente nessuno sa più a quale santo votarsi… sicché qualcuno pensa bene di procurarsi un santo nuovo di pacca, nella speranza che possa smuovere un po’ la situazione.

Correva l’anno 1070 quando le reliquie di sant’Antonio abate, fino a quel momento custodite a Costantinopoli, venivano traslate nella più tranquilla Francia, con lo scopo dichiarato di sottrarle all’instabilità politica in cui versava la città sul Bosforo. Per accoglierle degnamente nella valle del Rodano, l’arcivescovo di Vienne aveva fatto erigere un’abbazia per conservare il prezioso cimelio: Saint-Antoine-en-Viennois.

Public Domain
Una immagine di Sant Antonio Abate

Sant’Antonio aveva appena fatto in tempo a farsi conoscere nella zona che, nel 1089, scoppiò una nuova epidemia di quella malattia schifosa di cui sopra. Frotte di pellegrini cominciarono a recarsi a Vienne per chiedere al nuovo santo la grazia di una guarigione: tra di loro, vi era anche un certo Gastone, un cavaliere con buone disponibilità economiche il cui figlioletto era stato contagiato nel 1095 e miracolosamente era guarito senza danni permanenti. Indubitabilmente per grazia di sant’Antonio, come fu immediatamente chiaro a tutti!

Per sdebitarsi col santo della grazia ricevuta, Gastone fondò a Vienne un piccolo ospedale dedicato ai pellegrini affetti da questo male: fu chiamato La Maison de l’Aumone (letteralmente: la casa dell’elemosina) e affidato ai volenterosi membri di una confraternita laicale appositamente venutasi a creare. Solo nel 1292 la confraternita dei Frères de l’Aumone si trasformò in una famiglia religiosa vera e propria, prendendo il nome di Ordine ospedaliero dei canonici regolari di sant’Antonio di Vienne. Per brevità e per gli amici: gli Antoniani.

Gli Antoniani

Nel suo momento di massimo splendore, l’ordine, che contava nel XV secolo oltre 10.000 membri, arrivò a gestire 389 ospedali sparpagliati in giro per l’Europa. La sua missione era ben chiara (curare gli ammalati) ed era molto chiaro anche quale fosse la specializzazione di questa rete ospedaliera: le porte del nosocomio erano aperte a tutti, ma gli Antoniani possedevano uno specifico know-how che permetteva loro di curare i pazienti affetti dal fuoco di sant’Antonio. Cioè sempre quella epidemia schifosa che non si capisce bene cosa fosse.

Qual era lo speciale know-how degli Antoniani?
Meh. Grossomodo, era quell’insieme di pratiche un po’ mediche e un po’ religiose tipiche della medicina monastica medievale. Dopo essere stati sfamati, gli ammalati venivano portati in chiesa e aiutati a leggere una preghiera in cui si chiedeva la grazia della guarigione. Veniva poi somministrato loro, a più riprese, del vino benedetto nel quale erano state intinte le reliquie del santo, per potenziarne “il tasso di miracolosità”, se me la passate.

Uno step successivo della terapia (probabilmente, l’unico che servisse davvero a qualcosa) prevedeva l’applicazione di una pomata sulla parte malata. E questa pomata sembrava effettivamente dare un certo sollievo (forse anche solo perché riduceva l’esposizione all’aria delle ulcere, come fa notare nel suo libro il dottor Gelmetti).

Purtroppo, la ricetta di questa pomata non è giunta fino a noi. Sappiamo però che era creata a partire dal grasso di maiale, ed è qui che la storia della medicina interseca quella della gastronomia.
Sì, perché sta per entrare in scena il famoso maiale di sant’Antonio.


HILDEGARD VON BINGEN

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Del maiale non si butta niente

Se hai un ospedale che cura i suoi pazienti facendo un uso intensivo del grasso di maiale, va da sé che dovrai avere un grosso allevamento di maiali da qualche parte.
Da questa situazione consegue un imprevisto, ma non spiacevole, effetto collaterale: dopo aver macellato i maiali per trarne le sostanze necessarie per le terapie, tanto varrà metter da parte le carni e utilizzarle per sfamare i pazienti ricoverati.

Si consolida così, col passar dei secoli, la diffusa consapevolezza che chi dimora negli ospedali degli Antoniani verrà sfamato con la (prelibata!) carne suina – un regime alimentare che, tra l’altro, potrebbe anche esser diventato involontariamente parte integrante della terapia. Non basta certo una dieta variegata per curare tutte le malattie, ma un sostanzioso piatto di carne non poteva che essere un toccasana per tanti uomini medievali poveri, probabilmente sottoalimentati.

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curaepidemiasant'antonio
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