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Dalla bipolarità alla miopia: le 7 malattie del comunicatore digitale

Burdun Iliya | Shutterstock

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 14/01/21

Comunicare la fede attraverso i mezzi che offre internet è complicato. Non basta fare post, tweet, podcast, ecc. Ci sono dei rischi di cui tenere conto

Le 7 malattie del comunicatore digitale che vuole diffondere la fede su internet. Che rischi corre? In quali “patologie” può incorrere?

Comunicare la fede non equivale a trasmettere un insieme di conoscenze astratte o principi etici. Bensì a condividere un annuncio che si fa realtà e diventa azione, che dà vita a numerose iniziative e ispira la quotidianità di molte persone.

Servono innumerevoli atti comunicativi (articoli, post, tweet, stories, video, podcast, scambio di messaggi online) per condividere appieno la promessa del grande messaggio cristiano. La missione non è semplice. Juan Narbona ne parla in “Comunicare la fede oggi (strategie digitali per istituzioni ecclesiali e realtà religiose)” (edizione Città Nuove).

TEENAGER
Di Oleg Golovnev|Shutterstock

E’ facile perdere l’equilibrio

Gestire le risorse digitali è un lavoro che richiede molte capacità e, come nella vita personale, è facile perdere l’equilibrio. Per orientare le persone che svolgono questo lavoro, Narbona associa ad alcune malattie umane gli errori più comuni nella gestione dei messaggi. Ecco quali sono le 7 malattie del comunicatore digitale.

1) Miopia

Il comunicatore miope è quello carente di focus. Improvvisa nelle pubblicazioni e offre i contenuti che gli capita di avere, ma non li produce con una intenzionalità. Parla di tutto e di niente.




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2) Narcisismo

Il narcisista parla solo di sé. Tutti i contenuti che propone sono autoreferenziali e non si prende il disturbo di capire quali siano gli interessi della gente. È convinto che qualsiasi messaggio o notizia debba suscitare l’attenzione degli utenti. Non è interessato a interagire con altri né dedica tempo a seguire le conversazioni in corso.

3) Sordità

Il comunicatore sordo non ascolta il suo pubblico. Pensa che analizzare le statistiche non cambierebbe il suo lavoro e non è attento nemmeno alle tendenze o all’attualità. Preferisce non rispondere ai messaggi degli utenti e crede che partecipare ad altre conversazioni sia una perdita di tempo.

Per guarire, è conveniente acquisire l’abitudine di dedicare i primi minuti del lavoro in rete all’ascolto, seguendo se necessario un protocollo (a. Studiare l’impatto delle pubblicazioni fatte il giorno prima e analizzare le statistiche almeno una volta alla settimana; b. Controllare le menzioni dell’istituzione nelle principali reti sociali e i messaggi ricevuti; c. Leggere gli argomenti più importanti e discussi della giornata prima di pubblicare).


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4) Logorrea

La patisce chi, online, parla troppo e frettolosamente. Pubblica tweet, post, stories e altri contenuti in continuazione e senza sostanza, né bisogno né interesse. Conviene analizzare almeno con cadenza mensile quale è il feedback che ottengono i nostri messaggi (visite, tempo di visita per ogni pagina, like in reti sociali, commenti).

Se è basso, capiremo di non riuscire a coinvolgere i destinatari del messaggio, per cui sarà necessario abbassare il ritmo delle pubblicazioni e impegnarsi nel migliorare la qualità.

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Twitter - Fr. Goyo

5) Apatia

L’apatico è il comunicatore o l’istituzione che mostra indifferenza verso la realtà digitale. Pubblica perché «ci sono tutti ed è facile», ma senza curare i contenuti: si permette errori grammaticali e ortografici, utilizza fotografie di scarsa qualità, non rispetta né si preoccupa di imparare lo stile e le regole di pubblicazione proprie di ogni rete sociale.

Per guarire, serve realizzare benchmarking, vale a dire, confrontarsi con canali di realtà simili alla nostra, che dedicano più impegno all’attività online, traendo vantaggio dal loro esempio. Tutte le arti si imparano per imitazione.


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6) Bipolarità

Si alternano momenti di entusiasmo per la comunicazione con periodi di inattività: si comincia un blog per abbandonarlo poco dopo, si pubblicano immagini su Instagram ma l’assenza di eco ci scoraggia, si aggiorna il sito ma senza una cadenza fissa, si apre una rete sociale senza un motivo particolare e poi si scopre di non avere tempo per mantenere l’impegno. Per evitare ciò, occorre chiudere i canali che non si usano e stabilire un programma di pubblicazioni che dia continuità alla nostra voce in rete.

Por GaudiLab/Shutterstock

7) Aritmia cardiaca

In un’organizzazione, l’aritmia si produce quando i cuori dei responsabili della comunicazione e quelli dei vertici battono a ritmi diversi: i loro obiettivi e le strategie non sono allineati. Non si informano a vicenda: i responsabili generali non considerano la comunicazione come una risorsa utile per dirigere l’istituzione e i comunicatori – magari troppo concentrati sulla gestione dei diversi canali – non riescono a lavorare con la mentalità della direzione.

Una debole comunicazione interna può diminuire la fiducia tra loro, intralciando il buon andamento del lavoro di gruppo. Il piano di comunicazione digitale nasce a partire dal pia- no programmatico dell’organizzazione, per assicurare che si lavora al servizio degli interessi generali.




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La sfida del comunicatore cristiano

«In un’epoca in cui la falsificazione si rivela sempre più sofisticata, abbiamo bisogno di sapienza per accogliere e creare racconti belli, veri e buoni» ha detto papa Francesco.

Con i messaggi che produciamo per la rete tessiamo l’arazzo della nostra storia, ma i fili che lo compongono sono anche le conversazioni delle comunità che parlano intorno a noi. La sfida del comunicatore cristiano è trovare la voce della propria istituzione e sviluppare la capacità di ascolto.


MARSHALL MCLUHAN

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Tags:
comunicazione socialedigitale
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