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Come sto permettendo alla pandemia di rendermi una persona migliore

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Ruslan Sitarchuk | Shutterstock

Isaac Huss - pubblicato il 12/01/21

Avevo bisogno di scoprire non solo come smettere di essere compiacente, ma anche come usare meglio il mio talento e sfruttare le mie capacità per il bene

Siamo onesti: questa pandemia di Covid-19 è strana, e per la maggior parte di noi difficile. Ho avuto molti momenti in cui ero giù, ma ho anche notato un grande frutto nella mia vita tra tutte le difficoltà. È simile a una montagna russa.

Di fatto, alcuni dei momenti più fruttuosi della memoria recente in termini di perspicacia e crescita personale si sono verificati in questi ultimi mesi.

Non riesco a immaginare che potessero aver luogo senza l’aiuto di queste circostanze eccezionalmente difficili.

Quando penso a come questa esperienza negativa in particolare abbia avuto un effetto così drammatico e positivo nella mia vita, non posso evitare di pensare che ci sia qualcosa in una crisi che possa aiutare un uomo single come me a rendersi maggiormente conto del potenziale che Dio gli ha dato.

Essere in genere contrario alle crisi delle dimensioni di una pandemia mi ha fatto pensare a come rispondere ai suoi effetti senza danni collaterali.

La pandemia come opportunità

In primo luogo qualche precedente…

Negli ultimi sei anni ho lavorato per una parrocchia cattolica nel campo delle comunicazioni e del marketing. Amo la mia fede, la maggior parte dei giorni. Non c’è nulla che vorrei fare di più che lavorare per portare il messaggio della Chiesa al suo popolo in modi nuovi e creativi.

Detto questo, ho imparato che dev’esserci qualcosa di particolarmente esigente nel lavorare come laico per la Chiesa. Nonostante le nostre migliori intenzioni, quella che può iniziare come un’opportunità incredibile per servire Dio e il Suo popolo può diventare alla fine semplicemente un altro lavoro.

Diciamo che fino al 1° marzo 2020 ero in una situazione positiva, vivevo comodamente. Dal 19 marzo tutto è cambiato.

È stato allora che ho saputo che in 24 ore avremmo dovuto chiudere le Messe al pubblico per via della diffusione del Covid-19.

E poi mi è venuta un’idea: “Sarà meglio che mi decida a trasmettere dal vivo le nostre Messe!” Perché l’alternativa era che i nostri fedeli fossero completamente scollegati dalla parrocchia, e forse anche da Dio, come risultato… e per chissà quanto tempo!

All’improvviso, il mio lavoro, della cui importanza non avevo mai dubitato, è diventato urgente. E questo ha cambiato tutto.

Dare il massimo

Fino a quel momento avevo lavorato raramente più di 40 ore a settimana, e mai oltre le 45-50. Per i due mesi successivi ho lavorato in media più di 60 ore a settimana, visto che tutta la nostra vita parrocchiale si è dovuta svolgere a distanza e la maggior parte di quel compito è ricaduto su di me.

E il tutto senza sapere se la nostra nomina si sarebbe mantenuta, vista la diminuzione delle entrate (e nel contesto della grande incertezza circa la possibile devastazione umana provocata dal nuovo coronavirus).

È stato un periodo folle e stressante.

C’è stato però qualcosa di incredibilmente soddisfacente nel fatto di alzarmi la mattina, mettere tutto il mio impegno nel lavoro e poi terminare la giornata del tutto esausto, ma anche sapendo di aver fatto qualcosa di assolutamente essenziale. Mi faceva andare avanti e mi incoraggiava.

Mi sono ritrovato ad essere più concentrato, più produttivo e coinvolto nel lavoro che stavo svolgendo. E ho scoperto che quelle virtù si sono estese al resto della mia vita, dall’esercizio alla preghiera personale.

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