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Caro Babbo Natale, sarebbe bello se Giò fosse a casa per Natale

GIOVANNI FUOCHI, LETTERA

Shutterstock - La forza di Giò | Facebook

Annalisa Teggi - pubblicato il 22/12/20

Una coincidenza che sa tanto di provvidenza: un gruppo di bimbi prega e scrive una lettera a Babbo Natale per Giovanni, 18 anni e un tumore cerebrale con cui lotta fin da piccolo. E arriva la notizia che Giò può lasciare l'ospedale e stare in famiglia per le feste.

I bambini si accorgono di tutto, hanno un radar emotivo potentissimo. A Prato, in una classe di terza elementare, i piccoli alunni si sono accorti che la maestra era un po’ triste e da qui è nato un gesto di bene per un ragazzo malato. Giovanni Fuochi ha 18 anni e vive tra ospedale e casa fin da piccolo a causa di un raro tumore cerebrale. La notizia buona è che a Natale non dovrà rimanere in ospedale e c’entrano qualcosa quei bimbi che non hanno trascurato la tristezza della loro maestra.


LETTERA, SANTA, LUCIA

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Perché sei triste?

Bisogna spulciare un po’ tra la cronaca, ma si trova. L’impronta digitale di Dio, intendo.  Raccontantiamo il mondo come se ne fossimo gli autori, ma il copyright resta del Padre. Anziché spiegare i fatti, sarebbe bello talvolta giocare alla versione leggermente modificata di Indovina chi, cioé: indovina a Chi assomigliamo.

Questa notizia trovata su La Nazionemi permette di giocare.

Tutto è nato durante una lezione in classe. La maestra Enrica mentre faceva lezione, un giorno ha fatto trapelare un velo di tristezza. Lei è stata l’insegnante di Giovanni alle scuole elementari e anche oggi si informa sempre sulle sue condizioni di salute che in quei giorni non erano per niente buone. Gli alunni hanno voluto sapere dalla loro maestra perché era così triste: non era semplice curiosità, erano davvero dispiaciuti di vederla così.

Siamo in una scuola. Sì, proprio lei. Quella che in questi mesi è protagonista di cronache sfiduciate, di incognite preoccupanti e vittima di una didattica stravolta dalla pandemia. Quando difendiamo il valore della didattica in presenza, intediamo proprio quella potenza incredibile che è una presenza. Accorgersi dell’altro, mettere dentro la scena del quotidiano uno sguardo non chiuso su di sé. Questi bimbi di terza elementare avranno visto la maestra triste anche se aveva la mascherina. Presenza significa, infatti, mi curo di quello che guardo … e non c’è barriera che tenga.

E da questo piccolo gesto di cura e preoccupazione è nato tutto il resto.

Giovanni il leone

La maestra Enrica Bambini ha risposto alla domanda dei suoi alunni ed è così entrato in scena Giovanni Fuochi, anche lui ex alunno di Enrica:

Stavo spiegando ai bambini – racconta Enrica – che bisogna essere sempre contenti della vita e ho accennato alla vicenda di un mio ex alunno, Giovanni appunto, che in quel momento si trovava in ospedale. Loro mi hanno chiesto cosa potevano fare per aiutare Giovanni e io li ho invitati a pregare per lui. Nei giorni successivi mi raccontavano che avevano dette le preghiere, nelle quali avevano coinvolto perfino le loro mamme, ma volevano adoperarsi anche in altro modo. (Ibid)

18 anni e già 44 interventi subìti, questa la storia strettamente numerica di Giò, un ragazzo diventato maggiorenne lo scorso settembre ma che è stato catapultato fuori dalla spensieratezza infantile fin da piccolissimo. Una rara forma tumorale al cervello lo ha colpito all’età di 2 anni. Da allora l’ospedale Meyer di Firenze è diventata la sua seconda casa.

Oggi si muove su una sedia a rotelle e la sua malattia è tenuta a freno da frequenti interventi chirurgici, si è guadagnato l’appellativo di Leoncino di Casale. Eccolo mentre festeggia la sua maggiore età, in un video condiviso sulla pagina La forza di Giò (associazione voluta dai genitori per raccogliere fondi per la ricerca).

Dio ascolta le preghiere?

Colpisce la libertà della maestra di aver proposto un gesto così chiaro come la preghiera. Altrettanto stupefacente la risposta libera dei bambini che hanno coinvolto le mamme a pregare. E per una volta la notizia non riguarda l’esplodere di una polemica perché a scuola è stato proposto un gesto cristiano.

La notizia è che casualmente, poco dopo la mossa generosa di questa classe, si è saputo che il desiderio espresso dai bambini si è avverato: Giovanni non dovrà trascorrere in ospedale le feste natalizie, ma potrà godersi casa sua e l’affetto dei suoi parenti.

I bimbi, oltre alla preghiera, avevano anche scritto una lettera a Babbo Natale:

Caro Babbo Natale – scrivono i bambini – sarebbe bello che Giò dopo due mesi di ospedale potesse finalmente tornare a casa, riabbracciare i suoi familiari e festeggiare il Natale con tutta la sua famiglia. (Ibid)
WRITING LETTERS
Shutterstock

(Mi auguro di no, ma se esiste ancora qualcuno che si mette a disquisire sulla contrapposizione Dio/Babbo Natale, ho una lunga lista bibliografica da suggerire come corso di recupero. E, come dicono le insegnanti severe, poi interoggo!)

Bussando al Cielo e scrivendo al Polo Nord, la risposta desiderata non si è fatta attendere. Un caso, commenta il fiero razionalista; ma come mai anche al fiero razionalista un pochino si spalanca il cuore quando sembra che la baracca dei fatti umani sia retta dalla Provvidenza? Saremo mica fatti per questa corrispondenza celeste?

Saremo esauditi

Come mai ci sono volte in cui Dio risponde immediatamente alle nostre preghiere? Ma non è un po’ riduttivo trattare la preghiera come un elenco di richieste? E quando la realtà mi colpisce duro nonostante abbia pregato tanto?




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Il cortocircuito di queste domande è facile che ci mandi in tilt. Raccontando questo fatto di cronaca so di confrontarmi con l’ipotesi riduttiva che pregare sia come ordinare un cappuccino e riceverlo di lì a poco. Altrettanto riduttivo è chiedersi il senso di un caffé amaro ricevuto al posto del cappuccino desiderato. Io stessa ci cado ogni giorno in questa trappola, e tento cambiare sguardo, ma ho anche pazienza con la mia anima zoppicante: la preghiera non è la lista dei desiderata, ma ci sono volte in cui un Padre capisce bene tutto il resto anche se il figlio si limita a fare un elenco.

In fondo pregare è essere a casa. Non è uno spazio fisico eppure è anche uno spazio domestico. E’ un momento in cui siamo a casa con nostro Padre. Essere lì con Lui è l’anticipo della garanzia che saremo esauditi. Mentre noi siamo lì a fare l’elenco delle piccole-grandi cose in cui vorremmo essere esauditi, Lui risponde con la sua presenza che ci offre molto più di quello che domandiamo. In fondo, mentre preghiamo siamo nell’unico “posto” in cui siamo già esauditi, perché Dio c’è e non ha occhi che per noi.

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