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Perché il Natale si festeggia il 25 dicembre?

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Maurizio Rossi | Facebook

Roberta Sciamplicotti - pubblicato il 20/12/20

Il Vangelo di Luca, che rievoca la Natività, non menziona alcuna data per questo evento. Quando si è iniziato a festeggiare il Natale?

1. È stato nel IV secolo, con il riconoscimento del cristianesimo nel tessuto sociale dell’Impero romano, che la festa del Natale è stata fissata al 25 dicembre.

Agli albori del cristianesimo, la festa più sentita dai fedeli non era tanto il Natale quanto la Pasqua. La data della vita di Cristo, ma anche di quella di santi e martiri, che si celebrava maggiormente era infatti quella non della nascita ma della morte, ovvero della “nascita al cielo”.

Già nei primi due secoli dell’era cristiana, ad ogni modo, il Natale veniva celebrato sia in Oriente che in Occidente, anche se non ovunque e in un giorno che variava notevolmente in base ai luoghi, spaziando dal 28 marzo ai giorni tra il 18 e il 25 aprile, dal 20 o 29 maggio al 24 giugno e al 17 novembre.

In Occidente si giunse a una concordanza sulla data nel IV secolo, quando il cristianesimo si inserì nel tessuto sociale dell’Impero romano, prima come religione “lecita” (editto di Milano di Costantino del 313) e poi come religione di Stato (editto di Tessalonica di Teodosio del 380).

La fonte più antica di cui si dispone che parla della celebrazione del Natale il 25 dicembre è Ippolito Romano (170 ca.-235), che già verso il 204 riferiva come a Roma si festeggiasse proprio in quella data.

Anche in un primo tentativo di calendario liturgico, la “Depositio Martyrum” dell’anno 336, si afferma che a Roma la festa del Natale veniva celebrata il 25 dicembre. La stessa notizia si riscontra nel Cronografo dell’anno 354, un almanacco illustrato composto per un ricco cristiano in cui figurano due liste di anniversari per la vita ecclesiale, una che elenca i vescovi di Roma non martiri e l’altra che ricorda i martiri di cui si faceva memoria nella Chiesa romana, indicandone data di morte e luogo di sepoltura. In questa seconda lista si legge: “VIII Kal. Ian. (Die Octavo ante Kalendas Ianuarias) natus Christus in Betleem Iudeae”, ovvero “Nell’ottavo giorno prima delle Calende di Gennaio è nato Cristo in Betlemme di Giudea”. Visto che nell’uso latino si contavano il primo e l’ultimo elemento di una serie, l’ottavo giorno prima del 1° gennaio era proprio il 25 dicembre.

Nel 425 l’imperatore Teodosio codificò i riti della festa, che nel 506 divenne di precetto e nel 529 anche festa civile. Le Chiese ortodosse che hanno adottato il calendario giuliano, in ritardo di 13 giorni su quello gregoriano, festeggiano invece il Natale il 7 gennaio.

2. Secondo una delle ipotesi più accreditate, la Chiesa avrebbe scelto il 25 dicembre per cristianizzare la festa pagana del “Sol Invictus” celebrata in quella data.

Perché è stato scelto proprio il 25 dicembre per festeggiare la nascita di Gesù? La risposta non è univoca, e nel corso del tempo si sono susseguite varie ipotesi al riguardo.

Una delle più accreditate è quella per cui la Chiesa scelse questa data per dare un’impronta cristiana al diffuso sentimento religioso derivante dalla celebrazione della festa pagana del “Sol Invictus”, il “Sole vittorioso”, a cui l’imperatore Aureliano aveva dedicato un tempio nell’anno 274 proprio il 25 dicembre. In quel giorno, secondo le conoscenze astronomiche del tempo, i romani credevano che cadesse il solstizio d’inverno – che oggi sappiamo essere invece il 21 -, che poneva fine al giorno di minor luce, indicando l’inizio del periodo in cui il sole diventava più presente.

Il “Sol Invictus” richiamava il dio indo-iranico Mitra, il cui culto, originario dell’Oriente, era diffuso soprattutto negli ambienti militari. L’adorazione del sole aveva riscosso grande successo tra il popolo, e il culto – che aveva sostituito presso i romani i Saturnali, festeggiamenti in onore del dio Saturno che duravano dal 19 al 25 dicembre e nei quali ci si scambiavano doni per augurare pace e prosperità – venne sfruttato dall’autorità imperiale piegandolo alla devozione verso l’imperatore. Nel Cronografo citato in precedenza, al 25 dicembre si legge “N(atalis) Invicti, c(ircenses) m(issus) XXX”, alludendo ai festeggiamenti pubblici prescritti per il Natale del Sole invitto.

La Chiesa avrebbe dunque deciso di inserirsi in questo contesto anche grazie al sostegno di alcuni passi biblici già interpretati in senso cristologico, come la profezia sul “sole di giustizia” che sarebbe sorto “con raggi benefici” (Malachia 3,20). Lo stesso Gesù, del resto, aveva detto: “Io sono la luce del mondo” (Gv, 8, 12). Anche il testo del capitolo 9 di Isaia è molto chiaro al riguardo: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa, una luce rifulse” (9,1). In un mosaico del II-III secolo conservato nella necropoli vaticana si trova già un’immagine di Cristo come sole sul carro trionfale.

Secondo altri commentatori, la data del 25 dicembre è stata ricavata partendo dalla data di morte di Cristo, fissata al 25 marzo; presumendo che questa fosse caduta esattamente 33 anni dopo la sua incarnazione, fissata quindi anch’essa il 25 marzo, la nascita doveva essere avvenuta nove mesi dopo, quindi il 25 dicembre.

3. Alcune ricerche condotte a partire dal Vangelo di Luca indicano con una forte probabilità che Gesù potrebbe essere nato davvero il 25 dicembre.

Ma Gesù è nato davvero il 25 dicembre? Una risposta affermativa sembrerebbe giungere dagli studi del professor Shemarjahu Talmon, dell’Università Ebraica di Gerusalemme. Il docente è partito dal passo del Vangelo di Luca (1, 5-13) in cui si dice che al tempo in cui Erode era re della Giudea c’era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abìa, marito di Elisabetta.

Luca dice che “mentre Zaccaria officiava davanti al Signore nel turno della sua classe, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, gli toccò in sorte di entrare nel tempio per fare l’offerta dell’incenso”, e in quel momento gli apparve un angelo che gli predisse la nascita di un figlio, che avrebbe chiamato Giovanni (il Battista).

Si sa che coloro che nell’antico Israele appartenevano alla casta sacerdotale erano divisi in 24 classi, che si avvicendavano in ordine immutabile e dovevano prestare servizio liturgico al tempio per una settimana, da sabato a sabato, due volte all’anno. La classe di Zaccaria, quella di Abìa, era l’ottava nell’elenco ufficiale.

Con l’aiuto del calendario della comunità essena di Qumrân, il professor Talmon ne ha ricostruito i turni, il secondo dei quali cadeva alla fine di settembre. Le antiche Chiese d’Oriente celebrano infatti il concepimento di Giovanni tra il 23 e il 25 settembre.

L’evangelista Luca dice che l’annunciazione dell’angelo Gabriele a Maria avvenne sei mesi dopo il concepimento di Giovanni (Lc, 1, 26). Le liturgie orientali ed occidentali concordano nell’identificare questa data con il 31 del mese di Adar, che corrisponde al nostro 25 marzo, data in cui la Chiesa celebra infatti l’annuncio dell’angelo e il concepimento di Gesù. La data della nascita, quindi, dovrebbe essere posta 9 mesi dopo, appunto il 25 dicembre.

Il liturgista Tommaso Federici, che come riporta Tempi, ha ricordato su L’Osservatore Romano alla vigilia di Natale del 1998 gli studi del professor Talmon e della specialista Annie Jaubert che confermerebbero la data del 25 dicembre in base ai documenti di Qumran, ha affermato su questa base che “quando la Chiesa celebra la nascita di Gesù nella terza decade di dicembre, attinge all’ininterrotta memoria delle prime comunità cristiane riguardo ai fatti evangelici e ai luoghi in cui accaddero… il 25 marzo e il 25 dicembre per l’annunciazione del Signore e per la sua nascita non furono arbitrarie, e non provengono da ideologie di riporto”.

Gli studi del professor Talmon non hanno tuttavia messo a tacere le voci che sostengono l’infondatezza di questa data, ritenuta in contrasto proprio con il racconto evangelico di Luca, che parla di pastori che passavano la notte all’aperto, evocando un contesto più primaverile che invernale.

A questo proposito, sono state però ricordate le norme di purità tipiche dell’ebraismo, richiamando antichi trattati in cui le greggi venivano distinte in tre tipi: quelle composte solo da pecore dalla lana bianca, ritenute pure e che dopo il pascolo potevano rientrare nell’ovile del centro abitato; quelle composte da pecore dalla lana in parte bianca e in parte nera, che la sera potevano rientrare nell’ovile che doveva però trovarsi necessariamente fuori dal centro abitato; quelle con pecore dalla lana nera, ritenute impure, che non potevano entrare né in città né nell’ovile, dovendo quindi restare sempre all’aperto con i loro pastori, in qualsiasi periodo dell’anno. Il Vangelo potrebbe quindi riferirsi a greggi di pecore nere, che dovevano per forza restare fuori. Luca, inoltre, ricorda che i pastori facevano turni di guardia, il che indicherebbe una notte lunga e fredda, idonea al contesto invernale.

Proprio la notte ospita la Messa più tradizionale del Natale, quella di mezzanotte, che ricorda come il Papa a Roma fosse solito celebrare tre Eucaristie in quella festività, la prima delle quali iniziava intorno alla nostra mezzanotte e si celebrava nella basilica di Santa Maria Maggiore, dove secondo la tradizione si trovano le reliquie della mangiatoia nella quale venne deposto il bambino Gesù. Il Pontefice celebrava poi la Messa per la comunità greca a Roma nella chiesa di Santa Anastasia, forse in ricordo dell’“anastasis”, la resurrezione; era la celebrazione che oggi nel Messale figura come “Messa dell’aurora”. La terza Messa era infine quella che noi chiamiamo “del giorno”, che il Papa celebrava a San Pietro, che si trovava fuori dalle mura romane, per chi viveva fuori porta, essenzialmente la popolazione rurale.

Come ha affermato padre Antonio Spadaro su Il Fatto Quotidiano del 1° dicembre 2020 sulla Messa di Natale, quello che conta a livello simbolico non è “l’orario esatto – che sia la mezzanotte o qualunque altra ora – ma il fatto che si celebri quando non c’è luce, quando è buio. E questo proprio per rendere evidente il senso simbolico della festa”. “La Messa non è la ‘Messa di mezzanotte’, ma ‘della notte’”. Visto che quest’anno, per via delle restrizioni dovute al coronavirus, molte chiese anticiperanno le celebrazioni, si comprende “che la celebrazione della notte che dovesse svolgersi quando è buio, ma in un orario precedente alla mezzanotte, non fa di certo ‘nascere’ Gesù in anticipo”.

4. Sant’Agostino e le fonti antiche

Come ha ricordato Giovanni Marcotullio su La Porzione, nel suo trattato Sulla Trinità Sant’Agostino scrisse: «Non senza ragione nella formazione del corpo del Signore, simboleggiato dal tempio distrutto dai Giudei e che Cristo si riprometteva di restaurare in tre giorni, il numero sei rappresenta un anno. Gli risposero infatti i Giudei: Sono stati necessari quarantasei anni per edificare il tempio. Ora quarantasei volte sei fa duecentosettantasei, che è il numero di giorni contenuto in nove mesi e sei giorni, tempo che si computa come se fossero dieci mesi per le donne incinte. Non che tutte le donne arrivino nella loro gravidanza a nove mesi e sei giorni, ma perché il corpo del Signore ha impiegato tale numero di giorni per giungere a termine perfettamente costituito, come risulta da una antica tradizione alla quale si attiene l’autorità della Chiesa, si crede che sia stato concepito il venticinque marzo, che è anche il giorno della sua passione. Così il sepolcro nuovo in cui fu sepolto, nel quale nessun morto fu posto né prima né dopo, rassomiglia al seno della Vergine in cui fu concepito e nel quale nessun mortale fu generato. D’altra parte secondo la tradizione nacque il 25 dicembre. Ora dal giorno della concezione a quello della nascita si hanno duecentosettantasei giorni, numero uguale a quarantasei volte sei. In quarantasei anni fu costruito il tempio, perché nel numero di giorni corrispondente a quarantasei per sei si formò completamente il corpo del Signore, distrutto dalla morte inflittagli e da lui risuscitato dopo tre giorni. Infatti diceva questo del suo corpo, come lo prova la testimonianza così chiara e forte del Vangelo: Come Giona stette tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo starà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (De Trinitate, IV,5.9).

Quale sarebbe l’“antica tradizione” a cui fa riferimento Agostino parlando dei 276 giorni della gestazione di Cristo?

A Roma, probabilmente nei primi decennî del III secolo, Ippolito scrisse nel suo Commento a Daniele: “La prima parusia di nostro Signore, la parusia nella carne che lo fa nascere a Betlemme, ha avuto luogo l’ottavo giorno delle calende di gennaio [ossia il 25 dicembre], un mercoledì, nel quarantaduesimo anno del regno di Augusto […]” (IV,22-24). A Petovio (l’attuale Ptuj, in Slovenia), verso la fine dello stesso secolo Vittorino scriveva: “Abbiamo trovato, tra le carte di Alessandro, che fu Vescovo a Gerusalemme, ciò che egli trascrisse di suo pugno da documenti apostolici: l’ottavo giorno delle calende di gennaio [ossia il 25 dicembre] è nato Nostro Signore Gesù Cristo, sotto il consolato di Sulpicio e Camerino […]”. Ad Alessandria d’Egitto, Clemente vari decenni prima (presumibilmente a cavallo tra il II e il III secolo) raccoglieva interminabili cronologie a lui precedenti che non concordano tra loro. Personalmente, festeggiava il Natale di Cristo il 15 del mese di Tubi, ossia il 6 gennaio, la stessa data in cui “quelli della setta di Basilide [degli gnostici, n.d.r.] festeggiano anche il giorno del suo battesimo”.

L’oscillazione di Clemente di fronte alla concordanza di Ippolito e Vittorino sul 25 dicembre non deve stupire troppo se si considera che Alessandria era un grande punto di incontro tra culture diverse. Confrontando i calendari ebraici con quello giuliano, Gianantonio Borgonovo ha sottolineato che “il 25 dicembre e il 6 gennaio fanno riferimento alla stessa data, ovvero il 25 di Tevet del calendario ebraico”, con il 25 dicembre che “sarebbe la trascrizione popolare del giorno ebraico, mentre il 6 gennaio ne sarebbe l’equivalente preciso”.

Tenendo per ferma l’ipotesi della coincidenza storica delle due date come risultanza di una sovrapposizione di calendari, sarebbe possibile anche individuare l’anno esatto della nascita storica di Cristo: tra il 10 a.C. e il 10 d.C., “un solo anno – infatti – presenta l’equivalenza del 25 di Tevet con il 6 gennaio. Precisamente è il 3.756 dalla creazione del mondo secondo il computo ebraico. È il nostro 5 a.C.”.

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