Aleteia logoAleteia logoAleteia
venerdì 23 Febbraio |
Aleteia logo
For Her
separateurCreated with Sketch.

Domanda insopportabile: cosa vuole dirti con questo dolore il Signore?

CONCERN

Stock-Asso | Shutterstock

Semplici scatti - pubblicato il 14/12/20

La risposta di pancia: "E che ne so io! ma che razza di domanda è?!!". Ma poi comprendo che dietro quella frase, è nascosto l'unico modo che ho per non vivere la vita aggrappata alla mia piccola e mediocre visione della realtà

di Francesca Centofanti

C’è una frase che ho sentito talmente tante volte nella mia vita che per sfinimento l’ho infilata dentro al cassetto delle “frasi fatte” (quella modalità di dialogo che tu parli e io già so esattamente cosa devo risponderti ancor prima che finisci di parlare).

Allora faccio come quando ti arrivano certe telefonate assillanti, quelle che parte la musichetta o c’è una voce dall’altra parte della cornetta che ti chiede fino all’asfissio se vuoi dell’olio del frantoio fresco fresco, fatto con le olive appena pestate dai loro benedettissimi piedi.

Quelle telefonate che appena attacchi, il dito indice va in automatico sul tasto “aggiungi a lista nera” e non se ne parla più!

Non tutti capiranno quello che sto dicendo, ma non è importante.

Cosa ti vorrà dire con questo il Signore?

La scena su per giù mi si presenta così, sintetizzando telegraficamente: all’esternazione di una sofferenza, di una difficoltà… zac! arriva la frase fatta:

Cosa ti vorrà dire con questo il Signore?

Cosa mi vorrà dire con questo il Signore???

Ora la musicalità della domanda è diversa, il tono è tutto proteso in alto, verso le ultime parole, come i tre punti interrogativi; insomma come per chiedere:

Ma davvero mi stai facendo questa domanda, mentre mi guardi rantolare per terra in mezzo al mio dolore?



Leggi anche:
Quando scoppia la tempesta, chi è la tua roccia?

E che ne so io! ma che razza di domanda è?!!

E con tutta la maldisposizione che ho addosso, mi viene solo da rispondere:

E che ne so io! ma che razza di domanda è?!!

Ecco, questo è il primo impatto. Umanissimo. Impulsivo. Terra terra. Di pancia.

Esattamente la reazione di chi vive sul filo delle emozioni, di chi vive pensando che quello che gli scalda il cuore sia una cosa buona per lui, invece quello che lo destabilizza, una cosa cattiva.

Grazie a Dio, oltre ad appartenere proprio a questa categoria, cioè sballottata e tirata al guinzaglio dalla mia pancia, rifletto.

Grazie a Dio. Sono capace di fermarmi. Ogni tanto. Di fissare gli occhi dentro uno specchio, e di guardarmi e di pensare.

Superare il fastidio della domanda e lasciarsi interrogare

Penso e rifletto, soprattutto grazie all’infinità di Parole gratuite che in questi decenni mi sono cadute dal Cielo. Letteralmente addosso. E che mi hanno bagnato. Arato. Concimato.

E ogni tanto, i frutti di questa semina, spuntano fuori dal terreno. E allora vado oltre quel fastidio fisico. Oltre quella sensazione a pelle, troppo spesso così invalidante.

Perché dietro quell’apparentemente insopportabile frase fatta (“cosa vuole dirti?“), capisco che invece è nascosto l’unico modo che abbiamo per non vivere la vita, aggrappati alla nostra piccola, mediocre visione che abbiamo di essa.

Qual è il senso di tutto questo dolore?

Allora oggi la domanda la rivolgo a me stessa: questo tempo, questa pandemia, questa precarietà, quando sarà finita, cosa mi avrà lasciato? E di conseguenza io, cosa avrò lasciato ai miei figli?

Ci saremo fatti dire qualcosa dal Signore? Oppure un treno, nella sua folle corsa, ci sarà passato sopra come un’enorme “sfiga”, senza lasciare alcun superstite?

Saremo riusciti a trovare una risposta, o avremo passato il nostro tempo tra arrabbiature e polemiche?

Io ho deciso. Voglio trovare una risposta. O per lo meno cercarla (perché non sempre il Signore risponde quando vogliamo noi).

Voglio capire cosa ci ho fatto di questo tempo, che magari è pure l’ultimo.

Voglio che non passi via tra una chiacchiera e un litigio. Tra un attacco d’ira e una disputa. Tra un confronto e un dibattito.

Che non passi via senza lasciare un segno. Sì un segno, un memoriale.

Come quelle pietre che gli antichi trovavano sul loro tragitto. Sul ciglio della strada. Ogni tanto si fermavano, riprendevano fiato e leggevano. E su quel segnale sapevano essere scolpita una certezza, una verità:

Quanto ho camminato fino ad ora e quanto mi resta da camminare.

Basterebbe aver capito questo, per sapere che il mio tempo, non è stato un tempo sprecato.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DA SEMPLICI SCATTI

Tags:
amore di diodolore
Top 10
See More