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Così muore un padre spirituale che amava le anime semplici

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Giovanni Marcotullio - pubblicato il 03/12/20

Il 23 novembre scorso è morto a Roma il gesuita Giandomenico Mucci, che dal 1988 era stato padre spirituale della Pontificia Accademia Ecclesiastica, e che aveva esercitato tale alto ministero in moltissime (talvolta insospettabili) “periferie” ecclesiali ed esistenziali. Il suo ultimo contributo per La Civiltà Cattolica – di cui è stato lungamente redattore – è una riflessione sulla Spiritualità del morire.

La morte di un padre è un evento luttuoso che segna una pietra miliare nella vita dei figli, i quali non a caso da quel momento sono detti “orfani”. Ciò vale per i padri biologici ma pure per quelli adottivi e/o spirituali.

Come l’Osservatore Romano e papa Francesco ricordarono il padre Mucci

Quando mi è stata data la notizia della morte del padre Giandomenico Mucci, che pure era prevedibile da qualche mese e negli ultimi giorni anche palpabile nell’aria, mi è riaffiorato allo spirito il grido di Eliseo che vede Elia salire al cielo rapito in un carro di fuoco: «Padre mio, padre mio! Cocchio di Israele e suo cocchiere!» (2Re 2,12). E certo i figli spirituali del padre Mucci sono più nell’ordine del numero dei sacerdoti di Baal che in quello del solo Eliseo. Di lui infatti il Santo Padre – che conoscendolo bene lo teneva in forte considerazione – scrisse il 26 novembre u.s.:

[…] Rifuggendo la mondanità e vivendo con semplicità, è stato testimone e maestro di vita spirituale per molti, in particolare per i sacerdoti che nel corso di un trentennio ha accompagnato presso la Pontificia Accademia Ecclesiastica e anche in seguito, umile e apprezzato punto di riferimento a Roma e presso le Rappresentanze Pontificie.

Mons. Luigi Roberto Cona, uno di questi numerosissimi diplomatici da lui adottati in Cristo, lo ha così ricordato in un corsivo pubblicato il 24 novembre sull’Osservatore Romano:

Formatore di generazioni di diplomatici pontifici, lo ricordiamo mentre, vestito senza fronzoli e con incedere spigliato seppur claudicante, raggiungeva il suo posto per tenerci memorabili conferenze spirituali. Destava meraviglia che sul tavolo non posasse altro che il suo vecchio orologio. Spoglio di appunti ma ricco di parole, il suo eloquio sorprendeva: quanto gli usciva dalla bocca si poteva trascrivere e pubblicare sine glossa. Il valore di quanto diceva non risiedeva tuttavia nella forma letteraria e nemmeno nella profusione di autori citati (tutti amici venerabili, coi quali assicurava che non si sarebbe mai annoiato nell’eternità), bensì nei contenuti. Nelle sue meditazioni accuratamente cronometrate (non sforava mai i tempi), da fedele figlio di sant’Ignazio sapeva distillarci l’essenziale: la guida dello Spirito Santo, protagonista della vita spirituale (mirabili i suoi commenti ai sette doni); la purificazione del cuore, per lui “l’arte somma” del vivere; la preghiera, mai limitabile a pratiche e a riti, ma destinata a portare il cuore al Signore, in un’effusione trasparente di affetti, stando “come bimbi davanti alla Maestà di Dio”, secondo le parole dell’amata s. Gemma Galgani.

Una cosa che mi colpiva di quest’uomo dottissimo – il quale citava lungamente il Faust di Goethe a memoria (e in originale) – era la sua predilezione per “santi piccoli”, che non gli piaceva neppure chiamare quelli “della porta accanto”: Gemma Galgani, Bernadette Soubirous, Therese di Lisieux, e altre anime semplici alla cui scuola gioiosamente si metteva – entusiasta nel constatare quanto i suoi lunghi studî si trovassero già tutti compendiati nelle parole e negli atti di quegli spiriti eletti.


SAINT GEMMA GALGANI

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Fino nelle sue ultime volontà – lo ha ricordato mons. Cona – si è trovata una traccia di quella predilezione per gli animi semplici, per le vite che scorrono lontane da ogni tipo di riflettori e talvolta anche in un’incertezza complessiva quanto all’ultimo orizzonte:

Nelle ultime volontà ha disposto che il suo corpo venga tumulato lontano da Roma, dove era di casa presso un istituto religioso, dimora accogliente per ragazze madri e per i loro figli. Lì era sempre atteso e apprezzato per il suo consiglio paterno e per la sua premura di “nonno”. La vicinanza ai semplici e ai provati dalla vita gli veniva spontanea: era padre spirituale fino in fondo, di tutti, senza preferenza di sorta.

Conosco piuttosto bene quella casa, mi ricordo quando tutto contento poteva recarvisi (non guidava ma per gli spostamenti aveva fondato la “SARP” – Società Accompagnatori Reverendo Padre) e aveva cura di portarsi una busta di caramelle per quei bambini figli di padri che spesso si erano volatilizzati.

Papa Francesco aveva sottolineato anch’egli questi tratti, nel suo ricordo indirizzato al preposito generale Sosa:

Tanti hanno trovato in lui un padre, che con sensibilità e delicatezza non si stancava di portare nel cuore e nell’orazione chi si affidava a lui. Questa disponibilità genuina e premurosa conferiva un tratto di tenerezza alla sua rigorosa laboriosità e alla vasta conoscenza che lo connotava.

«La morte mette il mondo in questione»

Ho potuto leggere il suo ultimo scritto per La Civiltà Cattolica, rivista per la quale era diventato ed era stato giornalista – tra i massimi vertici del giornalismo culturale a me noti –: una riflessione sulla morte che verrà pubblicata nel numero 4091, in uscita sabato 5 dicembre. Sei brevi paginette vergate nell’ultimo periodo della sua malattia, quello doloroso e invalidante: si aprono con le citazioni di Franz Kafka e di Simone de Beauvoir, seguite a ruota da quelle di Zygmunt Bauman e Remo Bodei – ah, quale appassionata ricerca lo spingeva a indagare le pagine di pensatori non credenti sulla pista delle loro domande!

«La morte mette il mondo in questione», scrisse dunque l’autrice femminista francese, che nelle colonne del padre Mucci compare così una decisiva spanna sopra a

chi vorrebbe tacerne [della morte, N.d.R.] la presenza sovrana, [mentre] il suo fantasma compare in quei discorsi che ad essa alludono.

Giandomenico Mucci, La spiritualità del morire, in La Civiltà Cattolica 4091, 500-506, 500

Dapprima il padre stilava il mesto inventario delle trovate di chi vive senza speranza per arginare la morte, tra cui

[…] l’antidepressivo che l’industria farmaceutica sta preparando contro quella “malattia mentale” che il Dsm, manuale diagnostico e statistico degli psichiatri, chiama “malessere del lutto”.

Ivi, 501

Povero Eliseo – verrebbe da dire –: qualcuno oggi gli prescriverebbe dei farmaci per non fargli gridare al cielo il suo dolore. E per mostrare un contrasto fra il sentire comune (coi fili commerciali che lo tirano) e la proposta di veri intellettuali, anche non credenti, il padre annotava la riflessione di Bodei:

«Una risposta “laica” a tali aspettative [la fede cristiana nella risurrezione e nella vita eterna, N.d.R.] sta anche nel non irriderle, nel comprenderne appieno il senso, nel rendersi conto che la semplice negazione di queste speranze amputa la nostra umanità, che la nostra morte è carica di significati che non si possono banalmente ridurre alla cessazione del respiro o dell’attività cerebrale». Parola di un filosofo “laico”.

Ibid.

Al contempo, e rivolgendosi ad intra, agli ambienti ecclesiali, il padre invitava a

non dimenticare le verità che sono tali soltanto per la Chiesa, quelle che i “laici” prendono per miti o superstizioni: il Dio trinitario, la risurrezione di Cristo, la figura di Maria, la gravità del peccato personale e sociale. Tra queste verità si collocano sia il significato biblico della morte sia la vita eterna dopo la morte terrena.

Ibid.

Sul bisogno di purificare lo stesso parterre teologico cristiano

Appassionato studioso della modernità in molte delle sue espressioni, il padre era grande anche nel suo rifuggire da qualunque “apologetica giustificazionista”: se il mondo non capisce la Chiesa ciò si deve in parte al peccato che in esso domina sfrenato, ma in parte pure alle deformazioni che per effetto dello stesso peccato (il quale pure in lei, benché indebolito e lasciato ad agonem, tuttora opera) si dànno. In parole povere, i cristiani hanno la loro parte di colpa, se il messaggio evangelico non viene comunicato sempre con l’auspicabile trasparenza:

Per apprezzare la profonda sapienza della concezione cristiana della morte e del morire è necessario innanzitutto sgombrare la mente dalle immagini terrificanti con le quali, nei secoli passati e fino ai primi del Novecento, la pubblicistica devozionale e la predicazione quaresimale si compiacevano di parlare con eccessivo e unilaterale verismo della morte. Il fine edificante di richiamare i fedeli alla realtà escatologica, così facilmente dimenticata, faceva esprimere i predicatori in maniera ossessiva sui particolari più ripugnanti della corruzione a cui è sottoposto, dopo la morte, il corpo umano.

Ivi, 502

Per mera reazione al mondo, che ha sempre fatto tutto il possibile per dis-trarsi dalla considerazione della natura caduca dell’uomo, i cristiani hanno enfatizzato una concentrazione su quegli aspetti che lasciava poco spazio all’evangelo della vita (e della vita eterna). Nelle ultime settimane del suo pellegrinaggio terreno, mentre scriveva quest’articolo finale, il padre Mucci si rimetteva alla scuola di Romano Guardini, «il pensatore che più e meglio di altri ha inserito la teologia delle cose ultime nel vivo della problematica contemporanea» (ivi, 503).

E di lì una rigorosa riflessione sulla morte come conseguenza del peccato («è un esplicito insegnamento della Scrittura» [ibid.]) e l’arrendersi davanti alla domanda su come sarebbe andata in un mondo in cui l’uomo non avesse peccato:

Ma la vita avrebbe sempre avuto un termine, oggi a noi ignoto.

Ibid.

Tema teologico-antropologico portato alla ribalta della disputa ecclesiale dai pelagiani, all’alba del V secolo, e di lì rimaneggiato ininterrottamente fino a oggi:

Anche se l’uomo non avesse peccato, la sua vita avrebbe avuto il suo termine, perché appartiene al tempo: sarebbe stata una fine senza i caratteri dolorosi che la morte ha per noi dopo l’antica colpa. Ma tra questa cosa e la morte si è inserita la morte di Cristo, vera e crudele, il mistero di Dio che si è voluto assimilare all’uomo peccatore, espiando il peccato, lasciandone all’uomo il ricordo nella morte, promettendogli il ritorno alla vita come partecipazione dell’uomo alla resurrezione che doveva seguire la morte del Dio che si è incarnato per condividere la sorte dell’uomo.

Ivi, 504

Riecheggiando una riflessione del valdese Paolo Ricca – era bellissima la genuina tensione ecumenica di questo cattolico tutto d’un pezzo –, il padre Mucci ricordava infine “un paradosso”:

L’insegnamento di Cristo non inculca la paura di morire, ma la responsabilità del vivere. Se la morte è un segno (il segno) che la vita non è eterna, la risurrezione promessa da Cristo è il segno che la morte non è eterna.

Ivi, 505

Il pensiero della morte diventa dunque come una salda incudine su cui la pratica delle virtù, a mo’ di martello battente, forgia la personalità dell’uomo nel tempo e per l’eternità. E questo comporta conseguenze nell’escatologia, che non deve essere abbandonata – sovente con banalità spacciata per misericordia – a una generica e superficiale apocatastasi: la morte va invece attesa proprio come il momento oltre il quale l’uomo non potrà più lavorare su di sé, ma si ritroverà esattamente come sarà giunto ad essere mediante la sinergia con la grazia divina.




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Il padre Mucci ci insegnava poi che quella grazia passava anzitutto tramite la Parola e i Sacramenti, e confluiva nel grande oceano della comunione dei santi, quanto ai quali però – riteneva – avremo molte sorprese: «Uno che ha scritto l’Ave Verum Corpus [parlava di Mozart, N.d.R.] non può stare all’inferno solo perché è stato un massone e su di lui pendeva una scomunica, e chi dice il contrario è un imbecille». Tanto per dare un saggio delle sue sentenze (rudi ma irreplicabili).




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E di Mozart il padre teneva un busto di fronte alla sua scrivania; accanto a quello uno di Beethoven, e del sommo Bach, e di Leopardi e Dante. E poi di seguito un pingue roseo pupazzetto a forma di maiale, del quale esclamava: «Ah, sì! Poi c’è mio fratello, il porco!». Lo diceva anche da diabetico cronico insulino-dipendente, pertanto aggiungeva iperbolicamente: «Non c’è un uomo utile come quell’animale!»; d’altro canto, però, gli piaceva “dissacrare” quel suo piccolo pantheon di spiriti magni con la presenza palpabile della comune natura animale, verso la quale avere com-passione, sì, ma perfino sim-patia.

Tutto questo fino a qualche anno fa, quando il padre – volendosi preparare al proprio transito (e non ancora affetto dalla “malattia per la morte”) – diede via i suoi libri e liberò la propria stanza: «Ho ricominciato a leggere la Bibbia dall’inizio, per l’ultima volta», mi disse un giorno. E qualche anno prima aveva «ricominciato la Commedia dall’inizio, per l’ultima volta» – mano a mano poi sfrondava le letture, perfino i grandi classici cristiani, restando progressivamente «solo con Cristo solo», «cor ad cor». «Visita le Catacombe, Giovanni» – mi esortava: «Soffermati davanti a quelle epigrafi, che testimoniano la fede e il sangue dei cristiani. Non c’è a Roma un luogo più santo di quelli». Non a caso pure l’ultimo articolo per La Civiltà Cattolica si chiude con uno di quegli epitaffi, quello del prete Tigrino, che al tempo di Leone Magno (dunque nel V secolo) così raccoglieva in pochi segni la sua fede:

Per la mia sorte ultima non ho timore alcuno, unica speranza per me di salvezza è infatti Cristo, sotto la cui guida la morte muore.

Ivi, 506

Vivere l’“orfananza spirituale”

Quando muore un padre spirituale si resta orfani, analogamente a quando muore un padre biologico: non vale il detto “morto un padre spirituale se ne fa un altro”. O meglio, poiché «Dio può dare ad Abramo figli da queste pietre» (Mt 3,9), Egli – «dal quale prende il nome ogni paternità in cielo e in terra» (Ef 3,15) – può mandare ai suoi figli altri fratelli e amici più progrediti che proseguano nel delicato compito di guidare i primi sulla via della perfezione. Il che non toglie, tuttavia, che da un lato il padre continui a intercedere per i figli nella comunione dei santi; e dall’altro che i figli crescano e – fatta salva la loro necessità di condividere solide amicizie spirituali – diventino a loro volta riferimenti saldi per altri che muovono i primi passi nella sequela di Gesù.

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