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Sacerdote con un cancro terminale: perde gli occhi, ma non perde la fede

Jesús V. Picón - pubblicato il 26/11/20

Tumore al cranio e si curava solo il Covid

Ora ci dica di lei. Cos’è successo?

Da un po’ di tempo, circa un anno e mezzo, ho cominciato ad avere fastidi all’occhio destro. Ho pensato che fosse dovuto alla stanchezza, perché era un periodo in cui mi avevano chiesto di collaborare in seminario come vice-rettore della sezione introduttiva e di insegnare allo stesso tempo, e l’anno successivo sono diventato rettore di quella sezione. La pressione era tanta, perché al contempo ero anche cappellano delle religiose della nostra comunità.

Alla fine di gennaio 2020 sono andato però negli Stati Uniti, in Oklahoma, e in una delle Messe ho sentito che l’occhio destro mi si chiudeva, si infiammava. Quando sono tornato sono andato in ospedale, mi hanno sottoposto a un’ecografia e hanno individuato un tumore nell’occhio. Mi hanno mandato in un altro ospedale, l’Istituto Nazionale di Malattie Neoplastiche, dove mi hanno fatto una tac ed è risultato che il tumore non era solo nell’occhio, ma anche nelle zone chiamate etmoidi ed esfenoidi, quindi in una parte interiore del cranio e in parte dell’occhio.

Quando hanno iniziato a curarmi è arrivata la pandemia, e tutti gli ospedali sono stati chiusi. Si curava solo il Covid. Mi sono visto privato dell’assistenza, e l’occhio ha iniziato a infiammarsi troppo. Avevo dolori intensi, fortissimi, al punto che ho dovuto ricorrere alle cure palliative, e il dolore poteva essere placato solo con la morfina.

Ho aspettato marzo, aprile e maggio, fino a giugno, ma a luglio avevo già perso la vista all’occhio destro, e all’ospedale ho dovuto aspettare fino al 19 agosto. Cinque mesi per poter essere operato! Ho anche avuto problemi perché non avevo la residenza peruviana, né l’assicurazione del Perù, ma non ho voluto recarmi in un ospedale privato ma in quello dei poveri, quello dei miei fratelli peruviani, perché ho fatto voto di povertà, e non potrei curarmi in un ospedale per ricchi, sarebbe un’incoerenza.

Mi hanno assistito nel miglior ospedale specializzato, l’Hospital Nacional Arzobispo Loayza. All’Istituto Nazionale di Malattie Neoplastiche mi avevano detto che il tumore era benigno ma molto aggressivo, che aumentava molto rapidamente, e che mi dovevano curare al Loayza, perché è lì che curano i casi di tumori benigni.

E allora mi hanno operato lì, la prima volta il 5 settembre. Mi hanno poi sottoposto a un altro intervento più grande, durato circa 13 ore, in cui sono intervenute molte specializzazioni perché il medico ha detto che il tumore aveva già raggiunto una zona molto pericolosa e che stava opprimendo una vena importante, la carotide interna destra, e per questo il sangue non saliva al lato destro della testa; e non si può più fare niente per questo.

La carotide sinistra sta facendo tutto il lavoro, deve pompare sangue al massimo, sta facendo un ponte verso destra. Il medico dice che non si spiega come la carotide sinistra abbia assunto automaticamente tutto il lavoro. Mi hanno poi sottoposto a un terzo intervento, ricostruttivo.

Mi hanno dimesso e hanno detto che avrei dovuto essere controllato dai medici, ma il dottore mi ha detto: “Ho un piccolo dubbio, le farò fare uno studio di istochimica per scartare l’ipotesi che l’infiammazione derivi da un’infezione”. Il risultato è stato che il tumore che si pensava fosse benigno è invece maligno.

E quindi mi hanno diagnosticato un “cancro radio-facciale di terzo grado”.

Qualità di vita

Cosa significa che sia di terzo grado, padre Emmanuelle?

Il cancro di terzo grado significa che ha già fatto metastasi, che è già passato ad altri organi. Il mio è iniziato nella parte alta del naso, e da lì è passato allo sfenoide, all’occhio e alla parte del retro del cranio.

L’occhio si è infiammato di nuovo come all’inizio, e l’operazione non serve più. Dovevamo tentare radioterapia e chemioterapia, ma il neurologo ci ha detto che non servirebbe, perché il tumore è così nascosto da essere inoperabile, e che non può arrivare fin lì, perché se lo fa potrebbe provocarmi un danno e morirei.

Dovevo fare il primo ciclo di chemioterapia e radiazioni. Parlando con i miei superiori mi hanno detto che dovevo decidere, ma di considerare che con le radiazioni mi sarei stancato, e che se volevo andare in Messico non avrei potuto viaggiare più. Il dottore suggerisce che mi diano qualità di vita, e quindi l’unica cosa che riceverò sono le cure palliative.

Fondamentalmente non c’è cura per il mio problema. I medici dicono che, per il modo in cui evolve il mio tumore, mi restano probabilmente 7 o 8 mesi di vita. Parlando a livello medico. Cristianamente parlano, però, chi lo sa, magari molti anni.

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cancrofedesacerdotetumore
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