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Sacerdote con un cancro terminale: perde gli occhi, ma non perde la fede

Jesús V. Picón - pubblicato il 26/11/20

Cosa ci guadagna un autore di graffiti facendo quello che fa? È un atto di ribellione?

In linea generale ci sono due tipi di autori di graffiti. Quelli legali e quelli illegali. Si può capire quali sono gli illegali perché dipingono i muri delle strade di corsa, come viene; sono quelli che dipingono, ad esempio, sulle porte o sulle saracinesche dei negozi, o sui ponti.

I graffiti di quelli legali sono invece più elaborati, possono essere anche cartoni animati. Questi autori di graffiti chiedono il permesso per dipingere sui muri.

La mia squadra era di legali, e la sua sigla era “IAG”, che significava “Immaginazione Applicata nei Graffiti”. Quando si vedono dei graffiti, alla fine appare sempre il “tag” o la firma, con delle iniziali che indicano il nome del gruppo, o “crew”.

Io ho iniziato perché ho visto che altri stavano disegnando e mi è piaciuto, non tanto come atto di ribellione, quanto come arte. Ma non ero bravissimo, lo riconosco. Altri erano geniali, c’era da togliersi il cappello.

Contatto con droghe, alcool e risse

Cosa disegnava?

Il mio “tag” era “like”. Disegnavo il mio “tag” in stili diversi. Come legale non ho mai imparato a fare delle caricature, che è una cosa più elaborata, da maestri.

Anche se faceva parte dei legali, in quell’ambiente è entrato a contatto con droghe, alcool e risse?

Sì, perché la mia tappa di autore di graffiti si è unita a quella di membro delle bande. Ho iniziato a bere più o meno a 11 anni, di nascosto, e ho provato la marijuana alla stesse età, per circa un anno e mezzo. Tra le bande c’erano delle risse. Andavamo alle feste, e c’era una banda da un alto e una dall’altro, e si verificavano gli scontri: a botte, a colpi di pietra, o di spranga.

Io, per appartenere alla mia banda, dovevo superare un rituale che consiste nel combattere contro altri 2 per 21 secondi, a mani nude. Dopo questo fai parte del gruppo, della banda del quartiere.

La mia banda si chiamava “Tres puntos”, e usare gli occhiali all’indietro significava “Il mio quartiere mi sostiene”. In quella tappa ero molto attaccabrighe.

L’hanno ferita?

Sì, le davo e le ricevevo. In genere lottavo quando davano fastidio a mio fratello. Combattevo io le battaglie di mio fratello. Ha un anno più di me, ma lottavo io al posto suo.

Missionari Apostoli della Parola

Cosa significa per lei monsignor Fidencio López Plaza?

Quando nella fraternità abbiamo saputo che sarebbe diventato vescovo di San Andrés Tuxtla siamo stati molti felici, perché aveva già sentito parlare della nostra comunità. Visto che siamo incardinati in quella diocesi, il vescovo di San Andrés Tuxtla sarà sempre il protettore degli Apostoli Missionari della Parola.

Da quando è stato ordinato ci dicevano che era come un parroco con la mitra, ovvero molto vicino; non era il vescovo accademico, ma un pastore con l’odore delle pecore. E l’ho verificato personalmente.

Quando veniva a casa, si fermava e ti serviva lui il caffè. È un vescovo che sa sedersi e ascoltare. È stato un vescovo che ci ha saputo ascoltare e ci ha aiutati. Gli voglio molto bene.

Quando abbiamo saputo che tornava a Querétaro siamo rimasti molto rattristati, perché ci era molto vicino. A Querétaro sono fortunati ad avere don Fidencio.

I Missionari Apostoli della Parola sono presenti a Querétaro?

No. Ci sono dei seminaristi, ma non abbiamo ancora delle case.

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