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Gli jihadisti terrorizzano il Mozambico. ACS chiede 120.000 dollari

MOZAMBIQUE;CABO DELGADO

Aid to the Church in Need

Maria Lozano - pubblicato il 13/11/20

Aiuto alla Chiesa che Soffre ha annunciato un pacchetto di aiuti d'emergenza alla luce dei recenti massacri

Cabo Delgado, la provincia più settentrionale del Mozambico, è teatro di grandi disordini dall’ottobre 2017. In una serie di più di 600 attacchi brutali condotti in nove distretti diversi dagli insorti armati, che dicono di appartenere allo Stato Islamico, come anche nei contrattacchi da parte delle forze di sicurezza nazionali, si stima che siano state uccise più di 2.000 persone, mentre altre 310.000 sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni.

Dozzine di persone massacrate l’8 novembre

I massacri più recenti da parte del gruppo, che si definisce “Stato Islamico nell’Africa Centrale” (Islamic State in Central Africa, ISCA), stanno venendo alla luce solo ora. L’8 novembre, presunti jihadisti hanno attaccato il villaggio di Muidumbe, decapitando e smembrando dozzine di persone in uno stadio locale. È stato anche riferito il massacro di più di 15 bambini e giovani, insieme ai loro tutori adulti, che si stavano preparando a prendere parte ai riti tradizionali di iniziazione della tribù Makonde.

“Sembra che stiano cercando di cacciare l’intera popolazione della zona settentrionale della provincia di Cabo Delgado, espellendo le persone senza la minima traccia di compassione”, ha riferito suor Blanca Nubia Zapata ad Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) parlando da Pemba, capoluogo della provincia di Cabo Delgado.

“Tutto quello che vogliono è andare via da qui”

“Più di 12.000 persone sono arrivate qui nelle ultime due settimane. Non ce la facciamo più. Arrivano donne e bambini, e anziani che camminano da giorni. Alcuni sono morti nel percorso, sulle strade e lungo i sentieri nella foresta”.

“Sono 180 chilometri, ma non immaginate come siano le nostre ‘strade’; è estremamente difficile percorrere quei sentieri, e in campagna, per tre o quattro giorni senza cibo, senz’acqua, portandosi i bambini sulla schiena. Ci sono donne che partoriscono lungo la strada”, ha aggiunto suor Blanca, membro delle Carmelitane Teresiane di San Giuseppe.

Nelle ultime settimane, centinaia di piccole imbarcazioni sono arrivate via mare. In barca o in canoa, la gente cerca disperatamente di fuggire ai barbari massacri. “Stiamo facendo tutto ciò che possiamo. Spesso non possiamo fare altro che ascoltare, chiedere come si sentono e ascoltarli. Si sono lasciati dietro tutto, sperando di riuscire a sopravvivere”.

“Tutto quello che vogliono è andare via da qui; sono semplicemente terrorizzati. Molte famiglie hanno chiesto il nostro aiuto, e abbiamo riscattato le famiglie dei bambini a scuola con immense difficoltà, con veicoli privati e l’aiuto di terzi”, ha proseguito suor Blanca.

Circa una settimana fa, in un video di Caritas Mozambico inviato ad ACS, Luiz Fernández Lisboa, vescovo di Pemba, ha descritto la situazione come vista da Paquitequete, un sobborgo di Pemba, sulla costa: “Sono arrivati già circa 12.000 rifugiati, e altri continuano ad arrivare. Alcuni giungono a seguito degli attacchi che hanno subìto, mentre altri se ne sono andati prima perché avevano paura”.

Situazione umanitaria disperata

“Quando arrivano qui non hanno un posto in cui dormire; ci sono solo delle coperte e dei materassi improvvisati, e non c’è un posto designato per accoglierli. Alcuni sono stati ospitati da famiglie locali, perché hanno dei parenti o semplicemente perché la gente è toccata dalla loro situazione e li prende in casa propria”.

“È una situazione estremamente difficile, e centinaia di persone dormono sulla spiaggia. Purtroppo ce ne sono alcune che sono morte nel percorso, a volte perché hanno trascorso due o tre giorni nelle barche, in mare, e sono arrivate malate e disidratate”.

“È una situazione umanitaria disperata, per la quale chiediamo, anzi imploriamo l’aiuto e la solidarietà della comunità internazionale”, ha affermato il vescovo.

“A seguito di questo appello dei vescovi, vogliamo aiutare la diocesi di Pemba e quelle vicine con aiuti d’emergenza per un totale di 120.000 dollari per le vittime di Cabo Delgado, oltre ai progetti che stiamo già sponsorizzando nelle diocesi per i sacerdoti e le religiose”, ha affermato Regina Lynch, responsabile dei progetti di ACS International.

“Oltre a questi aiuti, per disporre di coperte, vestiti, cibo, prodotti per l’igiene di base e anche semi e utensili – tutto ciò che è necessario –, vogliamo aiutare ad alleviare la sofferenza e il trauma, e quindi abbiamo già avviato un programma per équipes diocesane per offrire sostegno e consulenza a livello psicologico ai rifugiati traumatizzati nelle parrocchie”.

Finalmente il mondo nota la situazione

“Sembra come se finalmente sia stia attirando un po’ dell’attenzione internazionale su questa tragedia ampiamente dimenticata che dura ormai da molti mesi. Già a febbraio, ACS ha pubblicato un’intervista esclusiva al vescovo Fernández Lisboa sulla crisi e la paura che invadeva la gente. Hanno dato alle fiamme le chiese e distrutto conventi, e anche rapito due suore”.

“Quasi nessuno ha fatto attenzione a questo nuovo focolaio di terrore e violenza jihadista in Africa, che sta influendo su tutti, cristiani e musulmani. Speriamo che alla fine ci sia una risposta a questa crisi nel Mozambico settentrionale, per il bene dei più poveri e degli abbandonati”, ha auspicato la Lynch.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente da Aiuto alla Chiesa che Soffre, ed è ripubblicato qui per gentile concessione. Per ulteriori informazioni sulla missione di ACS di aiuto ai sofferenti, https://acs-italia.org/..

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