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“Che hai fatto?” La prima Messa di Beethoven

BEETHOVEN

Public Domain

Martín Susnik - pubblicato il 13/11/20

Ricordiamo la Messa in Do Maggiore del celebre compositore in occasione dell'Anno di Beethoven

Nel 1807 Beethoven compose la sua poco ricordata Messa in Do Maggiore, Op. 86. L’opera era stata commissionata dal principe Nikolaus Esterhazy II per celebrare il compleanno di sua moglie, Marie von Liechtenstein. Il compito era stato affidato in precedenza a Haydn in sei occasioni, ma quella volta il principe aveva deciso di riporre la sua fiducia nel talento del compositore di Bonn, all’epoca già celebre.

Dopo la sua rappresentazione, il principe non fu del tutto soddisfatto. “Mio caro Beethoven, che hai fatto?”, dicono che sia stato il suo commento, a seguito del quale il compositore – noto per il suo carattere non proprio tranquillo – non solo si irritò, ma decise anche di abbandonare quel giorno stesso la corte e poi di modificare la dedica della composizione al principe Ferdinand Kinsky. La partitura venne pubblicata nel 1812 da Breitkopf & Härtel.

Forse perché si trattava di un’opera commissionata o per la preoccupazione di essere all’altezza delle Messe di Haydn, è possibile che in prima istanza l’ispirazione religiosa dell’autore fosse stata messa in secondo piano. Le stesse ragioni spiegherebbero anche lo stile “classico” che predomina nell’opera e che ricorda compositori come Gluck o Mozart.

La Messa in Do Maggiore è stata anche in qualche modo eclissata dalla Messa Solenne in Re Maggiore del 1819-1823, in cui l’impronta originale di Beethoven si nota maggiormente e che è più sofisticata.

Un atto di giustizia

Nonostante questo, riteniamo che riscattare questa composizione liturgica (che oseremmo definire più liturgica della Messa solenne) nel contesto dell’Anno di Beethoven che si appresta a terminare non solovalga la pena, ma rappresenti anche un atto di giustizia.

La Messa è composta per solisti, coro e orchestra, e si divide nelle cinque sezioni dell’Ordinarium (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus-Benedictus e Agnus Dei). La sua esecuzione dura in genere tra i 45 e i 50 minuti.

Nel Kyrie utilizza il formato della sonata, cominciando con un Andante con moto che predispone l’ascoltatore alla preghiera. La sezione del Christe cambia la tonalità e presenta un fecondo dialogo tra i solisti e il coro. Si riprende poi la tonica originaria recuperando il tema iniziale, anche se con più forza e clamore.

Enfasi sul Miserere

Il Gloria entra con forza e pompa nel suo iniziale Allegro con brio, che presto manifesta tuttavia variazioni dinamiche in base alle esigenze del testo e anche al di là di esse. Beethoven ci offre un dialogo tra il tenore solista e il coro durante il Gratias agimus tibi, e nella partitura del quartetto di solisti è evidente l’influenza del classicismo, seppur temperato da momenti caratterizzati dall’impronta del compositore.

È da sottolineare l’enfasi che Beethoven pone sul Miserere, forse una chiave per comprendere la sua religiosità particolare. La parte finale (cum Santo Spiritu…) è composta a mo’ di fuga, in sintonia con autori più “classici”.

Credo

Il Credo sembra iniziare in modo timido e dubitativo, ma presto si afferma con certezza. Si rinvengono alcune particolarità nell’uso del coro, l’Incarnatus est è a carico del quartetto di solisti, e il Crucifixus e il Resurrexit offrono una speciale carica drammatica, approfittando del fatto che si tratta del testo liturgico con maggior carattere narrativo. Anche questo passo si conclude con una fuga che segue gli standard di Haydn e con una serie di “falsi finali”, se così si può dire.

Sanctus

Il Sanctus inizia con tranquillità (come accade poi nella Messa solenne) anziché con la pompa abituale, che si esprime nel Pleni sunt coeli. Il Benedictus dà protagonismo al quartetto di solisti, accompagnati dolcemente dall’orchestra – soprattutto dal violoncello – e poi anche dal coro. Entrambe le sezioni si concludono con i rispettivi Osanna in excelsis!, ancora una volta in forma di fuga.

Agnus Dei

Nell’Agnus Dei Beethoven si mantiene fedele al costume viennese di comporre le prime due sezioni (con la preghiera finale Miserere nobis) in tono minore, mentre l’ultima (con la richiesta finale Dona nobis pacem) è in tono maggiore. Il passo è ancora avvolto da un profondo clamore, che cresce man mano che la partitura avanza, ma termina in modo sereno e “in pace” riprendendo il tema del Kyrie iniziale.

È possibile che lo stesso compositore abbia tolto rilevanza a questa splendida opera, forse per la storia già menzionata. È anche certo che in essa troviamo un Beethoven più sobrio e rispettoso della tradizione e meno “originale”. Era nostra intenzione riscattare questa notevole opera liturgica (tra le poche del repertorio del grande Ludwig) e invitare i nostri lettori a riscoprirla.

A questo scopo, vi presentiamo alcune versioni:

Solisti: Julia Kleiter, Elisabeth von Magnus, Werner Güra, Florian Boesch. Coro Rundfunkchor Berlin (direttore Simon Halsey). Orchestra Berliner Philharmoniker. Direttore: Nikolaus Harnoncourt.

Solisti: Charlotte Margiono, Catherine Robbin, William Kendall, Alastair Miles.

Monteverdi Choir e Orchestre Révolutionnaire et Romantique, diretti da John Eliot Gardiner.

Per chi vuole seguire la partitura:

Versione di Sir Colin Davis con la London Symphony Orchestra e il London Symphony Chorus. Solisti: Sally Matthews, Sara Mingardo, John Mark Ainsley, Alastair Miles.

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