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«È permesso l’introito? Pace e bene!»

ENTRANCE PROCESSION

Pascal Deloche | Godong

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 11/11/20

Di nuovo, questi assurdi ci spingono a constatare il nostro tendenziale analfabetismo in fatto di spirito liturgico, e non è certo allungando le processioni offertoriali o moltiplicando i ministeri che si rende veramente actuosa la participatio dell’assemblea.

È ancora l’Ordinamento Generale a illustrarci:

Quando il popolo è radunato, mentre il sacerdote fa il suo ingresso con il diacono e i ministri, si inizia il canto d’ingresso. La funzione propria di questo canto è quella di dare inizio alla celebrazione, favorire l’unione dei fedeli riuniti, introdurre il loro spirito nel mistero del Tempo liturgico o della festività, e accompagnare la processione del sacerdote e dei ministri.

Ivi, 47, p. XXIII

Nientemeno! Pare che accada già tutto nel canto d’ingresso! Del quale subito dopo l’OGMR precisa:

Il canto viene eseguito alternativamente dalla schola e dal popolo, o dal cantore e dal popolo, oppure tutto quanto dal popolo o dalla sola schola. Si può utilizzare sia l’antifona con il suo salmo, quale si trova nel Graduale Romanum o nel Graduale simplex, oppure un altro canto adatto all’azione sacra, al carattere del giorno o del Tempo, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza Episcopale.

Ivi, 48, p. XXIV

Schola”? “Graduale”? “Simplex”? Ma che è, il menu di un ristorante esotico? Già… Il fatto che non si conoscano i referenti di queste parole la dice lunga sull’analfabetismo liturgico di cui sopra. Appena due colonne prima, infatti, s’era letto:

A parità di condizioni, si dia la preferenza al canto gregoriano, in quanto proprio della Liturgia romana. Gli altri generi di musica sacra, specialmente la polifonia, non sono affatto da escludere, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica e favoriscano la partecipazione di tutti i fedeli.

Poiché sono sempre più frequenti le riunioni di fedeli di diverse nazionalità, è opportuno che sappiano cantare insieme, in lingua latina, e nelle melodie più facili, almeno le parti dell’Ordinario della Messa, specialmente il simbolo della fede e la preghiera del Signore.

Ivi, 41, p. XXIII

Fantascienza!… ma neppure tanto, almeno in Italia, se dobbiamo essere onesti. A parte la (fortunatamente rara) atrocità della parafrasi new age del Padre Nostro sulla melodia di The sound of silence, infatti, in Italia la melodia gregoriana semplice del Pater è universalmente nota, e con un piccolo sforzo se ne produce anche la versione in latino; il Credo poi non lo cantiamo, di solito, ma almeno ne professiamo correttamente la versione niceno-costantinopolitana o quella apostolica (in Germania ci sono dei “Credo-Lieder” dai testi liofilizzati [sono “pastorali”, dicono!] che portano anche gli studenti di teologia a non conoscere a memoria “das große Credo”). Gli abusi ci rattristano, ma il Messale (quello citato è proprio la versione stampata nel 2020!) ricorda a tutti i cattolici l’ideale a cui tendere. Che poi è un ideale sempre relativo e aggiornabile – al rialzo, però, non al ribasso.

Insomma la questione non è “la chitarra a messa ci sta o no?”, perché posta in questi termini la cosa si riduce al solito trito e banale scontro tra progressisti/iconoclasti e reazionari/fissisti: anzitutto al chitarrista con l’immancabile dolcevita (© Enrico Brignano) si dovrebbe rispondere con una domanda di rimando – “hai idea di cosa ci dovresti suonare, con la chitarra?”. Magari pensava di suonare la Misa Criolla di Ariel Ramirez, e allora non solo lo si deve lasciar suonare (con tanto di accompagnamento di percussioni), ma va pure registrato!

«Primo: creare l’atmosfera» (© Sebastian in La Sirenetta)

Tornando dalla questione generale del canto a quella specifica dell’introito, l’antifona d’ingresso ha dunque il compito cruciale di creare l’atmosfera, ovvero di orientare i fedeli non solo e non tanto a “la messa”, ma a quella precisissima, determinata e irripetibile messa, che sebbene venga celebrata in tutto il mondo col medesimo formulario (salvo esigenze specifiche o intenzioni votive particolari) non potrà mai e in nessun luogo essere quella celebrazione, cioè di quella particolare comunità presieduta da quel particolare ministro. Non ci si lasci scorrere addosso tutto questo come se nulla fosse.

Prima domenica d'Avvento, Antifona e Colletta

La questione insomma non è “chitarra o no?”, né “latino o no?”, ma si prenda davvero il Messale per guida e per ispirazione! Quando si sceglie il canto d’ingresso – prete e coro (la schola cantorum di cui parla il Messale) – non lo si faccia mai senza considerare almeno il testo dell’antifona d’ingresso (se proprio il Graduale resta ancora uno strumento esoterico).

Ma da dove salta fuori l’antifona?

Ci si potrà forse domandare anche a quando risalga l’introduzione dell’antifona, nonché della processione d’ingresso e di tutte queste cose che fin dall’inizio distinguono una celebrazione eucaristica dall’ultima cena di Gesù (tempo fa un vignettista cattolico abbozzò un sarcastico “trova le differenze” tra le due situazioni, esponendo in realtà a un amaro riso solo il proprio non ben temperato spirito liturgico): non solo infatti nel Nuovo Testamento non abbiamo tracce di questi riti, ma neppure le abbiamo nei primi testi che un minimo di struttura liturgica cominciano a mostrare – uno per tutti, la Didachè. Donde vengono, quindi?

Nei suoi studî liturgici comparativi, Robert Taft ha illustrato che ci sono tre “punti deboli” della liturgia – «l’introito, l’offertorio o preanafora, e la comunione» (Taft, cit., 246) –, nei quali si sono gradualmente (ma piuttosto precocemente) stabiliti dei salmi responsoriali, ridotti poi alle sole antifone:

Si parla per la prima volta della salmodia antifona nel 347-348 ad Antiochia, in Teodoreto di Ciro […]. Il canto preanaforico appare per la prima volta in fonti del V-VI secolo […]. Il canto d’introito appare nelle liturgie stazionali romane e bizantine dello stesso periodo […].

Robert Francis Taft, Oltre l’Oriente e l’Occidente. Per una traduzione liturgica viva, 249

L’archimandrita gesuita ha illustrato fin dove possibile con accurata documentazione, e oltre con sostenibili ipotesi, che gli introiti delle liturgie bizantine (ora ne sono rimaste delle tracce nelle “processioni”) sono

un perfetto esempio di riti che perdurano, supportati da significati simbolici acquisiti successivamente, molto tempo dopo essersi separati dal loro scopo pratico originale.

Ivi, 237

Perché insomma, anche la messa, come qualunque rito, deve pur cominciare, in qualche modo; e se fin dal principio fu chiaro cosa sia la “frazione del pane”, e da subito dopo a quella si aggiunse la “frazione della Parola”, molto meno uniforme e pacifico (perché storicamente legato a fattori eterogenei contingenti) fu il processo che produsse le parti liminari del rito, come anzitutto l’introito.

«Tutti in piedi»

«Al cinema però – potrebbe obiettare qualcuno – si sta seduti, comodi: uno si concentra meglio!». Nella quarta parte de Lo spirito della liturgia, dedicata precisamente a La forma liturgica, Joseph Ratzinger osservava:

Lo stare in piedi è nell’Antico Testamento una posizione classica di preghiera. Accontentiamoci di un unico esempio, quello della preghiera di Anna, la donna sterile, che grazie alla sua preghiera diventa madre di Samuele; nel Nuovo Testamento Luca tratteggia Elisabetta, la madre di Giovanni Battista, con elementi che ricordano Anna. […] Tutta una serie di testi neotestamentari ci mostra che al tempo di Gesù lo stare in piedi era la comune posizione di preghiera dei Giudei […]. Presso i cristiani lo stare in piedi era soprattutto la forma pasquale della preghiera; il canone XX del Concilio di Nicea prescrive che i cristiani nel tempo pasquale non devono inginocchiarsi, ma stare in piedi. È il tempo della vittoria di Gesù Cristo, il tempo della gioia, in cui rappresentiamo la vittoria pasquale del Signore anche nell’atteggiamento della nostra preghiera. Ciò può ricordarci ancora una volta la passione di Stefano che, di fronte all’infuriare dei suoi avversari, guarda verso il cielo; egli vede Gesù stare in piedi alla destra del Padre. Lo stare in piedi è il gesto del vincitore. Gesù sta alla presenza di Dio – sta in piedi, perché ha sconfitto la morte e la potenza del male. […] | […] Dai dipinti delle catacombe conosciamo l’immagine dell’Orante, la figura femminile che prega stando in piedi con le braccia distese. Secondo gli studi più recenti, l’Orante normalmente non rappresenta la Chiesa che prega, ma l’anima entrata nella gloria celeste, che ora sta in adorazione davanti al volto di Dio. […] Così, a partire dalla figura dell’Orante, si rende ancora una volta chiaro che il pregare stando in piedi è un’anticipazione dell’avvenire, della gloria futura; è lì che tale gesto vuole orientarci. In quanto la preghiera liturgica è anticipazione della promessa, lo stare in piedi è il suo atteggiamento adeguato; ma in quanto rimane in quel “frattempo” in cui noi viviamo, l’inginocchiarsi come espressione del nostro “adesso” le resta indispensabile.

Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, in Id./Benedetto XVI, Opera omnia, Teologia della Liturgia (vol. 11), pp. 184-185

Si sta in piedi, dunque, all’inizio della Messa, perché si è già la comunità di risorti che accoglie misticamente e al contempo escatologicamente attende il Risorto, già nella persona liturgica che ministro presidente. Lo si vedrà bene già dal saluto.




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