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Come vivere l'induzione del parto in maniera positiva?

PREGNANT WOMAN.

wavebreakmedia | Shutterstock

Il Parto Positivo - pubblicato il 30/10/20

Come reagire al meglio all'induzione del parto? Sapendo perché è veramente necessaria e supportando l'induzione non solo sopportandola.

Visto che è tempo di feste (l’articolo è del 16 dicembre 2016, NdR.), e che la frase “Signora induciamo il 22 così a Natale siamo tutti tranquilli” qualcuno l’ha sentita davvero (e purtroppo non è una licenza poetica del blog), torniamo a parlare di induzione.

Ma questa volta parliamo di induzione positiva. Quell’induzione che serve a qualcosa di più grande dello stare tranquilli a Natale e di cui alcune donne (circa il 10/15% stando alle stime dell’OMS) possono davvero avere bisogno. Quell’induzione che, proprio quando e perché davvero necessaria, può e deve essere parte di un parto positivo.

Induzione del parto positiva

Come reagire al meglio a un’induzione? Cosa possiamo fare NOI, la mamma e il papà di questo bambino, per affrontare un’induzione in maniera il più possibile positiva? E già  che ci siamo cercare di evitare la cascata di interventi che così spesso devia un’induzione verso un cesareo? In sintesi, due cose:

Capire e sapere perché è veramente necessaria

Perché un’induzione sia parte di un parto positivo è essenziale che noi capiamo, sappiamo, e crediamo anche, che sia davvero il meglio per noi.

Se affrontiamo un’induzione con la rassegnazione di chi ha perso una battaglia “perché nel mio ospedale non mi lasciano andare oltre la 41″, la possibilità che il nostro corpo reagisca bene e la assecondi è piuttosto bassa.

Se invece le ragioni per farla sono solide, e noi le abbiamo capite davvero e sappiamo che è davvero il meglio per noi e se abbiamo escluso che ci sia offerta con leggerezza come pratica di routine, medicina difensiva o, peggio, per comodità, allora possiamo accoglierla come quello che davvero deve essere: un contributo incredibile che la scienza medica sa offrire.

Il primo e più importante passo è stato fatto. E possiamo concentrarci a farla essere l’interruttore iniziale di un processo accolto non con rassegnazione ma con grinta e gratitudine, nel quale scegliamo di continuare a guidare noi. 


LABOR, PREGNANT, HOSPITAL

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Supportare l'induzione, non solo sopportarla

Che avvenga con gel, fettuccia o iniezione poco cambia: il nostro corpo sta ricevendo dall’esterno l’ordine di lavorare. È il caso che il sistema interno sia d’accordo.

Troppo spesso si leggono racconti di travagli infiniti e atroci in cui a un’induzione sono seguite contrazioni dolorosissime e ingestibili. È normale.

Se l’ossitocina che arriva dall’esterno incontra un sistema interno di adrenalina e tensione (proprio in risposta all’induzione magari!) non può che esserci un cortocircuito: un lavoro muscolare – perché ve lo ricordate cosa sono le contrazioni, vero?? – che diventa meccanico ma non incontra le condizioni interne ottimali per avvenire in maniera efficace. Una tortura medievale.

Chiudersi in una bolla di positività e rilassamento diventa cruciale. L’induzione avvia il processo: ma poi il lavoro dobbiamo farlo noi.

E da noi – dai nostri pensieri, dal nostro respiro – dipende la nostra ossitocina interna: un circolo di positività in cui chimica ed emotività sono strettamente interconnesse.

Un lavoro fisico e mentale di connessione, respirazione e positività. Come molte altre cose, non è facile, ma è semplice.

Poter indurre un parto, come a una mamma con cui abbiamo lavorato di recente, per essere sicuri che il bambino nasca accanto a chi dovrà operarlo al cuore poche ore dopo è qualcosa di incredibile. Limitare i rischi dell’inatteso per poter intervenire su un cuore così piccolo.

È il rendere possibile l’impossibile che fa della medicina qualcosa di magico e epico. Meraviglioso. Duro e difficilissimo, ma innegabilmente magico.

Qualsiasi sia la ragione per l’induzione – e qui certo non si discute nulla di medico – se induzione deve essere significa che il bambino e la sua mamma possono fare insieme quel pezzo di strada che è la nascita.

Significa che quel corpo può aprirsi, anche se con un aiuto esterno. Significa che quel bambino deve scivolare fuori e la sua mamma può rilasciarlo.

Che l’attenzione resti puntata su quella magia. Sull’intervento come polvere di fata che permette di prendere il volo.

Induzione non significa che in pochi minuti il travaglio sarà partito e il bambino sarà nato. A chi ci sta intorno il compito di controllare, ma a noi quello di uscire dal rigore delle ore e dei centimetri: lasciar passare le prime ore con la stessa fluidità con cui si deve affrontare qualsiasi travaglio.

Portarsi un ipad o un computer con una serie divertente, che distragga e faccia ridere. Evitiamo il tranello del “e adesso?”, “oddio un’altra contrazione”.


PREGNANT WOMAN,

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La nostra corteccia deve spegnersi comunque. Noi e il nostro bambino dobbiamo comunque trovarci in quella bolla laggiù dentro di noi, tra il sonno a la veglia. E questo, questo dipende da noi, non dall’induzione.

A chi ci assiste lasciamo gestire la parte tecnica. E diamogli fiducia.

Sarà anche stata indotta, ma è un dettaglio irrilevante: è la sua nascita. Noi, che siamo i suoi genitori, occupiamoci della parte magica.

Voi lo sapete che qui non si fa consulenza medica, eh. Tutto quello che scriviamo è teso solo a offrirvi spunti di riflessione per affrontare il parto con fiducia e dolcezza. Nessun materiale Il Parto Positivo è sostitutivo della consulenza e presenza, durante il parto o parte della gravidanza, di un’ostetrica o di un medico ginecologo. Non rappresenta di fatto unìalternativa alle cure mediche o alla consulenza medica in qualsiasi modo o forma.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DA IL PARTO POSITIVO

Tags:
partopartorire
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