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Enna, violenza a giovane disabile. Il presidente dell'Oasi: "C'è una comunità intera che soffre"

Courtesy use of Ufficio Stampa - Associazione "Oasi Maria SS" ONLUS

Paola Belletti - pubblicato il 14/10/20

L'uomo è ora in stato di fermo. Era un collaboratore a tempo determinato da circa due anni presso la struttura di Troina. Dopo le prime dichiarazioni confuse ha confessato di avere abusato della giovane proprio durante il lockdown, mentre la struttura era stata dichiarata "zona rossa". La giovane, incinta di 27 settimane, è tuttora ospite della struttura. Grande il turbamento e lo sconcerto tra tutto il personale della struttura, ma prevalgono parole di speranza.

L’accusa è di violenza sessuale nei confronti di una disabile, in pieno periodo di lockdown. Presso l’Oasi di Troina, la Polizia di Stato – Squadra Mobile di Enna – ha eseguito, la notte scorsa (ovvero l’8 ottobre 2020, NdR), il fermo di indiziato di delitto disposto dalla Procura della Repubblica di Enna diretta da Massimo Palmeri. I PM Stefania Leonte e Orazio Longo, al termine dell’interrogatorio, hanno disposto il fermo di indiziato di delitto dell’indagato L.A. di 39 anni nato in provincia di Enna, per il reato di violenza sessuale aggravata dall’aver commesso il fatto ai danni di una donna disabile e nel momento in cui la stessa era a lui affidata. (Adnkronos)

La certezza che la donna avesse subìto violenza è sorta nel momento stesso in cui è stato evidente il suo stato interessante. La gravità della patologia che la affligge rende impossibile un rapporto consenziente. Ha confessato il proprio delitto l’uomo, 39 anni, che ad aprile e in piena emergenza sanitaria, ha approfittato della sua posizione per abusare della giovane donna ricoverata all’“Oasi Maria SS”. L’IRCCS di Troina, una vera eccellenza sanitaria non solo nazionale, è un’opera nata negli anni ’50 da un sacerdote, padre Luigi Orazio Ferlauto, che si fa carico di persone con ritardo mentale grave, per malattia o per involuzione senile. Siamo a Troina, in provincia di Enna.

Abbiamo contattato il presidente dell’Oasi, don Silvio Rotondo, che con franchezza e disponibilità ci ha raccontato come è emersa la vicenda e come la stanno affrontando. Buongiorno don Silvio e grazie di averci concesso questa conversazione. Il nostro obiettivo è contribuire alla verità senza attardarci su dettagli scabrosi, ma provando con lei a considerare tutti i soggetti coinvolti, in primis i più deboli e indifesi: la giovane e il bambino. Innanzitutto, come sta la donna e come state voi tutti?

La giovane, compatibilmente con quanto è avvenuto, è in buono stato di salute. È seguita e accudita con ancora più attenzione di prima, è rimasta affidata a noi. Questo dice tanto della fiducia ininterrotta della famiglia nei nostri confronti. Abbiamo subìto un assalto mediatico terribile. Noi tutti siamo addolorati, presi da questo evento che ci ha trafitto il cuore. C’è una comunità intera che patisce, che si sente colpita da questa gravissima offesa alla dignità della persona, soprattutto una così indifesa. Abbiamo alle spalle 65 anni di servizio nei confronti della disabilità mentale. Pensi ai legami internazionali che abbiamo stretto, siamo il primo IRCCS (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, Ndr) dell’Italia meridionale; da 33 anni la ricerca fatta nella nostra struttura ha generato rapporti di collaborazione con tanti istituti di ricerca sparsi nel mondo. Abbiamo fatto parte dell’OMS, i nostri esperti hanno collaborato alla stesura del capitolo sulla Disabilità Intellettiva del manuale che delinea per l’OMS le linee guida al riguardo. Ma basta, non voglio snocciolare meriti, lo scopo non è vantarsi, anzi. È per mostrare chi siamo, come viviamo il nostro servizio da sempre, come siamo coinvolti a tutti i livelli nella cura e riabilitazione della disabilità mentale. Quello che è accaduto presso l’Oasi a una delle nostre giovani è una ferita che si rimarginerà con fatica, ne sono consapevole. Ora stiamo lavorando per ridare pace.

Quanti sono gli ospiti della vostra struttura?

Sono circa 350. E parecchi sono stati colpiti dal virus: ben 107 si sono ammalati di Covid-19. Appena esplosa l’emergenza abbiamo mandato a casa tutti quelli che stavano bene. A causa del coronavirus ne abbiamo persi 6, più una delle nostre consacrate. All’inizio era davvero dura, non siamo un ospedale d’emergenza. Calcoli che io stesso per 27 giorni sono stato ricoverato a causa del Sars-CoV-2.

Io sono della provincia di Brescia, tra le più colpite dal contagio, e posso dire che un momento di smarrimento c’è stato ovunque, anche in ospedali più specializzati.

Noi abbiamo avuto l’aiuto di un un infettivologo messo a disposizione dall’ASP di Enna, il dott. Fabrizio Pulvirenti, esperto in malattie infettive; e la regione ha nominato un commissario per gestire l’emergenza Covid. Il nostro stesso personale si è dato da fare al massimo e ha contribuito a proteggere, a salvare direi, tutti i nostri pazienti. Tranne quei primi sei. Lo dico con grande dolore. È stato un assalto violento e improvviso.

Durante questa emergenza dalle dimensioni tanto imponenti, come si è comportato il vostro personale?

L’ondata è stata forte e repentina e proprio per la portata della situazione ci siamo trovati ad avere bisogno di più personale; il fermato, che ha confessato, era un collaboratore a tempo determinato che aveva già lavorato con noi nel recente passato; proprio nel momento di grande necessità si è reso disponibile a stare in struttura e proprio nel reparto Covid; siamo diventati zona rossa dalla fine di marzo. Quando si entrava in questi reparti per vestirsi ci voleva mezz’ora: scafandro, camice, mascherine, guanti etc…30 minuti reali. Un impegno non indifferente.

E quando avete avuto conferma che la giovane era in stato interessante, come avete reagito e cosa avete fatto?

Lì per lì noi abbiamo addirittura sorriso, tanto ci sembrava impossibile. Secondo la sua (del fermato, Ndr) affermazione mentre era in reparto, approfittando di un breve ma sufficiente lasso di tempo di assenza dell’infermiere (di notte in reparto sono in due) si è denudato privandosi ovviamente anche di tutte le protezioni anti Covid ed ha approfittato della ragazza. Questo in base alle sue stesse dichiarazioni. Come mai non ci siamo accorti prima, ci chiedono: la situazione è emersa durante i controlli sanitari previsti, a cui sottoponiamo regolarmente i nostri pazienti. Siamo stati noi i primi a venire a conoscenza della condizione della giovane e subito abbiamo informato la famiglia. Noi e la famiglia abbiamo presentato denuncia, ma in maniera autonoma. Circa l’assenza di sanguinamento mestruale va detto che il personale è abituato a lunghi periodi di amenorrea di alcune pazienti; la giovane vittima è una ragazza che soffre di epilessia e per questa patologia assume farmaci importanti che possono comportare la sospensione del ciclo mestruale anche per lunghi lassi di tempo. Il relativo aumento di peso invece poteva essere dovuto come per altri pazienti al maggior apporto di cibo legato al periodo del lockdown; si tratta di una giovane affetta da malattia genetica rara e in più colpita dal virus. L’ipotesi di una gravidanza non era nemmeno contemplata.

Lo sconcerto davanti ad un reato tanto abietto rimane. Ma la risposta è davvero che sarebbero serviti più controlli, che le telecamere h24 sono il rimedio preventivo a tutti i soprusi? o non resta invece il mistero della libertà dell’uomo anche di compiere il male, persino gratuitamente?

È questo. Noi siamo attenti, scrupolosi, il personale è formato. Si poteva fare meglio? Ma resta il mistero della libertà di agire male. È una cosa che ci ha feriti profondamente, colpendo lei ha colpito anche tutti noi.

E ora la ragazza è a 27 settimane. Come vi state disponendo per il proseguo della gravidanza e per il parto?

La ragazza è ancora qui, per farle capire quanto la famiglia si fida di noi. Certo, non siamo attrezzati per il parto. Quindi, quando sarà il momento, dovrà essere seguita in una struttura adeguata. Intanto le indagini proseguono e noi facciamo quanto suggerito dalla magistratura. Ci siamo resi da subito totalmente disponibili, collaboriamo fattivamente.

Sentivo le parole del direttore sanitario in merito alla gestazione: data la patologia, per quanto ci è dato sapere, la giovane non ha consapevolezza di ciò che le sta accadendo, ma è forse presumibile che percepisca qualcosa dei movimenti fetali. Ci auguriamo che possa vivere con serenità il proseguo della gravidanza. E pensando al bambino, chi si sta facendo carico di lui, in vista della sua nascita?

La ragazza dipende dalla patria potestà della famiglia. Noi ci siamo fin da subito resi disponibili anche ad accogliere il nascituro. Abbiamo spiegato alla famiglia le possibilità che ci sono quando non è possibile tenere il bimbo; sanno che esiste il parto in anonimato, la decisione spetta a loro.

Questa domanda arriva ora perché prima dovevamo rispondere all’emergenza del caso che vi ha coinvolti. Com’è nata quest’opera nel cuore più povero della Sicilia, da quale carisma?

Il fondatore, padre Ferlauto, diceva: partiamo da dove gli altri sono arrivati. Amava viaggiare, conoscere, capire. Mandava i nostri ragazzi laureati a specializzarsi all’estero. Ciò che è stato fatto, l’Oasi Maria SS, è nata dalla constatazione del nostro fondatore che vide un deserto di attenzione nei confronti di questo tipo di disabilità; erano bambini e poi ragazzi o adulti isolati, tenuti nascosti in casa o abbandonati e di cui ci si vergognava. Per loro volle creare un’oasi perché avessero uno spazio degno, bello, adeguato a loro. E nacque l’idea dell’Oasi Maria SS; poi quella non bastava più, serviva un intero villaggio; che poi non era più sufficiente: allora intuì che occorreva contribuire al mutamento di mentalità e la sua visione era un progetto grande, alto: immaginava una città aperta e solidale, nella quale tutti siano coinvolti nella accoglienza. Era un grande sognatore, ci ha lasciato la spinta a fare meglio. Il livello di conoscenza scientifica e competenza è sempre stato perseguito con la massima attenzione. Si incentivarono fin da subito corsi e convegni nazionali ed internazionali, ad esempio ne facciamo tuttora uno ogni due anni in inglese con esperti provenienti da tutto il mondo, sulle malattie rare. Il nostro vuole essere un servizio di alta qualità. L’Assessore alla sanità ha voluto che il nostro centro diventasse un polo regionale sul ritardo mentale grave e ora ambisce a farlo riconoscere come polo per tutto il Mediterraneo. In mezzo a questa dimensione di carattere positivo, di prestigio anche scientifico, dobbiamo riconoscere che noi non nuotiamo nell’oro, il territorio della provincia di Enna è poverissimo.

Qual è il vostro approccio alla disabilità, o meglio alla persona affetta da ritardo mentale grave?

I nostri operatori lavorano costantemente in équipe: medici specialisti, pedagogisti, psicologi, operatori logopedisti, fisioterapisti, terapisti occupazionali; abbiamo un corso di laurea qui da noi, che fa capo all’Università di Catania, proprio in terapia occupazionale. Siamo costantemente orientati a creare questa sinergia con il mondo della ricerca scientifica. Negli anni ci siamo prodigati a rispondere alle continue e anche mutate richieste del territorio; pensi solo all’esplosione del fenomeno immigrazione. E prima che divenissimo IRCCS siamo stati un centro psico-pedagogico importante. Gli  operatori che vi hanno lavorato, si sono portati dietro dall’esperienza con l’Oasi una qualità pedagogica altissima per affrontare sfide nuove e diverse.

Non può essere solo l’eccellenza professionale a definirvi. Che cos’è allora?

La invito a venire a conoscere la nostra realtà; nasce come una casa, i nostri ospiti non stanno in pigiama mai, tranne nel lockdown, qui devono stare come a casa loro. Offriamo un ambiente di famiglia che aiuti i ragazzi a trovarsi bene. Non è un ospedale, ci sono opere d’arte, un parco bellissimo, tappeti: la bellezza educa le persone, diceva il fondatore. Un principio molto bello che ispirava il fondatore è questo: “se io fossi al loro posto come vorrei essere trattato?” Il primo nucleo della struttura nasce negli anni 50. Ispirato fin da subito ad un criterio di eccellenza; non ci accontentiamo dei successi raggiunti, ma dobbiamo andare oltre. C’è grande attenzione anche alla formazione continua.

E tra i primi finanziatori illustri dell’Oasi ho scoperto che c’è anche un Sommo Pontefice, vero?

Sì, Padre Ferlauto ebbe modo di parlare del suo progetto con Eugenio Pacelli, l’allora Sommo Pontefice. Era il 2 febbraio 1952 quando durante una visita al Santo Padre chiederà direttamente a lui un contributo per la propria opera di assistenza. Dopo qualche mese riceve 500mila lire, inviategli da Pio XII in persona: serviranno per la prima rata dell’acquisto della sede. Il 16 gennaio 1953 nasce l’“Oasi Maria SS.”, una società a responsabilità limitata nella quale aveva previsto che non ci fosse divisione degli utili, come poi è stato per le onlus, e stranamente lo statuto fu accettato.  La società aveva per oggetto “l’assistenza ai poveri minorati (epilettici, encefalitici, ebeti, deformi) particolarmente quelli cui nessuno pensa, che nessuno accoglie, che non trovano posto in altri Istituti, l’assistenza ai bambini orfani e figli di nessuno.” (ART. 4 dello Statuto originario).

Qual è il vero cuore pulsante dell’opera?

All’interno dell’opera abbiamo un nucleo di laiche consacrate, il fondatore le ha volute. Sono donne certe che “Cristo è nostro socio”, per cui tu metti il 49 per centro, il 51 ce l’ha Lui. Tu dai il tuo 49 con la tua vita. Sono attualmente 12 donne: io sono il responsabile su mandato del Vescovo. Come laiche consacrate appartengono alla casa, hanno seguito il fondatore fin dall’inizio, rinnovano i voti ogni anno, perché è un servizio complesso il loro. Per questo ogni anno, possono decidere di lasciare se capiscono che non ce la fanno più e senza particolari lacci giuridici. Inoltre sono inquadrate con contratti di lavoro regolari: è stata precisa volontà di Padre Ferlauto, in considerazione dell’impegno che questo servizio avrebbe implicato. Nel caso avessero deciso di lasciare come si sarebbero ritrovate “nel mondo”? Appena la struttura ebbe rapporti di lavoro furono le prime ad essere inquadrate. Vogliamo trattare la persona, chiunque essa sia, chi lavora, chi è curato, e le famiglie, tutti secondo dignità e giustizia.

Il fondatore non solo ha voluto togliere i bambini più abbandonati dall’isolamento, ma ha voluto portarli in un luogo accogliente, curato e bello. Vi fate carico di tutti i bisogni di queste persone, compresi quelli spirituali?

Certo, assolutamente; abbiamo proprio tra i nostri degli esperti per la catechesi alle persone disabili. Abbiamo su questo fronte un’attenzione particolare; c’è una volontaria che si occupa proprio di questo aspetto fondamentale. I ragazzi partecipano alla vita comunitaria, vengono all’Eucarestia; da marzo siamo fermi, purtroppo e loro stanno soffrendo di queste restrizioni: erano allenati ad avere contatti con tutti, sempre garantiti dalla presenza dell’educatore.

Come sono guardati dagli altri, dai cosiddetti “normali”?

Nella nostra storia è avvenuto questo: dopo un primo momento di diffidenza, la gente ha superato il pregiudizio nei confronti di queste persone e ci siamo integrati con il tessuto sociale.

E questo intreccio fa bene ai vostri ragazzi ma anche alla comunità?

Forse non starebbe a me dirlo: siamo una ricchezza gli uni per gli altri. E lo si vede di più forse proprio ora…

In che senso?

Per questo fatto che ci ha colpiti, colpendo una delle nostre ospiti, c’è una intera comunità che sta soffrendo. Ci stiamo affidando alla misericordia di Dio, stiamo rincuorando i nostri dipendenti. Ciò che essi temono è che tutto il lavoro fatto per anni con dedizione, professionalità e generosità, venga infangato da questo drammatico episodio. Questa è l’ultima intervista che rilascio; ho raccomandato ai miei collaboratori, a tutti di mantenere la mitezza. A tutti raccomando di non esplodere, di non cedere alle provocazioni. Siamo assediati. Quello che conta è sempre l’attenzione alla persona, chiunque essa sia, qualunque cosa abbia fatto. Manteniamo una umanità alta, rispondiamo con attenzione e rispetto a tutti. E credo che vadano anche ridetti questi valori: non possiamo tradire la nostra identità, che è quella di uomini cristiani.

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