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Marco Aurelio e il cristianesimo: un incontro mancato

POPE CAMPIDOGLIO

Andreas SOLARO / AFP

Christophe Dickès - pubblicato il 13/10/20

Perché ai tempi dell’Imperatore filosofo, celebre per la sua saggezza, i cristiani subirono pesanti condanne? In Francia è stata appena pubblicata una magistrale biografia dedicata a Marco Aurelio. L’autore, Benoît Rossignol, torna sul famoso episodio dei martiri di Lione del 177.

L’immagine che abbiamo dell’imperatore Marco Aurelio è quella di un saggio anziano e barbuto, e i più se lo raffigurano anche a cavallo come ce lo tramanda la statua equestre in Campidoglio a Roma. Nel famoso film di Ridley Scott del 2000, Il Gladiatore, egli chiede a Massimo, il protagonista, di rendere ragione delle guerre imperiali – proprio dopo un’importante vittoria contro i Germani. Poco dopo, in una scena speculare, il figlio Commodo, indispettito per essere stato scartato dal potere (storicamente inesatto ma funzionale alla trama del film), enumera le principali virtù che dal padre avrebbe appreso: la saggezza, la giustizia, la forza morale e la temperanza. Nella dottrina morale cristiana sono le virtù cardinali. Solo la saggezza è stata sostituita dalla prudenza.




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Il martirio di Blandina

Nato nel 121, Marco Aurelio lo stoico avrebbe potuto restare sedotto dal cristianesimo. Non se ne fece niente. Fu – secondo l’espressione dello studioso Benoît Rossignol – un “non-incontro”. Anche se fu considerato un imperatore filosofo, Marco non ha esitato a far condannare dei cristiani su istanza del governatore della regio di Lione. L’episodio è noto: c’è l’anziano vescovo Fotino, il cittadino romano Attalo, un medico di nome Alessandro, ma anche e soprattutto la giovane schiava Blandina che, insieme con una cinquantina di fratelli, furono perseguitati.




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Accusati di cannibalismo e di incesto, denunciati e consegnati al linciaggio, i cristiani non avevano possibilità di cavarsene fuori. Alcuni morirono in prigione, altri furono giustiziati su pubblica piazza. Il loro martirio ci è noto a mezzo della Lettera dei cristiani di Lione alla Chiesa di Smirne, inserita nella Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea (265-339). Blandina era sopravvissuta nelle prigioni. Data alle bestie, non si pensava che potesse resistere a lungo: «Sarà salda fino alla fine o farà apostasia?», ci si domandava. Niente da fare. Le bestie affamate non si gettarono sulla ragazza, che pure era immobilizzata come da prassi. Ultima ad essere martirizzata nell’arena, dovette sgozzarla un boia malgrado le urla della folla: «Abiura! Sacrifica agli dèi! Salvati la vita!».

I cristiani sono accusati di slealtà politica

Proprio perché i cristiani rifiutavano di sacrificare agli dèi romani e all’imperatore furono perseguitati. Tuttavia sarebbe sbagliato considerare il regno di Marco Aurelio come un momento di persecuzioni generalizzate. Non possediamo alcun testo di suo pugno in cui si esigessero la ricerca e la persecuzione di cristiani in tutto l’impero. Tra il I e il II secolo, le persecuzioni rimasero molto localizzate, anche se l’interdizione legale dei cristiani risale al 112, sotto il regno di Traiano. Essi erano dunque malgrado tutto tollerati, e potevano esercitare il loro culto in un contesto privato, nelle famose “domus ecclesiæ”. Bisogna attendere il regno di Decio (249-251), e ancora di più quello di Valeriano (253-260) per vedere un tentativo generalizzato di smantellamento delle Chiese. Poiché rifiutavano di sacrificare all’imperatore in periodo di crisi, i cristiani erano accusati di slealtà politica. Essi finivano dunque al di fuori della collettività ed erano accusati di attentare «alla coesione sociale e all’identità collettiva».




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La religione romana: una mera pratica pubblica

Certo, si è voluto fare degli scritti di Marco Aurelio una prefigurazione del cristianesimo. Sarebbe un errore, ci dice Benoît Rossignol, considerarli così: «Tutto, nella vita di Marco, come nei suoi scritti, testimonia la sua sincera adesione alla religione romana». Egli rispettava e compiva «i riti trasmessi dalla tradizione e dal consensus». Era del resto una “praxis”, vale a dire una pratica, più che un’adesione a una dottrina. A differenza dei cristiani che, da parte loro, avevano definito una regula fidei, che già Ireneo chiamava “Symbolon”, il futuro Credo.

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