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Spiritualità

Gli angeli custodi, una verità di fede. Ma attenzione a interpretazioni scorrette

ABRAHAM AND THE ANGELS

Rembrandt van Rijn | Public Domain

Toscana Oggi - pubblicato il 12/10/20

Non bisogna scadere in atteggiamenti o visioni che non sono compatibili con la fede cristiana

Una delle mie preghiere preferite è quella all’angelo custode che recito ogni sera. Ma qual è esattamente il ruolo degli angeli custodi nella nostra vita quotidiana? Possiamo rivolgerci a loro chiedendo aiuto anche per le difficoltà e le beghe di tutti i giorni?
Fiammetta Fiori

Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria

Alla fede popolare appartiene una preghiera di affidamento a quello che chiamiamo l’angelo custode. La liturgia cattolica ne prevede una memoria il giorno 2 ottobre, istituita da papa Clemente X nel 1670, mentre presso gli ortodossi il loro ricordo viene celebrato l’11 gennaio. Ci troviamo, quindi, di fronte a una realtà di fede, nella quale sono coinvolte liturgia e pietà popolare. Per questo, venendo incontro ai desideri della lettrice, è importante richiamare i punti essenziali di questo incrocio, che risale agli inizi della fede cristiana.

Secondo la Parola di Dio è indubbia la centralità assoluta di Cristo, delle sue parole e dei suoi insegnamenti. Ogni altra manifestazione religiosa deve essere riconosciuta come marginale: una limpidissima testimonianza la troviamo in Colossesi 2. Tuttavia, l’istinto religioso dell’uomo, che si esprime attraverso la devozione personale, debitrice di vari fattori culturali, lungo i secoli ha fatto crescere varie forme di pietà popolare che la Chiesa ha saputo coordinare con la fondamentale preghiera liturgica. Per questa opera di sostegno alla fede, possiamo richiamarci al Direttorio su pietà popolare e liturgia, a cura della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, approvato da papa Giovanni Paolo II, nel dicembre del 2001. In questo documento, troviamo alcuni passi proprio sugli angeli e la devozione nei loro confronti.




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Dopo aver richiamato le parole del Catechismo della Chiesa Cattolica, per le quali «l’esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama angeli è una verità di fede» (CCC 328), riporta tutti i passi nei quali la presenza degli angeli è affermata dal testo della Scrittura, sia nel Primo che nel Nuovo Testamento. Un passo importante per la nostra riflessione sono le parole che Gesù ci rivolge, ammonendoci a non disprezzare nessuno dei piccoli che credono in lui, «perché i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre» (Mt 18,10). Ricordiamo come in ogni celebrazione eucaristica, con le parole del Sanctus siamo invitati a unire la nostra lode con quella celeste degli angeli, attestazione chiara di una comunione fra la liturgia che celebriamo e quella misteriosa del cielo, in attesa di viverne una sola e unica per tutta l’eternità, secondo la visione profetica dell’Apocalisse di Giovanni. Ma accanto a questa comunione nel rivolgere a Dio il rendimento di grazie, la figura degli angeli ci mette davanti alla premurosa e costante sollecitudine da parte del Signore nei confronti di ciascuno di noi: alla luce della fede, sia pure per vie a noi misteriose, il Signore della storia è anche Colui che guida e protegge la nostra storia personale.

Così la devozione al proprio angelo custode dovrebbe essere un gesto di fede che dia luogo e sostenga un preciso atteggiamento di vita evangelica. Il Direttorio lo precisa in questi termini: una «devota gratitudine a Dio» per avere posto a nostro sostegno e guida degli esseri spirituali; uno stile di vita adeguato alla fede professata, nella consapevolezza di essere alla loro presenza; soprattutto, una «serena fiducia nell’affrontare situazioni anche difficili, perché il Signore guida e assiste il fedele nella via della giustizia» anche attraverso la presenza degli angeli e il compito loro affidato.




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Il Direttorio, però, invita anche a non scadere in atteggiamenti o visioni che non sono compatibili con la nostra fede. La pietà popolare è sempre soggetta a deviazioni ed è necessaria una continua attenzione secondo il discernimento ecclesiale. In modo particolare, non è corretta la visione di un mondo luogo di lotta incessante tra spiriti buoni e spiriti cattivi, all’interno della quale l’uomo sia come in balia di forze superiori a se stesso. Nella fede evangelica il credente è chiamato a lottare contro il maligno con tutto il suo impegno morale, in umiltà e confidente preghiera. Così non si possono attribuire all’azione del maligno le contraddizioni della vita e a quella dell’angelo custode successi e realizzazioni: ogni credente cammina verso la pienezza di Cristo secondo la propria collaborazione alla grazia dello Spirito. E infine non è conveniente attribuire nomi agli angeli, se non quelli che sono attestati dalla Scrittura (Michele, Gabriele e Raffaele).

Un’ultima annotazione. È costume diffuso quando muore una persona a noi cara, specialmente se in giovanissima età, affermare di avere un angelo in cielo. L’intenzione è comprensibile e in qualche modo esiste un’analogia fra l’assistenza degli angeli e la comunione misteriosa che viviamo con i nostri morti.

Gli angeli, però, non sono i nostri morti. Questi sono chiamati alla risurrezione futura, proprio come noi: nella risurrezione della carne, grande mistero della nostra fede, la dimensione corporale che ci sarà donata permetterà quel riconoscimento personale che abbiamo vissuto attraverso il nostro corpo su questa vita terrena. È la grandezza della persona umana, chiamata da Dio a condividere l’umanità gloriosa del suo Figlio Gesù, il Vivente.

In questo cammino di trasfigurazione gli angeli ci vengono in aiuto: li invochiamo personalmente con la preghiera imparata da bambini, li invochiamo insieme nella liturgia del 2 ottobre.




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Qui l’articolo originale pubblicato da Toscana Oggi

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