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Card. Barbarin: vi racconto il mio calvario

Cardinal Barabrin

© PLUQUET Pierre-Antoine

Marzena Wilkanowicz-Devoud - pubblicato il 08/10/20

Attualmente cappellano delle Piccole Sorelle dei Poveri a Saint-Pern, l'arcivescovo emerito di Lione ha pubblicato un libro in cui ripercorre gli ultimi quattro anni, segnati dal giudizio e dalla tempesta mediatico-giudiziaria per accuse di copertura di abusi sessuali. Aleteia lo ha incontrato

En mon âme et conscience (Nella mia anima e nella mia coscienza) è il titolo del libro scritto dal cardinale Philippe Barbarin pubblicato il 1° ottobre dalle edizioni Plon.

Condannato in prima istanza a sei mesi di carcere con la condizionale per non aver denunciato le aggressioni sessuali perpetrate per vent’anni da Bernard Preynat ai danni di alcuni scout tra gli anni Settanta e Novanta, l’arcivescovo di Lione è stato assolto in appello nel gennaio scorso.

Due mesi dopo, nel marzo 2020, il vescovo Barbarin ha annunciato che lasciava il posto di Primate delle Gallie dopo 18 anni di ministero a Lione.

Le sue dimissioni sono state accettate da Papa Francesco, e Barbarin si è unito agli inizi di luglio all’arcidiocesi di Rennes, dove ora è cappellano della casa generalizia delle Piccole Sorelle dei Poveri a Saint-Pern, Ille-et-Vilaine.

È stato dal monastero delle Contemplative del Monte degli Ulivi in Terra Santa, durante un lungo ritiro spirituale, che il presule ha scritto il libro – il cui copyright verrà ceduto alle vittime di abusi sessuali – con questa frase chiave: “È giunto il momento di dare la mia testimonianza. C’è bisogno della verità. Per tutti”.


Cardinal Barbarin

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Perché scrivere questo libro?

La tempesta mediatica è passata. Mi è sembrato idoneo dire cose che all’epoca non potevo esprimere. È giunto il momento di raccontare certi fatti, di descrivere con calma un cammino interiore. Il libro potrà essere accolto bene o male, ma spero soprattutto che porti più luce e pace che problemi.

Nella prefazione dice di voler condividere ciò che ha “fatto o omesso”…

Su questo punto c’è grande chiarezza: ho sempre pensato di non essere colpevole di quello di cui venivo accusato, ovvero di aver ostacolato la giustizia. Al contrario, ho sempre esortato le vittime a presentare una denuncia.

Ad ogni modo, ho sempre riconosciuto i miei errori, come quando mi hanno raccontato per la prima volta la questione Preynat e non ho voluto sentire troppo.

Poi, quando ho conosciuto Bernard Preynat, non gli ho chiesto di raccontarmi immediatamente i fatti. Dovevo andare a bussare alla porta della Conferenza Episcopale Francese, e avrei ricevuto una risposta.

Perché non ho agito fino al 2014, quando ho conosciuto una vittima? Quell’uomo mi ha spiegato ciò che era successo. Gli ho chiesto se avrebbe scritto quei fatti.

Con un documento preciso si poteva andare a bussare alla porta di Roma e chiedere cosa fare, anche se quei fatti tanto gravi non potevano essere più giudicati dai tribunali francesi per via del tempo che era trascorso.

Una volta che questi fatti sono arrivati alla nostra attenzione, sono stati tali che non potevamo nasconderci nel silenzio. È quello che abbiamo fatto. Roma ha ammesso: “Sono episodi molto vecchi, ma sono molto gravi”. Per questo abbiamo ritirato ogni ministero a Bernard Preynat.

Perché non è stato fatto prima? Perché io stesso, che ho chiesto la testimonianza a una vittima appena l’ho conosciuta, non ho interpellato Bernard Preynat non appena sono venuto a conoscenza dei fatti? È stato un errore, lo ammetto.

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