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«Se non avviene un miracolo, dovremo lasciare Cuba»

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Maria Lozano - Aiuto alla Chiesa che Soffre - pubblicato il 06/10/20

Il tornado che ha sconvolto L’Havana (Cuba) nel gennaio 2019 ha provocato danni immensi, specialmente nella parrocchia di Jesús del Monte, affidata a dei frati mercedari.

La notte del 27 gennaio 2019 non sarà facile da dimenticare, per frate Gabriel Avila Luna: ha dovuto credere che fosse l’ultima della sua vita. Venti a più di 300 km/h hanno devastato alcune zone de L’Havana. Per sedici minuti, i frati mercedari che vivono nella parrocchia di Jesús del Monte si sono ritrovati tra la vita e la morte. Il tornado ha investito una fascia larga 20 kilometri e mezzo, e si è portato via quattro persone.




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Anche gli abitanti de L’Havana, abituati agli uragani, sono rimasti traumatizzati dal carattere imprevedibile del suo arrivo e dalla sua violenza. Roba mai vista nell’arco dei cinquecento anni di vita della città. Spiega frate Gabriel:

Adesso siamo cinque frati, ma in quel momento eravamo tre – gli altri non si erano ancora uniti alla missione. Quella notte ero con frate Rodolfo, perché l’altro frate era uscito. Penso che fosse provvidenziale il suo non esserci stato, perché la sua camera è stata quella investita più duramente.

Frate Rodolfo Rojas dice, mostrando i danni alla fondazione internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre:

Si sarebbe detto un attentato dinamitardo, botti che parevano di arma da fuoco… abbiamo veramente pensato di star per morire.

Ci sono ancora brandelli di tetti delle case vicine, tegole sbalzate via e incastratesi nelle pareti della chiesa e del convento. Numerosi vicini continuano a temere che una cosa simile possa ripetersi.

Anche i frati che dirigono la parrocchia di Jesús del Monte dal 2014 continuano a temerlo, soprattutto adesso che ai Caraibi ricomincia la stagione dei cicloni e degli uragani.

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Come indica il suo nome, l’antica e storica parrocchia di Jesús dal Monte è collocata sull’omonima collina, un luogo simbolico nella storia de L’Havana perché fu testimone di sollevazioni popolari e dell’eroica difesa della città in occasione di invasioni straniere. Frate Rodolfo spiega:

Si tratta della prima chiesa costruita fuori dalle mura della città vecchia, e i suoi archivi conservano i registri battesimali dal 1689. Per i vicini del quartiere Diez de Octubre è un luogo emblematico. È qui che si raccolgono per le loro attività culturali e che i bambini vengono a giocare. Qui tutto ruota attorno alla chiesa.

Adesso e per qualche tempo ciò dovrà cambiare, perché il tornado si è accanito particolarmente sulla chiesa. Spiega Eduardo Andrés, incaricato del progetto di ricostruzione che Aiuto alla Chiesa che Soffre intende sostenere nei prossimi mesi:

Il tetto in legno di epoca coloniale e le pareti in pietra hanno subito danni irreparabili, e quasi tutti i banchi, le statue e gli altri oggetti sono stati distrutti o sono scomparsi per la forza del vento che ha sbalzato via la grande porta dell’ingresso principale. La croce in ferro che sovrastava il campanile è stata completamente divelta ed è caduta come un proiettile vicino al coro, aprendo un enorme squarcio.

La riparazione è estremamente urgente perché, come dice frate Gabriel,

A oggi, la chiesa e la canonica versano in uno stato deplorevole e si deteriorano sempre di più. Del resto, la domenica dobbiamo raccogliere i parrocchiani fuori dalla chiesa, e questo non è possibile durante la stagione delle piogge.

I religiosi ringraziano vivamente ACS che, insieme con altre organizzazioni, si è impegnata a restaurare la chiesa, patrimonio storico.

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Ma il giovane frate messicano 29enne continua a non essere tranquillo, non per timore di un altro tornado bensì perché, come superiore della comunità cubana, non sa come risolvere gli altri problemi che li attanagliano: le finestre e le porte della casa in cui vivono i frati hanno subito distruzioni, alcuni solai sono stati forati e l’acqua s’infiltra dappertutto durante la stagione delle piogge. Il sacerdote deplora:

Non è tanto per noi, quanto per i tre seminaristi che abbiamo. Questi giovani, impazienti di entrare nella nostra comunità, devono restare nelle loro case di origine a causa dello stato deteriorato del nostro convento. Siamo arrivati sull’isola nel 2012, dopo essere stati via da Cuba per 125 anni. Frate Rodolfo è stato uno dei primi a entrare nel nostro ordine dopo il nostro arrivo. Viviamo di provvidenza: cibo, medicine, spese personali… tutto dipende dalla generosità dei fedeli. ACS ci aiuta con le intenzioni della messa. Eravamo disperati e il vostro aiuto è stato una goccia d’acqua di cui vi ringraziamo molto. Tuttavia, le cose qui a Cuba vanno malissimo.

La voce del giovane mercenario tradisce impotenza e tristezza. È comprensibile, perché guarda avanti e pensa alle conseguenze nel medio periodo:

La nostra presenza sull’isola è messa in pericolo. Se non troviamo altre risorse, dovremo emigrare in Messico perché la missione non potrà essere mantenuta. Se non avviene un miracolo, dovremo lasciare Cuba. Sarebbe molto triste, perché credo che il nostro carisma renda la nostra presenza necessaria per la popolazione locale. Sarebbe triste dover andare via, ma non so come fare per evitare la chiusura di questa grande missione.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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