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Come si ottengono buoni frutti spirituali?

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padre Carlos Padilla - pubblicato il 06/10/20

I frutti che dà la vigna sono di Dio

Cristo mi ha invitato a stare con Lui, al Suo fianco. Mi ha chiesto di camminare con Lui, di lavorare con Lui. Me lo spiega con una parabola:

“Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano”.

Il Regno di Dio è quella vigna, è la sua Chiesa, lì dove Egli vive, dove sono chiamato a vivere con Lui. Lì dove mi metto a lavorare gomito a gomito con Gesù, al Suo fianco.

Sono Suo apostolo, ed Egli mi invia a donare la vita. Non c’è cristiano che non sia apostolo. È impossibile aver incontrato l’amore di Dio e non avere la necessità di raccontarlo, di lavorare al Suo fianco perché la vigna dia frutto.

Essere di Cristo è essere inviati come apostoli.

Dopo aver incontrato Gesù, dopo aver incontrato Maria nel Santuario, la mia vita cambia e ho bisogno di uscire a raccontarlo a chi non ha mai visto il Suo volto.

Arare la terra, lavorare il campo, seminare speranza che possa dare frutto. Devo solo essere fedele alla promessa inscritta dentro di me.


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I discepoli a Pentecoste sono diventati apostoli per opera dello Spirito Santo che ha cambiato il loro cuore. Con quel fuoco, con quel vento, hanno posto fine alla paura e al pudore nella loro anima.

I discepoli prima erano timorosi, ma ora sono capaci di mettersi in cammino. È quello che fa Gesù con me. Mi invita nella Sua vigna perché lavori la terra al Suo fianco e nel Suo nome.

La mia unica missione consiste nel parlare in un linguaggio che tutti comprendono. Nell’agire in modo tale che tutti vedano qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, un motivo per continuare a sperare.

La conversione mi porta ad essere apostolo. Mi metto all’opera nella mia vigna e faccio tutto quello che ascolto oggi:

“Un mio amico aveva una vigna in un campo fertile. L’ha scavata, l’ha dissodata e ha piantato buoni vitigni. In mezzo ha costruito una torre di guardia e ha costruito un torchio”.

Divento uno strumento. E questo accade solo quando ho toccato un amore più grande. Qualcuno mi ha amato più di quanto chiunque mi abbia amato prima, e più di quanto io abbia mai amato nessuno.

Ho bisogno di sapermi amato da Dio nel profondo per diventare Suo apostolo, vignaiolo, lavoratore del Suo regno.

Ho bisogno di vincere le paure che porto dentro, la paura del fallimento e del rifiuto. E di mettermi in cammino portando vita e speranza dove mi guida lo Spirito.

Mi è chiaro che non annuncio me stesso. Non parlo di me, del mio potere, delle mie capacità. Non ostento nulla di quello che ho.

Semplicemente mi svuoto di me stesso per riempirmi di Dio. Mi svuoto del mio orgoglio, dei miei diritti, della mia vanità, della mia ricerca malata di successo. E così, vuoto, inutile, lascio spazio a Dio nella mia vita.

Non cerco il successo in quello che faccio. Non lo pretendo. I frutti che dà la vigna sono di Dio, non sono miei, non mi appartengono. I frutti sono sempre di Dio, non di chi semina.




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Io non faccio altro che depositare il seme nella terra, la irrigo con costanza, la curo perché non muoia, visto che la vigna non è mia, non mi appartiene.

Non sono il padrone della vigna, sono solo uno dei lavoratori. Non ho inventato io la vita, non ho fabbricato la pianta, non ho tessuto il frutto, non ho composto i risultati.

Col passare degli anni, comprendo sempre di più che tutto ciò che faccio è opera di Dio in me, ma vedo anche che a volte l’orgoglio e la vanità, l’amor proprio e la mia passione sono un pericolo nella mia vita.

Qual è l’intenzione che mi guida quando sono apostolo di Cristo? Chi annuncio, di chi parlo?

Se non muoio a me stesso per lasciare spazio a Dio nella mia vita, se non riesco a svuotarmi di me stesso, dei miei interessi, non potrò mai riempirmi dello Spirito santo.

Mi è chiaro che non cambierò il mondo con le mie forze, con le mie capacità e i miei talenti. Non posso. Il compito è immenso. E io sono così piccolo…

Non ho il Suo potere. Potrò farlo solo con le Sue forze, con la Sua grazia. Non sono miei i miracoli che vedo tanto spesso intorno a me. Frutti visibili, conversioni reali. Opere che sono degne di Dio, non dell’uomo.

Vedo che quel miracolo è opera di Dio nel mio cuore. La prima grande opera è la trasformazione interiore che io stesso ho vissuto. Il mio desiderio di santità è già opera Sua. Il desiderio di voler lavorare nella Sua vigna è Suo.

Tutto il resto, i frutti che non controllo, la pioggia che non programmo, la vita che non creo… Tutto questo è di Dio e mi viene dato in aggiunta, non mi appartiene.

Non dipende da me che un campo seminato finisca per dare frutto. Non dipende dall’intensità che metto nel lavorare e nel vivere la mia vita con passione. Non dipende dal tempo investito, né dai miei talenti.

Dio può far sì che la vita sorga nel deserto e sotto le pietre. Con la Sua luce, con la Sua acqua, Dio può rendere feconda la mia vita quando io vedo che non lo è. Io da solo non posso farlo.

L’unica cosa che mi chiede Dio è di essere fedele, di andare nella vigna, di lavorare al Suo fianco, di investire il mio tempo nella Sua presenza. Di svuotarmi e di lasciarmi riempire. Di mettermi all’opera senza cercare scuse per non agire.

Quello di cui Dio ha bisogno è il mio “Fiat” allegro e fiducioso. Questo gli basta.

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