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Col Battesimo, figlio mio, sei diventato figlio di Dio

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Josh Applegate/Unsplash CC0

Paola Belletti - pubblicato il 06/10/20

Non basta la natura umana, serve un potere, serve una rinascita dall'alto.

Col Battesimo, figlio mio, sei diventato figlio di Dio, come me.

Una frase che sembra da baci perugina versione cattolica, invece apre la tenda spessa che ci separa dalla visione della realtà spirituale; e ci fa intuire che quello che succede col battesimo è un’evoluzione impossibile senza l’intervento di qualcosa d’altro, così Altro ma così prossimo da poterci traghettare in un nuovo oceano dell’essere.

Ci pensavo ieri, poiché ieri, sette anni fa il nostro quartogenito ha ricevuto il Battesimo. E farne memoria è un dolce dovere. Ricordo che il sacerdote, Don Daniele, si era appena insediato come nuovo parroco e che quello era il primo sacramento da lui amministrato nella porzione di Chiesa appena affidatagli. Ci chiese se volevamo rispondere “il Battesimo” oppure “la fede” alla domanda iniziale del rito: “cosa chiedete per questo vostro figlio?”


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La fede, dicemmo. Impossibile che possa esercitarla come virtù personale per vie naturali; possibile misteriosamente che il dialogo tra la sua anima e Dio sia così profondo da non necessitare di vistose manifestazione esterne. Abbiamo in merito a questo, tutti noi familiari, consolanti sospetti.

Ieri era anche la memoria liturgica di Santa Faustina Kowalska, la “segretaria della Divina Misericordia”; scegliemmo apposta quel giorno, tra le poche opzioni che le circostanze così duramente disposte dalla malattia di nostro figlio e dai tempi ospedalieri ci offrivano.

Per che cosa si fa festa?

Fu una bella festa, un momento di riposo e ristoro; oltre alla ricchezza del rito sacramentale del battesimo, ricordo il gesto di mio marito che alzò in alto quel nostro bimbo così bello e quasi  perfetto, che dormicchiava a turno nelle nostre braccia. Lo sollevò in alto, verso la comunità, dopo che insieme lo avevamo affidato a Maria. Come per mostrare che era entrato in un nuovo modo dell’esistere, che era stato investito di un nuovo definitivo ordine. E con il dolce strazio di saperlo impossibilitato a tradire la promessa di compimento consegnatagli con l’iniziazione cristiana.

Nascere non basta, occorre rinascere dall’alto

Ci pensavo perché figli di Dio non si nasce, ma si rinasce. E non si è mai finito. Pensavo a questa rivoluzione invisibile e potente che avviene per mezzo di poveri ma indispensabili segni; pensavo che si diventa quello che sen za Cristo nessuno dei miliardi di uomini nati e morti su questa terra sarebbe mai potuto essere; lo si diventa per volontà di Dio stesso e per la nostra adesione, una danza di libertà che si rincorrono nel tempo per abbracciarsi, alla fine. Il nostro Ludo non può, apertamente, ma possiamo noi per lui, come Chiesa, non solo come genitori.

Se ci torno con la mente, a quella giornata, a quei gesti, alla commozione rigenerante che ci liberò almeno per un po’ dagli affanni di quei lunghi giorni di ospedale, di incertezze coltivate come un piccolo orto di speranza travolto da notizie impietose che diventavano diagnosi certe; se penso alla bellezza che è successa e quasi non la si conosce, sono sopraffatta. Dall’irrompere di una vita nuova, impossibile per noi ma resa praticabile dalla grazia.

A quanti lo accolsero, diede il potere di diventare figli di Dio, a coloro che credono nel Suo nome: il nome di Colui che da Dio è stato generato.
Sì, la Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria (….). (Gv, 1, 12-14)

Chissà cosa contempli, figlio mio, nel tuo cuore intonso; chissà cosa vivi senza poterlo raccontare. Chissà quanto in te segretamente cresce e si irrobustisce l’albero della vita nuova, quella senza malvagità, senza corruzione, senza vendetta e tutta pace.

Chissà figlio mio quanto ci sei avanti nella corsa; quanto pienamente ti sta investendo il fiotto di vita nuova che piove dall’alto.

Con il Battesimo, figlio mio, sei diventato figlio Suo e questo basti al nostro cuore, saperti salvo.

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