Aleteia logoAleteia logo
Aleteia
venerdì 30 Ottobre |
San Marciano di Siracusa
home iconFor Her
line break icon

Roma: feti seppelliti al Flaminio e violazione della privacy

Marta Loi | Facebook

Paola Belletti - pubblicato il 05/10/20

A Roma scoppia il caso della sepoltura dei feti abortiti e si auspica la class action delle donne coinvolte. E mentre la Procura di Roma ha aperto un'indagine ci si dimentica del bene maggiore e del male più grave.

Cinque giorni fa ha iniziato a diventare notizia da testate giornalistiche, ma a sollevare il caso è stato un post su Facebook del 28 settembre. Ecco come lo riferisce Repubblica:

Una croce dopo l’altra, una per ogni feto. Con sopra, un nome e un cognome. Quello di una donna. Al cimitero Flaminio a Roma vengono seppelliti i corpicini e i dati personali di chi ha abortito sono visibili a tutti. Centinaia le croci, divise in più lotti e si riconoscono perché sono bianche, sbilenche, col nome di famiglia, di colei che ha dovuto o voluto interrompere la gravidanza.
Per prima se n’è accorta una donna, M.L. che un paio di giorni fa si è sfogata con un lungo post su Fb. “Non ne sapevo niente, mi sono trovata il mio nome su una tomba”. Poi un’altra, sempre nello stesso cimitero, che dice: “È come se avessero seppellito me, hanno deciso che io sono già morta” e altre donne lo vengono a sapere dai giornali e si stanno facendo avanti in queste ore. (Rep.)

 
A Roma è scoppiata una polemica di forte impatto emotivo che coinvolge associazioni delle donne, Garante della Privacy, ospedali e servizi cimiteriali ed è stata annunciata un’interrogazione parlamentare. (Rep)

La reazione emotiva si allarga

La reazione è comprensibile, per larga parte condivisibile. Non si può negare che esporre i nomi delle donne che hanno abortito sia stata una grave indelicatezza. Eppure, con il montare della componente emotiva, se non ci si ferma a riflettere, si rischia di perdere totalmente il punto della vicenda. Si tratta di feti, si tratta di resti umani.

Nemmeno se ci investono il gatto lo buttiamo in un sacco nero tanto facilmente. Allora perché come società accettiamo che migliaia di bambini allo stadio fetale o embrionale vengano trattati come rifiuti? Dovrebbe ribollirci il sangue nelle vene come popolo intero.


CRYING

Leggi anche:
Giornata lutto perinatale, una testimonianza: amo mia figlia come merita, per sempre

Avere a cuore entrambi: madre e figlio

La Comunità Giovanni XXIII, che dal 1999 si occupa della sepoltura dei feti, ha sottolineato nel comunicato stampa relativo alla triste ma emblematica vicenda la cura che occorre avere in circostanze come queste: anche nel lutto da aborto procurato bisogna salvare entrambi, la madre nel suo orizzonte terreno e il bambino in quello che incontra oltre la morte; e bisogna considerare il loro legame di reciproca appartenenza, non di possesso.

«Sia sempre garantito il rispetto della privacy e della dignità delle mamme che non hanno dato alla luce i loro figli». E’ quanto dichiara Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, in merito alla vicenda delle tombe dei feti con i nomi delle madri in un cimitero romano.
«L’aborto rappresenta un lutto sommerso. Lo confermano anche i racconti ascoltati in questi giorni. Un evento tragico e sottovalutato. Il mancato riconoscimento sociale di questo lutto lascia i genitori nella solitudine, complicando il processo di elaborazione del lutto» spiega Ramonda.
«Insieme alla dignità della madre va garantita anche quella del figlio non nato. – continua Ramonda – Anche loro hanno diritto ad una sepoltura cristiana, come si diceva una volta. Non essere considerati “rifiuti speciali ospedalieri” o ammassati in fosse comuni. È nostra cura fornire ai genitori tutte le informazioni necessarie, nel rispetto della privacy, per poter compiere questo atto che restituisce dignità e rispetto alle spoglie mortali di questi bimbi in qualsiasi età gestazionale siano morti».

La legislazione

La questione della sepoltura dei feti non è un semplice “retaggio fascista” come paiono suggerire alcuni articoli. La legge cui si fa riferimento è un regio decreto, il n.1238/1939 e la sua ratio è quella di regolamentare una pratica di pietà umana prima ancora che cristiana: seppellire degnamente i bambini e i feti nati morti o morti subito dopo la nascita.

Di sicuro, non solo si poteva ma si doveva pensare ad una modalità più rispettosa per le donne e anche per i bimbi che sono la parte più tragicamente lesa. Il motivo per cui è indicato il nome della mamma in mancanza di un nome assegnato al bambino secondo l’Azienda municipale è questo, come riporta da IlPost:

Ama (Azienda Municipale Ambiente) ha semplicemente comunicato che si usa così: il simbolo «è quello tradizionalmente in uso, in mancanza di una diversa volontà, mentre l’epigrafe, in assenza di un nome assegnato, deve in ogni caso riportare alcune indicazioni basilari per individuare la sepoltura da parte di chi ne conosce l’esistenza e la cerca».

Un lutto che va elaborato

Altra riflessione: quanta delicatezza e amorosità hanno mostrato gli operatori dei servizi cimiteriali? Lo si desume dalla telefonata e dai commenti della stessa donna.

Custodire con rispetto piccoli resti che nessuno reclama in attesa di offrire loro una sepoltura degna di una creatura umana è una cosa nobile. Bisognerebbe premiarla più che passarla al terribile vaglio dell’opinione pubblica.

Leggi, decreti e circolari

Sul fronte legislativo nazionale è in vigore anche un decreto del Presidente della Repubblica del 10 settembre del 1990 firmato da Francesco Cossiga che regolamenta la possibilità di seppellire i feti anche al di sotto delle 20 settimane. Prosegue il comunicato della Giovanni XXIII che ne sottolinea il punto debole, se valutato dal punto di vista della coppia che perde il bambino:

Il DPR 285/90, che regolamenta la polizia mortuaria a livello nazionale, prevede che anche al di sotto delle venti settimane i parenti possano chiedere la sepoltura del proprio figlio, ma hanno solo 24 ore per farlo, oltre le quali ne perdono il diritto. La legge non è chiara sul cosa si debba fare in assenza di tale richiesta ma in genere i feti vengono gettati fra i rifiuti speciali dell’ospedale e inceneriti.
Una circolare del ministero della salute ne raccomanda la sepoltura anche in assenza della richiesta dei genitori.

Un piccolo d’uomo è un uomo piccolo

Rifletto sul post della signora Loi: figlio è proprio lo status che lei stessa gli riconosce. Lei, non incursori pro life. E’ lei che denuncia, forse senza rendersene conto, che l’aborto per quanto procurato genera confusione, dolore, debolezza in tutta la persona; è una ferita alla donna, alla madre, ed è la soppressione del figlio. E’ la prima a mostrare quanto ogni gravidanza sia un evento epocale e rivoluzionario e quanto incida definitivamente sulla nostra vita (e persino su quella del mondo, dal quale non basterà mai a isolarci il separé della privacy). Lei racconta quanto le donne, tante altre, si rivolgano a questo servizio e vi trovino ascolto, dolcezza, dimestichezza persino con un dolore che ha le sue secche e le sue alte maree. Che sembra non lasciare traccia e poi torna. Un dolore, quello del lutto perinatale, troppo spesso lasciato orfano nella nostra società.  Per questo reclama più attenzione.

La dignità umana vale più della privacy

Ora, con tutta la comprensione che ho subito provato per questa donna e il dramma enorme del quale rivendica la parte più marginale (la privacy violata), mi faccio una domanda: perché invece che andare dietro alla lepre giornalistica che dà il passo al gruppo non cambiamo ritmo e tragitto?
La notizia vera, dato il numero di persone coinvolte e la gravità della materia, è che dal 2012, a Roma c’è una sorta di filiera che funziona e che si occupa senza clamore di seppellire degnamente dei bambini per aborto. Dei resti indubbiamente umani sono trattati come tali. E, se ci pensiamo bene, questa dovrebbe essere la prassi: umana, non cristiana, metodista, musulmana, ebrea, buddista. Non è ancora questione confessionale.

Migliaia di aborti, migliaia di feti smaltiti come rifiuti

E questa è la parte in chiaro di un’immagine in cui prevale il nero: migliaia di bambini passano dal ventre materno in cui per diversi motivi trovano la morte ad un contenitore per rifiuti ospedalieri speciali. Davvero meritano di essere inceneriti insieme alle garze sporche di sangue?

E il famoso consenso informato?

A fronte di un numero di aborti spontanei che superano quelli procurati (nel 2018, in Italia, sono state notificate 76.328 interruzioni volontarie di gravidanza, cfr ISS), quante di noi ricevono il civilissimo e tanto a sproposito rivendicato consenso informato? Chi ci dice dove li metteranno una volta espulsi o estratti dalla cavità uterina, cosa ne faranno, come verranno trattati quei piccoli, significanti resti? Tracciamo pacchi Amazon al metro e non abbiamo idea di che destino abbiano i nostri figli più piccoli.
A me che è capitato parecchio tempo fa, nessuna delle due volte è stato detto nulla. Ho notato solo grande attenzione a chiamare mio figlio “prodotto del concepimento” e altre acrobazie linguistiche, ma della cosa più importante si è taciuto, prima, durante e dopo l’aborto. E me ne faccio una colpa che torna a tormentare insieme al dolore di non averli visti crescere.

Una M.L, tante madri riconoscenti

Dietro la croce del feto abortito di Marta Loi, ce ne sono altre decine: per quante mamme e papà o fratellini sono un luogo di consolazione, uno spazio che rende più evidente e tangibile la realtà di quel figlio che il mondo dimentica tanto in fretta? Penso con gratitudine, invece, a queste persone che si sono occupate dei feti, penso che piacerebbe anche a me e a tante altre poter avere un luogo dove piangere i figli che vedremo in un’altra vita, se sapremo meritarcela.
Sostieni Aleteia

Se state leggendo questo articolo, è grazie alla vostra generosità e a quella di molte altre persone come voi che rendono possibile il progetto evangelizzatore di Aleteia. Ecco qualche dato:

  • 20 milioni di utenti in tutto il mondo leggono Aleteia.org ogni mese.
  • Aleteia viene pubblicato quotidianamente in otto lingue: italiano, inglese, francese, spagnolo, portoghese, arabo, polacco e sloveno.
  • Ogni mese, i nostri lettori visionano più di 50 milioni di pagine.
  • Quasi 4 milioni di persone seguono le pagine di Aleteia sui social media.
  • Ogni mese pubblichiamo 2.450 articoli e circa 40 video.
  • Tutto questo lavoro è svolto da 60 persone che lavorano full-time e da altri circa 400 collaboratori (autori, giornalisti, traduttori, fotografi...).

Come potete immaginare, dietro questi numeri c'è un grande sforzo. Abbiamo bisogno del vostro sostegno per poter continuare a offrire questo servizio di evangelizzazione a tutti, ovunque vivano e indipendentemente da quello che possono permettersi di pagare.

Sostenete Aleteia anche solo con un dollaro – ci vuole un minuto. Grazie!

Tags:
aborto
Preghiera del giorno
Oggi festeggiamo anche...





Top 10
CEMETERY
Gelsomino Del Guercio
Indulgenze plenarie per i defunti: come otten...
Timothée Dhellemmes
Seconda ondata di Covid: in Europa il culto c...
Lucandrea Massaro
Sale il numero di morti nell'attentato di Niz...
HEAVEN
Philip Kosloski
Preghiera perché un defunto raggiunga la gioi...
ERIN CREDO TWINS
Cerith Gardiner
“Dio ha senso dell'umorismo”: coppia di genit...
EMILY RATAJKOWKSI
Annalisa Teggi
Emily Ratajkowski: scoprirò il sesso di mio f...
Aleteia
Preghiera a santa Rita da Cascia per una caus...
Vedi di più
Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni