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San Giovanni Paolo II
Stile di vita

Cosa significherebbe per noi non avere ansia?

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Kaspars Grinvalds | Shutterstock

Padre Patrick Briscoe - pubblicato il 03/10/20

San Paolo e San Francesco ci possono fornire la risposta

Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.

Filippesi 4, 6-7

Una citazione attribuita a Saan Francesco d’Assisi dice: “Mediante le ansie e le preoccupazioni di questa vita, Satana cerca di indebolire il cuore dell’uomo e di crearvi una dimora”. La vita radicale di San Francesco è la testimonianza di un cuore che era davvero la dimora del Signore. Rifuggendo la ricchezza della sua famiglia, San Francesco ha donato totalmente la sua vita al Vangelo, fondando nella Chiesa un nuovo movimento centrato su povertà, preghiera e comunità.

Pur non sapendo quale sarebbe stato il futuro della sua iniziativa, San Francesco ha vissuto senza ansia. Era povero e gioioso, non possedeva niente e desiderava solo il Signore. L’autenticità e la semplicità di San Francesco hanno cambiato il cuore di innumerevoli persone.

Cosa poteva intendere San Paolo? Come possiamo essere simili a San Francesco? Cosa significherebbe anche per noi non avere ansia?

L’ansia è di fondo un tipo di paura. È una risposta corporea naturale a una minaccia e a una difficoltà percepita. In base a questa concezione classica, l’ansia (la paura) è una passione.

Le passioni in sé e di per sé non hanno un carattere morale, parlando in senso stretto. San Tommaso d’Aquino lo indica dicendo che “la paura nella sua accezione generica denota un evitare in generale. In questo modo, non include la nozione di bene o male, e lo stesso si applica a ogni altra passione”. Per iniziare a pensare a quello che significa l’ansia, la paura, dobbiamo ricordare che in sé e di per sé la paura è una passione che non suscita né lode né biasimo. Quello a cui dobbiamo pensare è la nostra risposta ad essa.

La paura, quindi, è una passione, una cosa neutrale. Gesù nei Vangeli può quindi dimostrare paura, come ha fatto nel giardino del Getsemani prima della sua Passione (Mt 26, 36-39), senza che fosse peccaminoso. Anche i santi, quindi, possono mostrare paura, anche senza cadere necessariamente preda del peccato. San Paolo non può quindi voler dire “La vostra vita sia esente da qualsiasi incontro con la paura”.

La paura diventa peccaminosa quando permettiamo che la passione prenda il sopravvento sulla ragione. Alcune cose difficili nella vita devono essere affrontate, anche se sono insopportabili. Il coraggio, soprattutto, e tutta la serie di virtù, doni e grazie della vita cristiana vengono effusi nel nostro cuore per aiutarci a combattere.

Cos’è fondamentalmente la paura? Cosa significa avere paura? Ancora una volta, San Tommaso d’Aquino può aiutarci. Il santo afferma che “come l’oggetto della speranza è un bene futuro, difficile ma possibile da ottenere, così l’oggetto della paura è un male futuro, difficile e irresistibile”. In questo modo, la paura è una sorta di opposto della speranza. Se speriamo in una cosa, aneliamo a qualcosa che ci sforziamo di ottenere anche se è arduo raggiungerla. La paura è l’ombra incombente e in agguato del male, che anche se non è presente pensiamo potrebbe presentarsi.

Per l’Aquinate, però, l’ansia (agonia) è un tipo particolare di paura. San Tommaso dice che l’ansia nasce quando un male consiste in una cosa esterna (come opposta a qualcosa all’interno di noi) imprevedibile. L’ansia appartiene all’inconsapevolezza degli eventi sfortunati e delle sofferenze del futuro. L’ansia imprevedibile e inaspettata consuma buona parte del nostro tempo e della nostra energia.

Qual è la risposta di San Paolo? Come dobbiamo affrontare l’ansia nella nostra vita? Possiamo scacciarla?

San Paolo raccomanda di recitare preghiere di ringraziamento. Quando esercitiamo la virtù della gratitudine in questo modo, esprimendo la nostra riconoscenza a Dio, ricordiamo chi siamo come figli e figlie del Padre. Non dobbiamo abbandonare la nostra anima all’ansia; dobbiamo confidare nel Signore!

1- Ringraziare Dio ci ricorda che Egli, nella Sua Provvidenza, è il datore di ogni dono positivo (Giacomo 1, 17). La nostra vita appartiene al Suo ordinamento e alla Sua direzione. Ogni nostro respiro appartiene a Dio. Siamo stati creati dalla Sua bontà, e da questa verremo tutelati.

2- Ringraziare Dio ricorda la Sua generosità passata. Se Dio è stato così buono con noi prima, perché non dovremmo aver fiducia nel Suo amore saldo nel futuro? Come i profeti dell’Antico Testamento ricordavano a Israele le meraviglie operate da Dio, anche noi dovremmo tenere a mente ciò che ha fatto Dio per costruire la nostra fiducia nel Suo progetto.

3- Dio ha promesso di prendersi cura di noi. Ha inviato il Suo unico Figlio, il Signore Gesù, la pietra scartata dai costruttori, per ripristinarci alla vita. Il Preziosissimo Sangue di Gesù, il Figlio amato, è stato offerto per salvarci dai nostri peccati. Questo dono non dev’essere invano.

I cristiani non sono sbadati o spensierati. Dire che “non dovremmo avere alcuna ansia” non significa che non cadremo mai in preda alla paura. Quello che dobbiamo fare – con coraggio e verità – è affrontare la paura, cercare la pace.

San Francesco d’Assisi ci dice nelle sue Ammonizioni che “dove è quiete e meditazione, ivi non è affanno né dissipazione”. Quella pace viene dal Sigore e dev’essere chiesta a Lui.

Gesù ha promesso di inviare la Sua pace tra i discepoli (Giovanni 14, 27). Rivolgiamoci a Lui nella preghiera, rendendo sempre grazie!

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