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«Il dono d'amore più grande che puoi fare al tuo primo figlio è non averne un altro»

CHILD, ALONE, STREET

Tomsickova Tatyana | Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 01/10/20

Sembrava una campagna politica sul figlio unico perciò la città di Vancouver ha dovuto prendere le distanze: era solo la pubblicità (fallimentare e razzista) di una società non profit già autrice dello slogan "Il problema del traffico stradale comincia dal concepimento".

La città di Vancouver ha dovuto pubblicare una nota ufficiale, il direttore della società non-profit World Population Balance ha dovuto scusarsi: doveva essere una campagna pubblicitaria col botto, è stata una Caporetto. A settembre per le vie di Vancouver hanno fatto la loro comparsa, in prossimità di panchine e fermate dei bus, alcuni cartelloni pubblicitari dedicati al tema del sovrappopolamento. Uno in particolare ha attirato l’attenzione un po’ in tutto il mondo: la foto di un sorridente bimbo afroamericano era accompagnata dallo slogan

Il dono d’amore più grande che puoi fare al tuo primo figlio è non averne un altro.
ONE PLANET, ONE CHILD, BILLBOARD
News 1130 | Youtube


MACRON, PRESIDENTE, FRANCIA

Leggi anche:
Solo le donne ignoranti fanno figli, il maleducato Macron è anche educato male

Epic fail

Era naturale che non passasse inosservato, in fondo è proprio ciò che ci si aspetta da una campagna pubblicitaria di successo. Ma proprio la grande attenzione calamitata da quest’immagine ha generato una cascata di inciampi. Qualcuno ha cominciato a sussurrare che il Canada stesse promuovendo una politica orientata al figlio unico (proprio quando la Cina sta cercando di arginare i danni di quella catastrofica). Qualcun altro si è chiesto se quell’immagine non suggerisse che gli afroamericani devono smettere di riprodursi, il che suona decisamente razzista. Più banalmente, la gente di Vancouver – il famoso buon senso dell’uomo di strada! – ha dichiarato ai giornalisti:

Non credo che nessuno abbia il diritto di dire alle famiglie cosa fare.

Il passo successivo è stato quello di correre ai ripari. La città di Vancouver ha dovuto spiegare la sua posizione e ponziopilatescamente se ne è lavata: la scelta di quali campagne pubblicitarie esporre è a discrezione della società che si occupa della costruzione di panchine e fermate dell’autobus.

Dunque, non solo non c’era nessuna visione sociale approvata dal governo locale, ma non c’era proprio nessuna mossa pseudo-umanitaria da nessuna parte. Era solo una normalissima vendita di spazi pubblicitari.

Chi finanziava le affissioni è la società World Population Balance e il suo direttore David Gardner ha dovuto scusarsi doppiamente, sia per lo scivolone sul razzismo sia per la supposta lesione della libertà personale. Nessuna forma di discriminazione verso le minoranze etniche, nessuna volontà di imporre un pensiero … solo il grande desiderio di dire a tutti quanto è bello avere una famiglia piccola – ha precisato. Ma giusto per inquadrare il personaggio, aggiungiamo questo dettaglio:

Durante un’intervista del 2019 a CGTN America, una redazione distaccata della TV di Stato cinese, Gardner aveva apprezzato chi fa la scelta di avere un figlio solo, con lo slogan: “È così facile per un uomo fare una vasectomia dopo il primo figlio“. (da Faithwire)

Piccoli agenti inquinanti crescono

One planet, one child. Funziona, come slogan. Significa che per salvare il solo pianeta che hai devi fare solo un figlio. Ma si potrebbe spiegare meglio usando l’arma del paradosso: l’essere umano è quella creatura che esulta quando nasce il cucciolo di una razza di lupi in via di estinzione e che, poi, si sveglia una mattina con l’idea che per salvare il pianeta la sua razza deve estinguersi. Mi trattengo dall’entrare in una lunga e triste parentesi ambientalista, ma è quasi spontaneo notare che se i novelli virgulti della generazione Greta ragionassero sull’uomo con i criteri che applicano agli animali almeno rimarremmo nell’ambito di un pensiero sensato. Invece, pare che l’uomo diventi disumano quando si tratta di riflettere sulla sua specie.

Ho una visione bellissima, di un futuro in cui ogni bambino sia amato e abbia un mondo di opportunità; un mondo pieno di occasioni di lavoro e cibo, acqua fresca e affitti convenienti. Per risolvere la crisi ambientale, l’inquinamento, l’estinzione degli animali dobbiamo affrontare la causa all’origine di tutto ciò: il sovrappopolamento. (da World Population Balance)

Queste parole sintetizzano il cuore della campagna One planet, one child lanciata dalla società World Population Balance, la cui mission è quella di educare a una cultura della famiglia piccola come chiave di volta per risolvere i problemi del pianeta Terra, i cui mali sarebbero originati in massima parte dal sovrappopolamento. L’abilità di certi pensatori sta anche nel saper distorcere la prospettiva. Come posso far passare l’idea dell’estinzione felice senza dirlo chiaro e tondo? Promuovo l’idea della «famiglia piccola», quella in cui posso riversare l’amore premuroso su un’unica creatura eletta. Unico è la chiave di tutto: la grande bugia di questa campagna mediatica è ricordarci che unico significa «meravigliosamente straordinario» e farci dimenticare che significa anche «solo».

Nonostante i grandi sforzi a suon di slogan del direttore David Gardner, la verità esce fuori dal tappeto sotto cui la si vorrebbe nascondere. E in questa campagna si parla dell’uomo definendolo spesso e volentieri consumatore.

L’apparenza è quella di far passare il figlio come un tesoro così prezioso da essere protetto e preservato nella sua unicità, in realtà lo sguardo con cui si giudica una nascita è: stai mettendo al mondo un altro piccolo agente inquinante. E osservando la cosa in termini di famiglie altrui il ragionamento diventa: se chi è attorno a me mette al mondo meno figli, io (o mio figlio) avrò meno rivali/concorrenti a soffiarmi posti di lavoro, cibo, case. Emblematico che un altro slogan della medesima campagna sia stato:

Il traffico stradale comincia dal concepimento
ONE PLANET, ONE CHILD, CAMPAIGN
World Population Balance | Youtube

L’ambientalista col preservativo in tasca

Guardare con diffidenza la nascita, proporla come un evento da contenere e ridurre, è un suicidio. Letterlamente e non è così difficile da desumere. Che genere di ambientalismo è quello che s’inchina a Madre Natura e poi sostiene che i suoi figli sono potenziali agenti contaminanti? Si ama davvero la Terra stracciandosi le vesti per la desertificazione ambientale e poi applaudendo alla desertificazione di esseri umani? Si può piangere per il panda che non si riproduce più e poi convincersi che cambierà qualcosa se anche l’uomo smetterà di riprodursi?

Il vulnus sostanziale di queste fiorenti ideologie impazzite è quello che Chesterton predisse già nel 1911: se manca un ideale umano, si producono solo rimedi inutili.

Se c’è un’ipotesi che può salvare il Creato è proprio la nascita. Non esiste novità né cambiamento senza nascita. Quando nasce un bambino non viene al mondo un consumatore in più, ma la speranza di un potenziale inaspettato. Nell’idea del Creatore, quando nasce un bambino il mondo respira aria fresca. L’ostilità alla vita da cui siamo assediati su tanti fronti è, in fondo, un’autocertificazione di disperazione. L’uomo schiavo di sé e senza un Padre, finisce per staccare la spina a se stesso. Eppure si aggrappa ancora all’utopia del progresso; che genere di progresso può mai essere quello che si mette in guardia dalla vera novità, la nascita.

Ma rimanendo coi piedi per terra, basterebbe pensare a quanto è già problematica la situazione economica mondiale a causa del gelo demografico.

Infertilità preoccupante

Gardner ha anche applaudito il fatto che il tasso globale di fertilità si sia dimezzato negli ultimi 50 anni, e ha spiegato che si augura diminuisca ulteriormente. Nel 1963 il tasso globale di fertilità era di 5.04 figli per donna, oggi è attonro al 2.34. Nei soli USA il tasso di fertilità è decresciuto ancora più rapidamente: nel 2006 era di 2.12 figli per donna, oggi è 1.72.  (da FaithWire)

Dunque il promotore della campagna a favore del figlio unico ha applaudito all’evidenza che non occorreva alcuna campagna promozionale, il problema dell’infertilità è così serio che non c’è bisogno di spingerlo. Semmai occorrerebbe un’allerta in senso contrario: se il tasso scende sotto il 2.1, non esiste il giusto ricambio generazionale per garantire il sostentamento della popolazione anziana.

Sappiamo che la crisi economica scoraggia le coppie giovani a formare una famiglia, le donne diventano madri a età sempre più adulte, anche il ricorso massivo alla contraccezione ha ridotto la fertilità. Il quadro è molto complesso da ridurre, certo. Sia solo d’esempio notare quanto diventi sempre più esposto alla pubblica attenzione il tema della fecondazione assistita e dell’utero in affitto, segno di una vulnerabilità grossa nel concepimento naturale:

Sono 90 milioni le coppie nel mondo che sperimentano problemi di fertilità, 25 milioni di persone solo in Europa, che è il continente dove più si ricorre alla fecondazione assistita: si è passati dai 100mila cicli del 1995 ai 700mila del 2014. E il tasso di fertilità è in calo in tutto il mondo negli ultimi anni. Anche in Africa, dove rimane il più alto, il numero di nascite per donna è crollato da 5,1 nel 2000-2005 a 4,7 nel 2010-2015. (da Repubblica)
© ZHOOZHA / SHUTTERSTOCK

Avevamo davvero bisogno di un altro incentivo per smettere di procreare? E poi: cosa ci ha insegnato la Cina del figlio unico?

Cina: il paese del figlio unico è quello più inquinato al mondo. Come la mettiamo?

Dal 2015 in Cina è consentito avere un secondo figlio, un cambiamento radicale che ribalta una politica di pianificazione delle nascite intrapresa più di trent’anni prima.

Nel bel mezzo della Guerra Fredda, gli scienziati cinesi presentarono un ambizioso piano che non aveva niente a che fare con la politica missilistica, l’esplorazione dello spazio o qualhe arma di ultima generazione.
Riguardava i bambini. Il 25 settembre del 1980, il Partito Comunista cinese svelò questo progetto, chiedendo ai suoi membri, in una lettera aperta, di limitarsi volontariamente ad avere un figlio unico per nucleo familiare. Una richiesta che, in realtà, era un ordine. (da Figlio unico. Passato e presente di un esperimento estremo)

A scrivere è Mei Fong, corrispondente del Wall Street Journal che si è occupata di documentare dal 2003 gli effetti delle politiche demografiche cinesi sul paese. Ed è proprio guardando alla Cina che tutto il quadro idillico tratteggiato nella campagna ambientalista di One planet, one child salta per aria. Lasciandosi peraltro molte vittime alle spalle.

Quello che infatti comincia come un suggerimento imposto a non avere più di un figlio, fa presto a diventare eugenetica e violenza. Per far rispettare i limiti di nascita i governi provinciali cinesi erano autorizzati a richiedere l’uso di contraccezione, aborto e sterilizzazione per garantire il rispetto della legge e imponevano enormi multe per le violazioni. La politica del figlio unico ha aperto la strada anche all’aborto selettivo in base al sesso, la Cina ha registrato un deficit di 40 milioni di femmine. Mei Fong racconta di aver visitato i cosiddetti «paesi degli scapoli», zone rurali in cui non ci sono donne; ha anche documento come, di contro, sia fiorito il mercato delle sex dolls. Per non parlare degli aborti forzati anche a gravidanza avanzata: una sola testimone rintracciata dalla Fong ne avrebbe autorizzati 1500.

Se lo scenario umano è devastante, anche chi è interessato ai solo dei «vantaggi» economici dell’imposizione del figlio unico riceve una sgradita sorpresa:

Ed è qui che ci siamo sbagliati, perché le limitazioni imposte da questo piano demografico hanno contribuito ben poco al progresso del paese sul piano economico. Anzi, stanno mettendo a repentaglio il suo sviluppo futuro perché, nel giro di poco tempo, la popolazione finirà per essere composta da troppi uomini, da troppi anziani e, con ogni probabilità, per ridursi troppo in termini economici.

La Cina sta correndo ai ripari a fronte della voragine creata dal miraggio del figlio unico. Eppure in molti a livello internazionale, anche per colpa dei dati non veritieri diffusi dal regime, hanno applaudito la scelta della drastica riduzione demografica e l’hanno indicata come faro per una rivoluzione ambientale. Di fatto, a livello macroscopico ci sono evidenze chiare dell’opposto:

[…] i costi e le conseguenze della politica del figlio unico sono ancora così poco conosciuti che in tanti, specie tra gli ambientalisti, continuano ad apprezzarla. […] La Cina, nonostante la drastica limitazione del numero dei suoi abitanti, resta sempre il primo paese al mondo per inquinamento da CO2. La vera responsabilità va attribuita al modello di crescita economica a tutti i costi perpetrato dal Partito Comunista. Questo tipo di mentalità, che ha portato all’imposizione della politica del figlio unico, ha anche spinto a Pechino a realizzare la più debole tra le misure a tutela dell’ambiente.

Crisi economica, anni di sterilizzazioni e aborti forzati, selezione di genere, e perfino un incremento dell’inquinamento. Ecco a cosa ha portato l’esperimento del figlio unico lì dove è stato consigliato e poi impostoE purtroppo questo scenario non è l’ammiccante pubblicità alla fermata del bus, è la dura realtà (da evitare).

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