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Maryam: l'arte è una terapia, quando dipingo e scolpisco è la mia anima che si svela

MARYAM PEZESHKI

Maryam Pezeshki

Annalisa Teggi - pubblicato il 28/09/20

"Mi accorgo che vivo in mondo pieno di segni, l’arte è la via per accoglierli" così Maryam Pezeshki, artista iraniana arrivata in Italia grazie a un grande amore per Pinocchio: la speranza è che un abbraccio trasformi il nostro «legno duro» in un'anima eterna e bambina.

La sottrazione è un’operazione matematica non molto simpatica; il verbo togliere istintivamente non ci piace. Ma può anche essere sinonimo di sollevare, tirar via pesi ingombranti che distorcono e coprono la vista. Michelangelo sosteneva che in un pezzo di marmo c’era già tutto e il suo compito di scultore era quello di togliere i pezzi in più, fino a svelare l’anima nascosta nel marmo.

Anche la storia di Pinocchio può essere osservata da questo stesso punto di vista: un pezzo di legno che l’amore di un padre ha scolpito e che passa di avventura in avventura, fino a diventare bambino. La realtà ci leviga e ci scolpisce; possiamo dire che ci toglie molto e lo fa in modo anche doloroso. Può essere la via perché venga allo scoperto il volto più sincero e nudo della nostra anima? È questa la domanda che è emersa nel sottofondo dell’intervista che ho fatto a Maryam Pezeshki, e da tempo desideravo raccontare la sua storia. Oggi vive a Roma ma è originaria di Teheran; il suo viaggio umano è come un fiume in piena e l’arte è il suo alfabeto per prendere appunti sui segni in cui si imbatte. La pittura e la scultura sono ciò che la aiuta a togliere i pesi e il superfluo, per vedere l’essenza di sé e di ciò che incontra.


ELENA MARIA CANAVESE

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Cara Maryam, sono felice che tu abbia scelto di raccontare la tua storia a noi di Aleteia For Her. Sei iraniana ma da tanti anni vivi in Italia. Cosa ti ha portato nel nostro paese?

Sì, sono nata e ho vissuto a Teheran. Nel 2002 feci un viaggio per i musei d’Europa e in quell’occasione mi piacque tantissimo Firenze. Ho cominciato a disegnare da piccolissima e mio padre si era fissato, voleva che andassi a studiare a Firenze. Aveva degli amici italiani che ci portavano dei libri che illustravano gli Uffizi e tutti i capolavori dell’arte italiana. Tra le molte altre cose, mio padre era appassionato di dipinti e sculture.

Disegnavi da piccolissima?

Sì, pensa che il mio primo disegno, a 3 anni, è stato Pinocchio. Lo adoravo e tuttora ha un fascino pazzesco per me, mi sentivo e mi sento simile a lui: un personaggio ingenuo che si mette nei guai e poi in modo miracoloso si salva. Pensa che quando avevo facevo i capricci da piccola ero capace di sfinire la mia tata, mi impuntavo perché volevo parlare con Pinocchio. Era così estenuata che faceva finta di telefonargli e quando mi passava la cornetta doveva aggiungere: «Mi dispiace, è caduta la linea». Mi ricordo ancora il dolore fortissimo di quello che mi sembrava un rifiuto da parte del personaggio che amavo di più. Probabilmente è stato Pinocchio a chiedermi di venire in Italia.

MARYAM, PEZESKHI, PINOCCHIO
Maryam Pezeshki

Però per arrivare nel nostro paese ci hai messo un po’ di tempo. Cosa è accaduto nel frattempo?

Ho continuato il mio percorso di studi sull’arte. Quando avrei voluto iscrivermi alla facoltà universitaria dedicata alla scultura, l’Accademia era stata chiusa: stiamo parlando dei primi anni dopo la rivoluzione islamica e la scultura era una forma d’arte giudicata come verso Dio, un modo per creare degli idoli. Rimanevano però i concorsi di scultura e io li vincevo, già da quando avevo 12 o 13 anni. Per poter continuare a studiare arte mi sono iscritta a un corso di studi in disegno grafico, intanto continuavo a scolpire nel privato. Quando la facoltà di scultura è stata riaperta ho fatto subito richiesta per poter insegnare lì e sono diventata una giovanissima docente nell’Accademia di Teheran: sono stati anni belli e faticosi. I miei allievi erano tutti maschi, perché è una disciplina in cui ci si rovina le mani; ogni tanto i poliziotti del regime venivano a controllarmi in aula ed era un problema che io lavorassi in mezzo a tanti uomini, a volte mentre lavoravo l’argilla mi cadeva il velo e anche questo era un problema.

E i tuoi studenti non facevano obiezioni al fatto di avere una donna come insegnante?

No, loro erano veramente fantastici, ci divertivamo anche tantissimo. In Iran convivono due mentalità molto diverse: ci sono i fondamentalisti con cui non è possibile il minimo dialogo, ma ci sono anche le famiglie di intellettuali che hanno studiato e hanno uno sguardo aperto e libero. Sicuramente chi si mette a studiare arte è all’opposto dell’ideologia dei fondamentalisti. Coi miei studenti condividevamo momenti di vita anche fuori dalla scuola, li portavo a vedere i musei poi ne parlavamo davanti a un caffè. Si era creata una grande amicizia. Detto questo, la mia situazione restava difficile perché quando facevo le mie mostre c’era da confrontarsi con la censura. Io sono sempre stata libera nei miei studi dell’anatomia, mio padre era medico e a casa nostra era normale parlare della meraviglia del corpo umano, dei dettagli. Perciò in molte mie opere raffigurative i corpi erano al centro, ma erano proprio i pezzi che la censura puntualmente selezionava perché non fossero esposti. Capitava che all’ultimo momento mi ritrovassi con una mostra in cui potevo lasciar esposta una sola opera. Qualche anno dopo la morte di mio padre ho deciso di venire in Italia, era il suo sogno.

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13/set/2015 #maryampezeshkiartstudio #studioanatomia #cranio #skull #skullart #skullstudy

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In che anni siamo?

Sono venuta in Italia nel 2005, inizialmente con un visto di studi per l’Accademia di Belle arti di Firenze. È stata una follia totale, perché non conoscevo nessuno e non conoscevo la lingua. I primi mesi sono stati difficilissimi, abituarsi all’accento fiorentino è stato quasi impossibile. E non capivo le loro battute! I toscani hanno un modo di parlare urlato e io mi dicevo: “Cosa ho fatto? Perché sono arrabbiati con me?”. Durante i primi sei mesi sono ritornata una volta in Iran perché ero ancora legata affettivamente a un ragazzo. Ritrovarlo mi ha fatto capire che era una storia da interrompere: durante la lontananza lui aveva avuto altre relazioni ed è stata una grande delusione. Ma è stata l’occasione per capire che la felicità è qualcosa che mi porto dietro ovunque vado, non è legata al posto in cui sono.

Quindi sei tornata a Firenze?

Ho rischiato di non poter tornare, sono stata bloccata in aeroporto: attaccandosi a dei cavilli, sono riusciti non farmi imbarcare. Per altri tre mesi sono rimasta in Iran, ogni giorno andavo all’ambasciata spiegando che io avevo una casa in Italia in cui stavo continuando a pagare l’affitto e dovevo dare gli esami all’università. Non volevano sentire ragioni, nessuno mi ha aiutata. In modo inaspettato, e direi quasi miracoloso, ho incontrato un ambasciatore italiano che, saputa la mia situazione, mi ha confermato che non c’era ragione perché fossi trattenuta. Mi ha aiutato a partire e mi ha detto: «Non tornare più». Per ringraziarlo gli ho regalato il mio quadro migliore.

È come dicevi tu, la tua storia è fatta di disavventure come Pinocchio. E una volta tornata proprio nella Toscana di Collodi che è accaduto?

Ho vissuto degli anni bellissimi all’Accademia di Firenze, i professori mi hanno aiutato molto e mi hanno voluto bene. Oltre alla scultura ho studiato per due anni anche scenografia per il teatro. Contemporaneamente ho fatto tanti lavori per poter mantenere il permesso di soggiorno. Per 6 anni ho fatto la commessa part time in centro a Firenze, poi ho trovato lavoro nell’ambito delle spedizioni a Empoli; di fatto non riuscivo più a dipingere e stavo malissimo. Mi sono trasferita a Milano per due anni nella speranza di poter fare un lavoro che mi permettesse anche di scolpire e dipingere.

Adesso sei a Roma vero?

Sì, il mio percorso lavorativo è stato burrascoso e sullo sfondo c’era sempre la pressione di dover mantenere in permesso di soggiorno. Ho accettato condizioni molto dure e per anni non ho dipinto, come dicevo prima questo mi faceva un male incredibile. Proprio questa fatica mi ha fatto capire che la mia vocazione era l’arte, non stare davanti a un pc a mandare email. Per un po’ di tempo mi sono occupata di realizzare protesi per pazienti con un tumore o vittime di incidenti. Era un vero lavoro di scultura, perché dovevo creare parti che sarebbero state inserite direttamente nel cranio dei pazienti, ricostruivo a mano i pezzi di ossa che a loro mancavano. Purtroppo il datore di lavoro non è stato onesto con me e ho rischiato di perdere il permesso di soggiorno per colpa sua, ho deciso di interrompere quell’esperienza.

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