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Silvia Vegetti Finzi: non facciamo più figli, ma la colpa è anche nostra

SILVIA VEGETTI FINZI

©2011 Gabriele Marabini

Paola Belletti - pubblicato il 24/09/20

«La mia generazione ha sbagliato a non proporre una nuova idea di maternità alle giovani donne di allora, oggi ultra quarantenni.»

Ammetto la mia ignoranza, non sapevo chi fosse Silvia Vegetti Finzi fino a ieri ma ciò che leggo in questa intervista comparsa sul Corriere della Sera cinque giorni fa è più che interessante. Per prima cosa, come donna, laureata, moglie, mamma, lavoratrice, sfinita dalla lotta impari tra il tempo e le irrespingibili chiamate al dovere su tutti i fronti, provo sollievo.

Il mea culpa di una vera femminista: la maternità andava ripensata e difesa

Perché sebbene nel mondo cattolico la coscienza di questa contraddizione tra l’ideale malimposto della parità tra i sessi e la maternità sia stata mostrata e persino curata – pensiamo solo all’enorme merito di Costanza Miriano-, il fatto che una personalità come la sua ne parli con chiarezza e laicissima parresia, solleva; permette di ritrovare parole comuni e finalmente ripetibili, non scartate a priori perché cattoliche (che sciocchezza!). Non si fanno più figli ed è una immane tragedia. E la colpa è pure nostra. Questo in sintesi il suo nudo pensiero.

«Silvia Vegetti Finzi, psicologa, ha scritto numerosi libri importanti sull’adolescenza, sul femminile, sulla maternità. È anche autrice di una delle più articolate storie della psicoanalisi mai scritte in Italia. Ci incontriamo nella sua luminosa casa milanese, dove si è trasferita nel 2018 dopo la morte del marito, Mario Vegetti, al quale è stata legata per sessantadue anni. Due figli e tre nipoti. (CorSera)
Non facciamo più figli.
Ma la colpa è anche nostra.
Si spieghi meglio.
Io ho ottantadue anni, sono entrata nel movimento femminista tardi, nel 1980, ma sono poi stata molto attiva. E la mia generazione ha sbagliato a non proporre una nuova idea di maternità alle giovani donne di allora, oggi ultra quarantenni.» (Ibidem)

E il fatto che siano ultraquarantenni non è cronologico e basta; è tempo biologico, il che significa che quello naturale della maternità è finito.

Abbiamo insistito sulle priorità sbagliate

Avete insistito troppo sulla realizzazione professionale?
«Vi abbiamo insegnato ad essere figlie e non madri. A fare carriera e non a costruire un nuovo modello di maternità. Vi abbiamo spinto a cercare madri simboliche, da Virginia Woolf ai modelli più attuali, cercando di tenervi sempre in una condizione “filiale” e non “generatrice”. Non vi abbiamo passato il libretto delle istruzioni. Così oggi ci sono migliaia di quarantenni che non hanno avuto figli e quando chiedo loro il perché di questa scelta la risposta è quasi sempre “Perché c’erano altre priorità”».

E chissà quanta sofferenza ha raccolto nella sua professione:  magari dissimulata o respinta con arroganza da chi vuole a tutti i costi essersi scelto “la parte migliore” – come la intenda il vangelo del mondo-  e invece vorrebbe che gli fosse stata tolta in tempo.

Forse mi spingo troppo alla ricerca del paradosso ma mi concedo una breve riflessione personale, a margine di questa presa di coscienza pubblica e tanto salubre.

Diventare madri per non restare solo figlie. Ma anche per diventarlo davvero

Ha sbagliato, quella generazione di donne intellettuali e normali, perché senza diventare madri si resta soltanto figlie, come dice l’autrice intervistata, ma figlie biologiche. Se si diventa madri, invece, ci si scopre non solo capaci di generare e del tutto insufficienti al compito, ma le uniche in grado di buttarcisi; e, miracolo, si diventa profondamente figlie nella dimensione interiore e spirituale.

Senza avere tra le braccia la mia prima bambina non avrei mai saputo, con tutte le mie ossa e la carne segnata dalla gravidanza, che prima di tutto ero figlia. Che ero in vita per la volontà di qualcuno, che ero in questo miracolo incontenibile e folle, che stavo nell’esistenza senza alcun motivo pratico sufficiente se non la gioia, mia e Altrui. Dove si può mai imparare questa dimensione? Nel lavoro, nelle passioni, nello studio? Non se li si vive promuovendoli al rango di ideali supremi che non spetta loro. Almeno non per una donna.

La maternità: non solo trascurata anche sistematicamente attaccata

Ma c’è stato ben di peggio, e c’è ancora, possiamo aggiungere insieme all’intervistata ma con non rassegnata desolazione: la maternità non è stata semplicemente trascurata e mal compresa. E’ stata ed è oggetto di attiva distruzione. L’utero in affitto è uno degli apici di questa catena montuosa di orrori; insieme agli eserciti di embrioni crioconservati; insieme agli aborti sempre più estremi.

Non solo. Negli anni Ottanta c’è stata una corrente di pensiero che ha provato a demolire la maternità.
Che grave errore che abbiamo commesso, è il momento di riconoscerlo.

Ha ragione, è il momento storico di una vera emancipazione femminile, di un recupero profondo e intero di ciò che siamo. E per farlo occorre innanzitutto uscire dalla guerra contro i maschi, contro l’uomo e la sua virilità, contro la sua vocazione alla paternità. Lo dirà, nel prosieguo, che se loro ci generano come madri, noi li generiamo come padri. Ma prima si sofferma su un tema che decenni fa probabilmente le avrebbe fatto sfoderare gli argomenti più affilati mentre ora è del tutto ridimensionato. Le donne e il lavoro.

Però si deve a voi se oggi tante ragazze non hanno paura di confrontarsi con i colleghi uomini a scuola, all’università e sul lavoro.
Certo, ma sappiamo quello che succede: sono bravissime negli studi, si laureano meglio e prima degli uomini, magari cominciano a lavorare presto ma poi? Poi, scompaiono. Spariscono nel percorso della carriera e nella crescita professionale. Spesso per il cosiddetto «soffitto di cristallo», ma spesso anche perché non riescono a conciliare la maternità con il lavoro. Quello che avremmo dovuto fare è elaborare una maternità migliore, non cancellarla. 

Lavorare come se non si avessero figli; essere madri come se non si lavorasse, altro che conciliazione

Una conferma, l’ennesima se si contano le dichiarazioni che raccogliamo tutte come donne normali, con vite normali e sovraccariche, lavori normali e anche belli ma che non ci interessa molto chiamare “carriera”, mi è venuta dalla lettera di una lettrice alle classiche rubriche “il direttore risponde” di una rivista femminile. Non ne prendo mai ma ho una figlia che cerca scuse per uscire di casa e fare piccoli acquisti, di preferenza in edicola e così mi ha portato F, il numero del 22 settembre.

“(…) Questa “stronzata” della parità ha portato a donne esauste e a crescita zero (…).
(…) A 56 anni sono stanca di credere alle bugie. Ho due lauree, due specialità, due figlie cresciute da sola perché mi è pure capitato il marito pazzo. Sono medico, ho fatto turni fino a 16 ore in ospedale, notti di guardia, la casa, la spesa e tutto il resto.(…) Molte non fanno più figli e rinunciano alla vera felicità nella vita di una donna, essere madri. Non è questione di tornare indietro. No: andare avanti significa rispettare la natura della donna. (F, 22 settembre, Lettere alla direttrice)

E’ inutile, ciò per cui siamo fatte non si può respingere senza pagarne le conseguenze in termini di salute; non solo quella della donna ma quella di tutti.

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