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Sulla “tristezza di Cristo” le ultime meditazioni di un “santo della gioia”

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Bando alle aberrazioni di chi spaccia per gioia un’euforia ancora instabile, o a quelle di chi “col pretesto della croce” incensa la propria vita grigia, la gioia cristiana è frutto al contempo di grazia e conquista. San Thomas More impiegò i suoi ultimi mesi di vita a meditare sulla passione di Cristo e in quel crogiolo forgiò la sua stupefacente vittoria davanti al carnefice di Enrico VIII.

Quello della gioia è uno dei temi più dibattuti dell’esistenza cristiana: tra i due eccessi dei neofiti che spacciano per gioia la loro sgangherata euforia e dei “cristiani con le facce da funerale” (© Papa Francesco) che smaltano la loro depressione con l’austero memento “dobbiamo portare la croce”, si apre il vasto letto della gioia cristiana, che come un fiume scorre silenziosa attraverso la storia umana, richiamando qua e là l’attenzione in mulinelli festosi o comunque molto misteriosi.

Il magistero della gioia del Paolo che dissero “Mesto”

Il Papa che volle donare al magistero pontificio un testo sulla gioia (Paolo VI, che per colmo d’ironia – un’ironia assai eloquente! – i contemporanei chiamarono “Paolo Mesto”) ricordò nell’ultima parte della sua esortazione apostolica tre di questi “mulinelli festosi o comunque molto misteriosi”:

[…] anzitutto il Poverello d’Assisi […]. Avendo abbandonato tutto per il Signore, egli, grazie a madonna povertà, ricupera qualcosa, si può dire, della beatitudine primordiale, quando il mondo uscì, intatto, dalle mani del Creatore. Nella spogliazione estrema, ormai quasi cieco, egli poté cantare l’indimenticabile Cantico delle creature, la lode di frate sole, della natura intera, divenuta per lui come trasparente, specchio immacolato della gloria divina, e perfino la gioia davanti alla venuta di «sora nostra morte corporale»: «Beati quilli ke se trovarà ne le tue sanctissime voluntati».

In tempi più vicini a noi, santa Teresa di Lisieux ci mostra la via coraggiosa dell’abbandono nelle mani di Dio, al quale essa affida la propria piccolezza. Ma non per questo essa ignora il sentimento dell’assenza di Dio, cosa di cui il nostro secolo, a suo modo, fa la dura esperienza: «Talvolta all’uccellino (a cui essa si paragona) sembra di credere che non esista altra cosa all’infuori delle nuvole che l’avvolgono…. È quello il momento della gioia perfetta per il povero debole esserino… Che gioia per lui restarsene là malgrado tutto, fissare la luce invisibile che si nasconde alla sua fede» (53).

Infine come non ricordare, immagine luminosa per la nostra generazione, l’esempio del beato Massimiliano Kolbe, genuino discepolo di san Francesco? Durante le prove più tragiche, che insanguinarono la nostra epoca, egli si offrì spontaneamente alla morte per salvare un fratello sconosciuto; e i testimoni ci riferiscono che il luogo di sofferenze, ch’era di solito come un’immagine dell’inferno, fu in qualche modo cambiato, per i suoi infelici compagni come per lui stesso, nell’anticamera della vita eterna dalla sua pace interiore, dalla sua serenità e dalla sua gioia.

Paolo VI, Gaudete in Domino IV

In tutta l’esortazione apostolica Papa Montini non menzionò mai il pur popolarissimo motto attribuito a san Filippo Neri “Scrupoli e malinconia, fuori di casa mia”, preferendo riferirsi a figure che hanno significato la gioia cristiana all’interno di contesti personali funestati da mali logoranti o da pericoli mortali imminenti.

Quel che Paolo VI volle sottolineare è che il magistero della gioia si fonda su di un evento carismatico, cioè sul fatto che Gesù ha reso i suoi discepoli saldi in una gioia a prova di qualunque lutto:

In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia.

La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. In quel giorno non mi domanderete più nulla.

In verità, in verità vi dico: Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena.

Gv 16,20-24

Questo è Gesù che parla ai dodici alla vigilia della Passione, e chiaramente il riferimento prossimo e immediato si stabilisce proprio con quella, cioè con lo scandalo della Croce. Mai le generazioni cesseranno di stupirsi del fatto che Gesù (che Giovanni aveva attestato effettivamente avere un utero – 13,23) paragoni sé stesso in quella particolare e feconda sofferenza alla madre in travaglio: uno dei rarissimi dolori della fisiologia umana che non dicono di un danno subito, ma che guidano nei movimenti da fare per dare alla luce la vita.

Anche Paolo VI portò un laconico accento sui dolori del parto, pur riferendosi alla maledizione genetica piuttosto che alla similitudine di Gesù, ma la cosa gli veniva buona per esprimere il paradosso della gioia cristiana, chiamata a sprigionarsi in mezzo alle tribolazioni non come un idiota ottimismo, bensì come una fermissima, indistruttibile speranza.

Le umili gioie umane, che sono nella nostra vita come i semi di una realtà più alta, vengono trasfigurate. Questa gioia, quaggiù, includerà sempre in qualche misura la dolorosa prova della donna nel parto, e un certo abbandono apparente, simile a quello dell’orfano: pianti e lamenti, mentre il mondo ostenterà una soddisfazione maligna. Ma la tristezza dei discepoli, che è secondo Dio e non secondo il mondo, sarà prontamente mutata in una gioia spirituale, che nessuno potrà loro togliere (43).

Tale è la legge fondamentale dell’esistenza cristiana, e massimamente della vita apostolica. Questa, poiché è animata da un amore urgente del Signore e dei fratelli, si manifesta necessariamente sotto il segno del sacrificio pasquale, e per amore va incontro alla morte, e attraverso la morte alla vita e all’amore. Donde la condizione del cristiano, e in primo luogo dell’apostolo, che deve diventare il «modello del gregge» (44) e associarsi liberamente alla passione del Redentore. Essa corrisponde così a ciò che è stato definito nel Vangelo come la legge della beatitudine cristiana, in continuità con la sorte dei profeti: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi» (45).

Non ci mancano purtroppo occasioni di verificare, nel nostro secolo così minacciato dall’illusione di false felicità, l’incapacità dell’uomo «naturale» a comprendere «le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito» (46). Il mondo – quello che è inetto a ricevere lo Spirito di Verità, ch’esso non vede né conosce – non scorge che un aspetto delle cose. Esso considera soltanto l’afflizione e la povertà del discepolo, quando questi dimora sempre nel più profondo di se stesso nella gioia, perché egli è in comunione col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo.

Paolo VI, Gaudete in Domino III

La meditazione di un illustre condannato a morte

Mi piace a questo punto riportare due pagine importanti di un’opera fondamentale, anche se relativamente poco conosciuta, di un altro grande “santo della gioia” che nell’esortazione del 1975 Paolo VI non citò, e cioè Thomas More. Di lui si suole riportare l’aneddoto secondo cui al boia che stava per spiccargli la testa dal busto avrebbe detto “Buon uomo, attenzione ché ho il collo corto: non vorrei rovinarle la reputazione…”. Ove davvero l’alto dignitario di Enrico VIII abbia pronunciato queste tra le sue ultime parole, e se non ci riferissimo ad altro che all’apologo, del santo patrono dei politici avremmo un’immagine paradossale sì ma anche irraggiungibile, imitabile forse sulla ribalta teatrale o su un set cinematografico: chi prenderebbe tanto alla leggera la propria morte? Davvero questo è quello che ci insegna la fede cristiana? Ma niente affatto: come nessuno s’immagina padre Kolbe entrare saltellando nel Bunker della Fame, così More perse il sonno per l’angoscia ancora prima che Enrico VIII lo chiudesse nella torre, come testimoniano diverse lettere alla figlia. Eccone uno stralcio:

Per certo, Margaret, ho passato moltissime notti senza pace, mentre mia moglie dormiva, e credeva che pure io dormissi, pensando a quale pericolo incombeva su di me, tale che, ne sono sicuro, non poteva essercene un altro peggiore. E mentre mi rimuginavo sopra, figlia, il mio cuore si riempiva di tristezza.

Thomas More, Lettera 206 di Margaret Roper ad Alice Alington, Agosto 1534

Da una lettera scritta dalla signora More allo stesso Enrico VIII pochi mesi dopo, intorno al Natale 1534, sappiamo invece che la moglie s’era ben avveduta del profondo turbamento che stava spossando la mente e il corpo del marito. La prigionia era cominciata nell’aprile di quell’anno e la decapitazione avrebbe avuto luogo il 6 luglio 1535: nel lasso di tempo intercorso, o almeno fino a tre settimane prima dell’esecuzione (quando gli fu tolta la possibilità di scrivere), More scelse di rinsaldarsi nell’animo meditando la passione di Cristo. Stese le riflessioni in un testo scritto in latino sotto al titolo assai significativo “De tristitia Christi”: sulla tristezza di Cristo le ultime meditazioni di un santo della gioia!

Circa a metà dell’opera (ma l’opera è incompiuta e, casualmente, fu interrotta sul punto in cui More si apprestava a meditare sulla cattura di Cristo!), l’autore si diffuse in una riflessione assai pertinente al nostro tema, commentando l’ematoidrosi di Gesù (ossia il fatto che Cristo stesso, per l’angoscia dell’imminente Passione, sudò sangue).

Infatti, chi mai provò un’angoscia tanto intensa che da tutto il corpo, a goccia a goccia, cadeva in terra sangue invece di sudore? Da questo, dunque, io misuro l’intensità della sofferenza di Cristo, poiché vedo che il presentimento dell’appressarsi del suppli|zio fu per lui ben più doloroso di quanto non fu mai per nessun altro.

Ma l’angoscia dello spirito non avrebbe mai potuto prendere una forza tale da far sudare sangue da tutto il corpo se, per sua stessa libera volontà, la sua onnipotente divinità, lungi dal diminuire tale grande angoscia, non vi avesse aggiunto ulteriore vigore e intensità. In questo modo egli voleva mostrare che nei secoli a venire avrebbe dovuto essere versato in terra il sangue dei martiri, e al tempo stesso, con l’esempio della sua angoscia tanto eccezionale, tanto sorprendente, tanto incommensurabile, desiderava confortare coloro che sarebbero rimasti sbigottiti al pensiero del supplizio, affinché non cedessero alla disperazione, interpretando il loro spavento come presagio di rovina.

Se ora qualcuno porta ancora come esempio i martiri che, ardenti per la fede in Cristo, offrivano spontaneamente se stessi alla morte, e pensa che soltanto costoro siano degni del lauro della vittoria per|ché la loro gioia fu superiore al dolore, ed essi non mostrarono né segni di tristezza né tracce di paura, su questo potrà certo aggiungere alla sua anche la mia opinione; purché però non neghi il trionfo anche a quelli che, sebbene non corrano spontaneamente incontro al supplizio, tuttavia, una volta catturati, non oppongono resistenza né indietreggiano ma, benché abbiano paura e provino angoscia, tuttavia per amore di Cristo sopportano ciò che li terrorizza.

Ma, se qualcuno sostiene che ai primi deve essere attribuita una gloria più grande che ai secondi, per quanto mi riguarda, potrà sostenere questa opinione da solo. A me infatti basta che sia gli uni sia gli altri ottengano in cielo una gloria tanto grande quanto quella che, mentre erano in vita, né il loro occhio vide, né il loro orecchio udì, né il loro cuore conobbe. E infatti, nessuno in cielo prova invidia se qualcuno viene posto in un luogo più alto; anzi ognuno, per effetto dell’amore reciproco, gode della gloria degli altri. Del resto penso che a chi come noi agonizza nelle tenebre dell’esistenza mortale non possa essere del tutto chiaro a chi Dio darà il primato della gloria in cielo. Infatti, come Dio ama chi dona con gioia, e di questo sono convinto, così non dubito che abbia amato Tobia e anche il santo Giobbe. E come entrambi sopportarono con coraggio e pazienza la prova, così nessuno dei due, che io sappia, l’accolse battendo le mani per la felicità o esultando di gioia. […] |

La previdente sapienza divina quindi, la quale penetra ogni cosa con forza e tutto dispone con dolcezza, contemplando con sguardo costante come e in quali circostanze l’animo umano è colpito, adatta a tempi e luoghi l’uno o l’altro di questi due esempi, secondo quanto riterrà più utile. Così la provvidenza di Dio governa le emozioni dei martiri, facendo sì che uno si slanci con gioia incontro alla morte, un altro le si avvicini con esitazione e paura senza per questo affrontarla con minore determinazione; a meno che non debba essere considerato meno forte chi, oltre ad aver vinto tutti gli altri avversari, sconfigge anche il proprio sconforto, la tristezza e il timore, sentimenti violentissimi e potentissimi nemici.

Tommaso Moro, Gesù al Getsemani (De tristitia Christi), Milano 2001 (trad. di Simona Erotoli), pp. 112-114.117

Ma tutti i santi martiri, a cominciare dagli stessi apostoli, furono da principio uomini scostanti e tiepidi in materia spirituale, anche quando a parole se ne dichiaravano interessati. Avrebbe proseguito qualche decina di pagine dopo il morituro londinese:

Vi ho predetto che Satana vi cercava per vagliarvi come il grano. Avete ascoltato queste parole sbadigliando e infatti non avete risposto nulla, come se la tentazione del demonio non vi facesse paura. […] Io, affinché non giudicaste la tentazione una cosa da poco, vi comandai ripetutamente di vegliare e pregare per non entrare in tentazione; e voi, tuttavia, foste così lontani dal prendere nella dovuta considerazione la violenza della tentazione, che non vi siete preoccupati né di pregare per respingerla, né di vegliare. Forse siete stati indotti a disprezzare la forza della tentazione diabolica dal fatto che, quando io vi avevo mandato a due a due a predicare la fede, una volta tornati, mi avete raccontato che anche i demoni si sottomettevano a voi. Ma io, che conosco ben più profondamente di voi sia la natura dei demoni sia la vostra, poiché le ho create entrambe, | vi avvertii di non riporre la vostra gloria in una cosa tanto vana, dal momento che non con le vostre forze avevate ottenuto la sottomissione dei demoni, ma ero stato io a farlo, e non per voi, ma per quelli che dovevano essere convertiti alla fede, e vi esortai invece a riporre la vostra gloria nella gioia vera, quella di vedere i vostri nomi scritti nel libro della vita. Questa è la gioia vera e vi appartiene, questa è la gioia che una volta raggiunta non potrete mai perdere, per quanto si adoperino contro di voi tutte le schiere dei demoni.

Ivi, pp. 137-138

Ed ecco dunque i tornanti delle meditazioni con cui l’anima di More si preparava all’ultima battaglia, che nel suo caso pare sia stata luminosissima: sir Thomas sperava di essere della schiera di quelli che, pur se con paura, alla fine combattono la buona battaglia, e finì per ritrovarsi nella falange d’élite di quanti hanno così chiaro l’orizzonte ultimo della storia da poter sorridere della lama e abbracciare con sincero affetto il boia. «Pace che il mondo irride – avrebbe scritto Manzoni – ma che rapir non può» (A. Manzoni, La Pentecoste vv. 79-80).

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