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Benessere: la sfida per l’Italia oltre la pandemia

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Silvia Costantini | Wed Sep 16 2020

Filomena Maggino, presidente della “Cabina di regia Benessere Italia”, ci svela le cause più profonde della crisi vissuta dall’Italia a causa del coronavirus.

Mentre, pur se tra mille difficoltà, riaprono in questi giorni le scuole, tra paura e desiderio di normalità, l’emergenza pandemica continua a segnare le nostre vite.  Il Covid-19 ha messo in discussione il nostro modo di vivere, nonché il nostro di concetto di sviluppo sostenibile. 

In un assolato pomeriggio romano di settembre, a palazzo Chigi, incontriamo per un dialogo la professoressa Filomena Maggino, consigliera del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, e presidente  della “Cabina di regia Benessere Italia”, organo di supporto tecnico-scientifico al Presidente del Consiglio nell’ambito delle politiche del benessere e della valutazione della qualità della vita dei cittadini.  

Filomena Maggino, presidente della “Cabina di regia Benessere Italia” (foto personale)

Qual è la lezione che stiamo imparando da questa crisi e quali le strategie portanti che pensate di sviluppare? 

Filomena Maggino: La lezione c’è, ma io rovescerei il discorso. Perchè siamo arrivati a questa crisi? Forse perché per decenni le decisioni che sono state prese non hanno tenuto conto del benessere dei cittadini. Cioè non è stata messa al centro delle decisioni la persona. Abbiamo usato altri criteri che non sono da tutti condivisi e hanno portato il paese, non solo il nostro, in una situazione di fragilità, che al presentarsi di un problema serio, è emersa in tutta la sua evidenza.

 Di fatto abbiamo assistito a quello che in statistica viene definita la “teoria delle catastrofi”, che dice che un sistema è in equilibrio se ci sono determinati valori, ma se una delle caratteristiche del sistema inizia a deteriorarsi, basta un fiocco di neve e la valanga viene giù. Noi abbiamo assistito a questo. Il paese era in fragilità da tanto tempo ed è bastato un evento serio come questo (il Covid). Per esempio il territorio dove si è sviluppata l’epidemia è il territorio più inquinato d’europa, è un territorio in cui non c’era una riforma sanitaria adeguata, che ha fatto fuori totalmente i servizi territoriali che sono sia sanitari che sociali. In un territorio come questo, come è possibile che le persone siano sane e siano assistite a livello tale che possiamo affrontare un’epidemia?

Dobbiamo renderci conto che le epidemie ci sono sempre state e sempre ci saranno, quello che dobbiamo fare è rendere i nostri paesi, popolazioni, territori più resilienti. Parola molto abusata, ma la resilienza si vede prima non dopo. E significa pensare ad un benessere che deve essere equamente distribuito e sostenibile, che deve essere trasmissibile nel tempo, che non vuol dire necessariamente alle generazioni future, ma anche nel tempo per noi. Per esempio, i ritmi di lavoro, le abitazioni…tutto deve essere sostenibile. E’ di questi giorni la notizia di una sentenza che ha condannato chi aveva fatto delle costruzioni con materiale non appropriato, scadente. La resilienza è lì, nel dare al territorio edifici in grado di sostenere una scossa di terremoto. Sono tanti gli elementi da tenere in considerazione. La medicina ci dice che i primi elementi per affrontare un’epidemia è avere un corpo sano. Siccome non c’erano servizi territoriali, le persone avevano un unico posto dove andare, l’ospedale. E la vera catastrofe era non avere sufficienti posti per tutte le esigenze emergenziali.

Perchè siamo arrivati a questa crisi? Forse perché per decenni le decisioni che sono state prese non hanno tenuto conto del benessere dei cittadini.

Come pensate di applicare il concetto di benessere a livello di servizi alla persona sul territorio?

Filomena Maggino: Quello che stiamo cercando di fare è una rivoluzione copernicana, che è sia di metodo che di concetto. 

Abbiamo parlato di concetto: rimettere al centro il benessere dei cittadini, vuol dire proprio cambiare la mentalità di come si prendono le decisioni, che vuol dire anche inserire la complessità e l’idea di sistema nel prendere le decisioni. 

E di metodo, perché per prendere decisioni complesse bisogna attrezzarsi con una struttura di governance adeguata, che vale per tutti i paesi, cioè divisa per settori. 

E’ una visione olistica. Questo non va contro l’ambientalismo. Anzi, al contrario. L’errore dell’ambientalismo è stato quello di mettere al centro della visione l’ambiente. Ma, se si mette al centro della visione la persona in tutte le sue dimensioni, vuol dire automaticamente, pensare anche all’ambiente. Perchè la terra c’era prima di noi ed esisterà anche dopo di noi. La questione è mantenere un ambiente che ci consenta di vivere.

Rimettere al centro il benessere dei cittadini, vuol dire proprio cambiare la mentalità di come si prendono le decisioni.

Lei parla di vero benessere e per essere tale deve essere per tutti. Nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium,  Papa Francesco, parla della dilagante cultura dello scarto, ed in particolare denuncia intendendo che “Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo”, ma fa riferimento all’esclusione sociale. “Gli esclusi non sono ‘sfruttati’ ma rifiuti, ‘avanzi’”. In questo come risponde il territorio?

Filomena Maggino: Questo è un pensiero che condivido molto perchè di fatto una società che tratta gli oggetti con la finalità poi di buttarli, finisce poi col trattare così anche qualsiasi essere vivente: gli animali e poi anche le persone. Io a volte per capire una persona guardo come tratta le cose come tratta gli animali, alla fine si capisce di che natura è. In questa ottica, tutto questo deve entrare a far parte di una visione che non è tanto di politica, quanto di Paese. E in questo il “benessere” può diventare una stella polare rispetto alle decisioni che si prendono.

 Io uso questa metafora: quando c’è un’emergenza e va via la luce si accende la torcia per vedere dove mettiamo i piedi. In quel momento, se vogliamo muoverci, intraprendere un cammino, non ci basta più la torcia, ma abbiamo bisogno di una bussola e la bussola è la visione di quello che vogliamo raggiungere. Dopodichè abbiamo bisogno anche di una mappa per capire il percorso che dobbiamo fare, che può essere anche accidentato, ma dobbiamo essere pronti per capire dove andare.

Il “benessere” può diventare una stella polare rispetto alle decisioni che si prendono.

In questa prospettiva analizziamo qualche esempio pratico, su come si può applicare il concetto di benessere nel settore economico in crisi ( le imprese in difficoltà), sugli individui più fragili, sulle popolazioni che a causa di catastrofi naturali come nel caso del terremoto di Amatrice, con il covid sono stati affossati – Che si fa per loro? 

Filomena Maggino: Vorrei fare una premessa, il tema dello sviluppo sostenibile che è stato citato prima è un tema importante, ma è strumentale, non può essere un obiettivo, è strumentale al raggiungimento del benessere condiviso. Perchè se poniamo al centro, come stella polare su cui puntare la bussola, lo sviluppo sostenibile, rientriamo nella logica precedente: crescita, sviluppo, produzione, però la facciamo sostenibile.

Riporre al centro delle decisioni le persone. Portandoci dietro questi concetti, lavorando sulla Cabina di Regia, fin dal presentarci all’emergenza sanitaria, siamo stati sollecitati dai nostri stakeholders. Perchè noi? Perché quel contributo doveva coordinarsi con altri, quindi una visione olistica. In tutti questi giorni, durante l’emergenza, si faceva strada l’idea che per ripartire occorrevano dei concetti solidi, forti e  ci siamo resi conto che le linee programmatiche della Cabina di regia  che avevamo deciso prima dell’emergenza Covid erano esattamente quelle linee per far ripartire il paese. Come rigenerazione equo e sostenibile dei territori, economia circolare, transizione energetica, mobilità, qualità della vita (nel senso di vita delle persone, alimentazione, stili di vita, formazione…). Naturalmente questi concetti vanno resi concreti. 

Quando si parla di benessere bisogna avere una visione olistica. Una delle prime progettualità che ci siamo sentiti di definire è quella della riprogettazione ai servizi territoriali alla persona, in maniera olistica. Ovvero, non una riprogettazione dei servizi sanitari, ma bisogna ripensare alle persone in tutte le dimensioni del proprio vivere.

Pensiamo anche alle donne, che sono particolarmente colpite in questa crisi, nel senso di super lavoro. Si pensa allo smart working come una grande risorsa, ma in realtà, un pò per tutti, per le donne un poco di più, c’è stata una sovrapposizione di tempi, quelli di vita e quelli di lavoro… 

I servizi territoriali alla persona mirano a sostenere le famiglie nella quotidianità anche tenendo conto della promozione dei valori positivi, quindi la salute. La sanità entra in gioco quando la salute non c’è. 

E salute e sanità vanno gestite in modo diverso. 

Mi viene in mente a tal proposito il detto cinese: si paga il medico quando il paziente è sano- quando si ammala il medico non viene più pagato. Questo per dire che il servizio deve consentire ai cittadini ad orientarsi in maniera corretta, rendersi più resilienti. 

Nella crisi che abbiamo vissuto, abbiamo dimenticato una serie di problemi che sono passati in secondo piano che tra poco ci chiederanno il conto. Tutto è basato sul rispetto. 

Quando si parla di benessere bisogna avere una visione olistica.

In questi mesi duri, qual è stato per lei il motivo più grande di sofferenza nell’esperienza come pres. della cabina di regia, vedendo i danni di questa epidemia, ma anche quale è stata la sua più bella sorpresa?

Filomena Maggino: La grande sofferenza è stata nel momento in cui mi sono resa conto che le linee programmatiche della Cabina di Regia, che avevamo selezionato erano giuste e dover dire “avessimo avuto la possibilità di partire prima”.

La soddisfazione allo stesso tempo è stata di essere riusciti ad identificare le fragilità del paese e che ci stavamo lavorando. Insomma, la cosa più bella é che ci avevamo visto giusto, ma anche la sofferenza perchè vien da dire: “potevamo farlo prima”.

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