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Un cristiano è necessariamente una brava persona?

NAJPOPULARNIEJSZE MŁODZIEŻOWE SŁOWO
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La vita cristiana non è un codice di moralità, ma certamente non funziona a prescindere dalle virtù. Sì, ci sono delle azioni, visibili o invisibili, che ci portano alla gioia di vivere in Dio, anche fuori dai sentieri battuti!

Non è necessario essere cristiani per essere brave persone. Grazie a Dio! (ma guardate che avevamo qualche dubbio in merito). La buona condotta non è appannaggio di quelli che hanno la grazia e la gioia di incontrare Dio. Quel che però caratterizza i cristiani è che ci si aspetterebbe di vederli condurre una vita conforme ai precetti a cui si rifanno: una perfetta vita morale! E sembra anzi che li si attenda al varco… Chi non si è mai sentito rivolgere (o ha rivolto!) simili rimostranze? “E meno male che va a messa…” “Se penso che frequenta una scuola cattolica…”. Perché quest’esigenza, quando si parla di cristiani?

Non si può dissociare la vita cristiana dalla vita morale, e del resto quanti sono lontani dalla fede (o anche molto ostili alla Chiesa) le rendono quest’omaggio: se ci si dice cristiani, si dovrebbe essere irreprensibili. Ecco perché padre Maxime Charles, già rettore della basilica di Montmartre, ripeteva spesso ai suoi studenti quando partiva in missione di evangelizzazione: «Siete solo portatori di un messaggio… che vi condanna». Sacrosanta verità.

Però non inganniamoci: la fede cristiana non è un codice morale o sociale, la Chiesa non è il partito dei valori, al quale avreste aderito mediante il battesimo e una firma (vostra o dei vostri genitori) in un registro, qui in basso a destra. La Chiesa è il corpo vivo di quanti – concorporati in Cristo – cercano il volto di Dio, il corpo di coloro che sperano in lui e che, in Cielo, lo vedono. Vedere Dio “faccia a faccia”, finalmente il suo volto davanti al nostro, come scrive san Paolo senza tremare, è la risposta cristiana alla domanda sul destino umano, alla domanda di felicità che tutti si pongono, secondo il desiderio naturale del cuore umano.

Fare la nostra felicità

E poiché Dio ci ha fatti a sua immagine, poiché egli stesso è venuto in Gesù per rivelarci il suo volto, la strada è tracciata: più entriamo nella conoscenza e nell’amore di Gesù, più cresce in noi il desiderio di seguirlo e di assomigliargli, fino al giorno «in cui saremo simili a Lui, perché Lo vedremo così come Egli è», afferma san Giovanni (1Gv 3,2). È l’essenza stessa della felicità: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). Ora, tutto questo passa da azioni, da atti concretissimi: non basta volere la propria felicità, si tratta di farla. Dobbiamo allora interrogarci sulle azioni che siamo tenuti a fare, quelle che – penetrate dall’amore di Gesù – ci condurranno alla nostra pienezza, ci renderanno simili a Lui. È precisamente questo lo scopo che si dà la teologia morale: considerare le azioni, visibili o invisibili, che ci conducono alla gioia di vivere in Dio. A questo punto saltano fuori la verità, la giustizia, il perdono, l’amore di tutte le virtù che Dio per primo si aspetta da noi perché esse ci avvicinano a Lui e ai nostri fratelli. Sono tutte quelle virtù che ci aspettiamo dal cristiano.

Altre strade

E paradossalmente è qui che la cosa può sfuggirci di mano! L’esercizio della giustizia e della verità non sono sempre compatibili con i codici di buona condotta: il giovane Francesco d’Assisi non ha avuto paura – si dice – di mostrare le chiappe alla buona società, quando ha scelto la povertà radicale per il servizio dei poveri. Un san Benedetto Labre, con la sua vita da vagabondo, non avrebbe ricevuto alcuna buona lettera di referenze. Quanto a santa Geneviève, sono numerosi quelli che le hanno cucito addosso fama di strega… Ecco dove può portare l’amore di Gesù: a seguire strade diverse da quelle che conducono all’onorabilità.

Riassumiamo: l’amore di Gesù in cui collochiamo la nostra felicità esige da noi che ci mettiamo coraggiosamente al suo seguito. «Signore, dona a tutti quelli che si dichiarano cristiani di rigettare ciò che è indegno di questo nome e di cercare ciò gli è conforme»: ecco la bella preghiera che diciamo a messa (Colletta della XV domenica del Tempo Ordinario). È allora che la nostra felicità si accorderà con la nostra santità: e questo fa bene a tutti.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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