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Gregorio, detto “il Grande”: un monaco che non voleva essere Papa

SAINT Gregory the Great

Renata Sedmakova | Shutterstock

Aliénor Goudet - pubblicato il 03/09/20

Dotato di grande sapienza e di penna assai aguzza, papa Gregorio I (590-604) ha permesso all’Italia del VI secolo, squassata dai conflitti e devastata dalla peste, di riprendere fiato. Eppure fu contro la sua volontà che quest’umile monaco si è ritrovato alla testa della Chiesa. Prima di sedersi finalmente sulla Cattedra Romana… tentò perfino di fuggire!

Colle Celio, 590. È da un bel po’ che la notte è caduta su Roma e dintorni. Malgrado ciò, qualcuno non dorme, al Monastero di Sant’Andrea. Invece di cercare il sonno, padre Gregorio stringe qualche vestito e molti libri in un paio di bisacce, al solo chiarore di una piccola lampada. Deve sbrigarsi, perché la scorta che intende condurlo in Laterano non tarderà.


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Chi ha avuto la stravagante idea di sceglierlo come successore del defunto Pontefice Pelagio II – lui, piccolo monaco senza importanza! –? E neanche il popolo intende stare a sentire questi ragionamenti: anche la missiva che aveva inviato all’imperatore per sostenere la propria posizione era stata intercettata. Alla fine il monaco si carica i bagagli e lascia il monastero in punta di piedi.




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Prende la via che scende dalla collina in direzione opposta a quella che porta alla Cattedra Romana. Fortunatamente c’è luna piena e la visibilità è buona: con un po’ di fortuna, arriverà fuori dall’Urbe prima dell’alba. È però da un po’ che si sente uno scalpiccio: un asinello cavalcato da una figura familiare trotta tranquillamente per riacciuffarlo.

– Un po’ tardi per una passeggiata notturna, non credi? – gli chiede padre Valentino mentre fa rallentare il passo alla sua cavalcatura.

Certo. Chi altri se non Valentino, amico fedele e padre superiore del monastero, avrebbe potuto indovinare esattamente dove stava andando? Gregorio sa che non può fuggire, carico com’è… però non si ferma.

– Tu sai bene quanto me che non sono degno di questa carica. Non sono neanche vescovo. Ho scelto la vita monastica per servire Dio nell’umiltà e nella pace.

Con sua grande sorpresa, Valentino non tentò neppure di farlo ragionare o di sbarrargli il cammino. Al contrario, scese dal somarello e si mise a camminargli di fianco.

– Eppure rifiuti il cammino su cui Egli ti manda – si limitò ad osservare.

– Non è stato Dio a eleggermi, ma gli uomini.

– La tua limpidezza di spirito ha fatto di te il miglior apocrisiario [gli antichi “nunzî apostolici”, N.d.R.] a Costantinopoli. Roma è in pericolo. I tuoi talenti di mediatore sono necessari per affrontare questi flagelli. Non lo vedi?

Le parole di Valentino non lasciarono impassibile Gregorio, ma neppure giunsero a persuaderlo che fosse di lui che Roma aveva bisogno. Le esondazioni del Tevere, la peste, i Longobardi che aspettano solo nuove occasioni per attaccare… Chi può fare qualcosa in tanto delirio?

– Io sono capace solo di pregare e di scrivere opere devote. Come potrò farlo stando seduto sulla Cattedra di san Pietro?

Stavolta Valentino aggrottò le sopracciglia:

– Se ben capisco ciò che intendi, tu vuoi servire Dio ma soltanto nella maniera che ti conviene? Sta’ in guardia, Gregorio: questo non assomiglia affatto a qualche forma di umiltà. Ricordati che bisogna servire il Signore secondo la sua volontà, e non secondo la tua.

Queste parole risvegliarono in Gregorio il ricordo della sua consacrazione a Dio, e finalmente il monaco fuggitivo si fermò. Il suo voto non era solo di servizio, ma anche di obbedienza. Che fosse per paura o per desiderio di tranquillità, la fuga lo rendeva ancora più indegno di Dio di quanto non fosse già. Che babbeo! Eccolo rosso di vergogna davanti al Dio che tanto ama.




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Eppure l’angoscia non lo lasciava. Certo, forte della sua esperienza di consigliere presso il defunto pontefice sapeva cosa aspettarsi… ma non poteva immaginarsi di dover risolvere quei conflitti.

– Non avere paura – gli disse il suo amico fedele –: non sarai mai solo.

Si udirono delle grida in alto sulla collina, e bagliori di fiaccole lampeggiarono dai pressi del monastero. Lo cercavano per portarlo in Laterano.

– Signore – mormorò allora –, andrò lì dove tu mi vorrai. Però ti prego, per pietà, di non abbandonare il tuo indegno servitore.

Malgrado la sua reticenza della prima ora, Gregorio I non mancò mai al suo dovere papale. Morì il 12 marzo 604 e fu canonizzato cinquant’anni più tardi, dopo una vita di devozione ai malati, una vita di riforme liturgiche, di negoziati per la pace, di propagazione della fede al di là delle frontiere. Insieme con Agostino, Ambrogio e Girolamo è venerato come uno dei più grandi dottori della Chiesa latina. Mettendosi assiso sul trono di san Pietro, questo Papa si è fatto davvero servo di tutti.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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