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Spiritualità

Dio lascia lo spazio sacro del suo regno per entrare in casa mia

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Soroush Karimi | Unsplash

don Luigi Maria Epicoco - pubblicato il 02/09/20

Gesù ama costruire relazioni e diventa nostro compagno intimo proprio nei momenti di infinita debolezza.

In quel tempo, Gesù uscito dalla sinagoga entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei.
Chinatosi su di lei, intimò alla febbre, e la febbre la lasciò. Levatasi all’istante, la donna cominciò a servirli.
Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi colpiti da mali di ogni genere li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva.
Da molti uscivano demòni gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era il Cristo.
Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e volevano trattenerlo perché non se ne andasse via da loro.
Egli però disse: «Bisogna che io annunzi il regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».
E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea. (Lc 4,38-44)
Gesù insegna nelle Sinagoghe, ma non rimane chiuso lì. È un errore pensare che Gesù abbia a che fare solo con il sacro. Anzi, tutta l’esperienza cristiana nasce proprio come la trasgressione di Dio dal sacro. Dio è ovunque, e può entrare anche nella mia casa. È il caso del racconto del Vangelo di oggi: “Uscito dalla sinagoga entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Chinatosi su di lei, intimò alla febbre, e la febbre la lasciò. Levatasi all’istante, la donna cominciò a servirli”. In due versetti sono racchiusi una serie di miracoli. Il primo, come dicevamo, è il miracolo di Gesù che entra nella quotidianità di una famiglia varcando la soglia di casa.
Il secondo miracolo è la fede con cui raccontano a Gesù della sofferenza di una donna, la suocera di Pietro. La preghiera è innanzitutto il miracolo di raccontare/affidare a Dio la sofferenza di chi amiamo, di chi incrociamo, di chi è accanto a noi. Sicuramente Dio non ha bisogno di noi per accorgersi di quelle persone, ma ama lasciare che ce ne accorgiamo e che facciamo qualcosa. Poi ancora un altro miracolo, Gesù che si china su di lei. È il miracolo della prossimità con cui Gesù ama costruire le relazioni. Nel dolore, nella sofferenza, nella prova, se si ha la pazienza di guardarci dentro ci si accorge di come proprio in quei momenti di infinita debolezza,Dio è davvero intimo con noi. Poi l’intimità diventa intimazione: comanda alla febbre e la febbre lascia quella donna. È il miracolo classico a cui siamo abituati, cioè la grazia attraverso cui vediamo che una situazione complessa trova la sua risoluzione proprio grazie a Dio.
Ma non vanno trascurati anche tutti gli altri miracoli latenti enunciati prima. Anzi, oggi dovremmo forse prendere l’impegno di accorgerci di tutti i piccoli miracoli con cui Dio costella il nostro tempo e la nostra giornata. Unico accorgimento è cercare di non volerlo trattenere, magari in una sensazione positiva o in un pensiero geniale. Dio è tale proprio perché non si può imprigionare.
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