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"Padre Maurizio, Gesù non è amato. Bisogna salvare le anime”

Padre Maurizio Patriciello - pubblicato il 01/09/20

Grazie per come hai speso la tua vita, cara Graziella; per come hai amato, per come hai servito, per come sei andata incontro al Signore. A quante di queste anime dovremo dire "grazie!" una volta in Cielo!

Si chiamava Graziella. Come Anna, la profetessa del vangelo, passava le sue giornate in chiesa. Signorina, aveva sposato un giovane, vedovo con 4 figli per i quali fu mamma premurosa e attenta. Presto Antonio, il marito, fu colpito da una malattia rara e gravissima che lo costrinse per il resto della vita sulla sedia a rotelle. Graziella fu il suo angelo custode. Lo accompagnò, lo curò, lo amò fino alla morte. Era devotissima del “Volto Santo”, la cui icona si venera a Napoli, nel santuario di Capodimonte. Il giorno 10 di ogni mese partiva con un pullmann carico di pellegrini per portarli ai piedi di Gesù. A Caivano, il paese in provincia di Napoli dove viveva, dopo il terremoto del 1980, sorse un quartiere nuovo per dare una casa ai senzatetto. Graziella comprese che quella nuova parrocchia necessitava di essere aiutata e cominciò a frequentarla assiduamente assieme a qualche amica. Poco tempo dopo fui mandato dal vescovo come parroco.
La conobbi che era già anziana. “Che aiuto, potrà darmi questa vecchietta buona e semplice?” pensai.
Mi sbagliavo di grosso. Presto Graziella divenne l’anima della parrocchia, la nonnina di tutti. La sua borsa sembrava il cappello del pifferaio, sempre piena di caramelle, oggetti religiosi e il termos con il caffè per il parroco. Era proprio una di quelle persone belle che tutti vorrebbero incontrare nella vita. Innamorata di Gesù, della Madonna, del Papa, dei sacerdoti. A volte arrivava piagnucolando.
“Che c’è?” le chiedevo. E lei: “Padre Maurizio, Gesù non è amato. Bisogna salvare le anime”. Come i santi mistici soffriva – anche fisicamente – nel constatare che “ l’Amore non è amato”. E si dava da fare. Le famiglie la chiamavano al capezzale dei moribondi e dei defunti per essere aiutate a pregare. Gli studenti la cercavano per chiederle preghiere nei tempi degli esami. Morivo dalle risate quando la sentivo pronunciare – era semianalfabeta – il nome dell’esame per cui stava pregando. In parrocchia presto trovò la sua vera vocazione: la buona stampa. Era lei che si faceva carico della vendita di Famiglia Cristiana e Avvenire. Si metteva all’ultimo banco con il suo carico di giornali. Ogni domenica, tenace, gioiosa, partecipava a 4 Messe e quando non poteva affidava a qualche amica i suoi giornali. Ogni persona che entrava in chiesa era da lei innanzitutto accolta con il sorriso della nonna buona. Poi subito: «Prendete Avvenire, Famiglia Cristiana. Leggete, è importante, dice padre Maurizio».
Gli anni che passavano la invecchiavano nel corpo, ma indomito lasciava il suo animo sempre di più innamorato di Gesù. Una fede granitica. Spesso la prendevo in giro: « Graziella si avvicina l’ora della resa..». E lei: « Non ho paura della morte… Vado a vedere il volto di Gesù…». Sabato mattina si è sentita male. Prima di essere trasportata in ospedale ha consegnato a qualcuno il ricavato dei giornali venduti pregandolo di farli avere al parroco. Nel giro di poche ore si è aggravata. Don Adriano è corso a darle l’Olio degli Infermi; lei ha partecipato al rito, ha aperto le mani, ha fatto per l’ultima volta il segno della croce. Al termine, mentre recitava l’Ave Maria, ha perso conoscenza. Trasportata a casa gli angeli le hanno messo un bellissimo paio di ali ed è volata via. Al suo funerale ha preso parte tutto il paese. La Chiesa era strapiena come la notte di Natale. A volte, scherzando, le dicevo: « Graziella, guarda che non sarò io a celebrare il tuo funerale. Ti voglio troppo bene, sono certo che non ce la farei…». E così è stato. Il giorno in cui si è sentita male stavo a letto con febbre, tosse e senza voce. Una grazia. Un sacerdote, figlio della nostra parrocchia, don Adriano appunto, ha celebrato il rito. E ha voluto ricordare quel lontano giorno del marzo del 1992, quando per la prima volta mise piedi in chiesa. Graziella lo guardò e gli disse: « Giovanotto come sei bello, sei un seminarista?» «Che cos’è un seminarista?» le chiese don Adriano. Talenti. A tutti sono stati dati. Io non so quanti talenti Graziella abbia ricevuto in dono. Una cosa posso dire con certezza: li ha spesi tutti, fino all’ultimo centesimo, per la gloria di Dio e la salvezza del mondo. Quante “Grazielle” ci sono nelle nostre chiese? A quante di queste persone, semplici, nascoste, umili, abbiamo il dovere di dire grazie? La comunione nella chiesa non è facoltativa. Al contrario, è alla base del nostro essere cristiani e della efficacia della nostra testimonianza. Nel campo di Dio c’è chi semina e chi raccoglie; chi innaffia e chi concima. Ma è il Signore che fa crescere. Graziella è stata una apostola della stampa cattolica a pieno titolo. Ha reso un servizio alla nostra comunità e alla Chiesa. Gratuitamente e nel nascondimento. È passata nella nostra vita e ci ha fatto tanto bene. Adesso, ne sono certo, sta pregando per noi e per i giornali che ha venduto per tanti anni. Mi sembra di sentirla ancora: «Prendete Avvenire, Famiglia Cristiana. Leggete, è importante, ha detto padre Maurizio…».
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