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Elon Musk presenta il chip nel cervello che cura le malattie

ELON MUSK, CHIP, BRAIN

Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 01/09/20

Mentre è in pieno sviluppo il progetto di Space X per andare su Marte, il miliardario americano mostra al mondo un'altra conquista: un dispositivo che impiantato nel cervello promette di ridare parola e mobilità a chi è paralizzato.

Non ha ancora 50 anni, ma le tappe delle sua vita sembrano quelle di una creatura quantomeno centenaria. Corre, Elon Musk, sulla strada dell’innovazione, delle visioni fantascientifiche e pure dell’impossibile. È in vetta a tutte le classifiche dei personaggi di successo: Tesla, Space X, Solar City, the Boring Company sono tutte aziende che ha fondato e diretto, si va dalle auto, all’esplorazione dello spazio, dal fotovoltaico alle infrastrutture.

E un altro suo fiore all’occhiello, che ha suscitato curisosità ed entusiasmo negli ultimi giorni, è un progetto sviluppato da Neuralink, la startup fondata – sempre da Musk – nel 2016 con l’obiettivo di creare interfacce neurali, in grado di collegare il cervello con l’intelligenza artificiale. Era molto attesa la conferenza stampa del 28 agosto in cui Musk avrebbe annunciato i risultati finora ottenuti dal suo team di studiosi, e c’è di che rimanere attoniti da ciò che è stato presentato al mondo intero, lanciato da una frase quanto mai efficace:

Sarà come avere un FitBit nel cervello.

Per ora è stato sperimentato solo sugli animali, ma si tratta di un minuscolo dispositivo – un microchip – che una volta impiantato nel cervello con un’operazione per nulla invasiva potrà curare patologie neurologiche:

L’obiettivo di Musk è riuscire a sfruttare le interfacce neurali in modo da aiutare gli individui con problemi neurologici dovuti a eventi traumatici o a malattie degenerative, che portano per esempio alla perdita di memoria e a deficit motori. Non è però chiaro quando e con quali modalità potranno essere ottenuti questi risultati, considerate le capacità del sistema mostrate e ancora piuttosto limitate. (da Il Post)

Affascinante e vertiginoso. La corsa di Musk in compagnia di auto elettriche, navicelle spaziali e microchip rende un po’ impolverati tutti i capolavori narrativi della fantascienza. E accanto all’ammirazione, si affacciano all’orizzonte alcune domande: è dalla tecnologia che l’uomo può aspettarsi l’elisir della felicità? La conoscenza e l’esplorazione sono nemiche dei limiti?


WOLF CUKIER, NASA

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Uomini su Marte e maiali sul tapis roulant

Quando si parla di conoscenza, all’uomo non basta qualcosa che sia di meno dell’infinito. È questa l’unità di misura scritta dentro di noi, ed è quella che spinse Ulisse oltre le Colonne d’Ercole. Da piccolo Elon Musk era un avido lettore e ciò lascia presagire che, al netto di tutti i discorsi economici e imprenditoriali che si potrebbero fare, ci sia a muoverlo quella scintilla di ardore che Dante attribuì a Ulisse, e a tutti noi quando sentiamo che ogni traguardo raggiunto «non basta». Montale scrisse che ogni immagine porta scritto «più in là» e si potrebbe continuare a lungo con le citazioni, ma basta a racchiuderle tutte nella celeberrima intuizione di Sant’Agostino: «il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».

C’è una grande inquietudine che trapela dietro frenesia visionaria di Elon Musk; per usare una facile metafora potrei dire che la Tesla della sua anima fila veloce e silenziosa in cerca di una terra promessa, fatta di uomini che soffrono meno e sono più felici. E chi si azzarderebbe a dire che sia un brutto sogno? Ma chi oserebbe credere di poter essere l’artefice di un tale prodigio?

Nel giro di un mese Musk si è destreggiato tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo (fu, già, Leopardi a notare che l’ardore della meraviglia si spalanca in entrambe le direzioni, quella dello spazio celeste e quella del microscopio): ai primi di agosto, infatti, è giunta notizia di un altro successo ottenuto da Space X (compagnia nata con l’ambizioso scopo di sviluppare un’architettura per il trasporto interplanetario di massa),

Un balzo di 150 metri avvicina SpaceX a Luna e Marte. Dopo la distruzione dei primi quattro prototipi, il quinto esemplare della navicella Starship è riuscito nella notte italiana ad alzarsi in volo. “Andremo sulla Luna, avremo lì una basa, manderemo persone su Marte e renderemo la vita multi-planetaria; è l’inizio di una nuova era dell’esplorazione spaziale”, spiegava due giorni fa Elon Musk, accogliendo il ritorno a terra della capsula Crew Dragon. (Da Formiche.net)
ROCKET
Kirill KUDRYAVTSEV / AFP

E ora, a fine agosto, è arrivata la notizia del microchip perfezionato nei laboratori di Neuralink, un piccolissimo impianto cerebrale capace di curare i disturbi neurologici. Nella conferenza stampa del 28 agosto, Elon Musk è stato affiancato da Gertrude, il maiale su cui questo microchip è stato testato e ha dato risultati soddisfacenti: grazie all’impianto è stato possibile monitorare su schermo tutta l’attività di Gertrude, mentre annusava lo spazio attorno a sé e si muoveva su un tapis roulant,

Questa in sé non è una novità, poiché esiste già da parecchio tempo la tecnologia che traduce in dati digitali l’attività cerebrale; ciò che va evidenziato è il cambiamento di design del prodotto, che da un impianto esterno da installare dietro l’orecchio è diventato una sorta di monetina da adagiare nella scatola cranica tramite una piccola cavità. Poi, il chip sarebbe in grado di comunicare con l’esterno tramite Bluetooth a bassa energia, così da poterlo interfacciare con computer, smartphone, tablet e altri dispositivi. (da Everyeye.it)

Dunque, per le future applicazioni sull’uomo l’ipotesi è che il sistema possa essere impiegato per realizzare una “simbiosi con l’intelligenza artificiale”, ottenendo quindi il risultato di fondere le capacità del nostro cervello con quelle di un computer. Tradotto in parole più semplici per noi poco specializzati, il microchip potrebbe restituire la parola e i movimenti ha chi ha subito gravi traumi ed è paralizzato.

Spingendo, poi sull’acceleratore dell’entusiasmo, Musk ha detto in conferenza stampa che prima o poi ogni essere umano soffre di disturbi neurologici (perdita di memoria, insonnia, depressione, ansia, perdita dell’udito) e il supporto dell’intelligenza artificiale permetterebbe di curare anche queste patologie. Ma per ora è solo, appunto, un’accelerata di ardore dell’anima-Tesla di Musk.

Andare su Marte, addentrarsi nei meandri del cervello: quanta meraviglia fuori e dentro di noi. Migliorare le condizioni di vita, curare: l’uomo non è una creatura neutra, ha la spinta del bene che lo muove. Eppure tutto questo ardore, tutta questa inquietudine, tutta quest’ ansia di leggere il mistero dell’universo se vanno alla deriva senza limiti dove portano? Naufragano come accadde a Ulisse, purtroppo. Ma quel naufragio non significa che la mossa sia sbagliata, bensì che per compierla occorrono non solo i remi umani. Perché la conoscenza dell’uomo non è un viaggio in solitaria guidato solo dai propri sogni, ma è un dialogo, anche tumultuoso, con Chi ha creato l’esistente. Agostino, in fondo, lo diceva già: il vero viaggio che tende all’infinito non è senza meta, ma è tornare nella casa di chi placa ogni nostra inquietudine. Mettere Dio come traguardo delle nostre corse non frena il passo, lo spinge in modo migliore.


MARICA BRANCHESI

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Il paradiso in terra

C’è sempre il guastafeste che smorza gli entusiasmi. Ma non è questo il caso. Introdurre il tema del limite nella discussione sulla conoscenza scientifica e sull’innovazione tecnologica non significa essere timorosi e restii al nuovo. Conoscere è un verbo bellissimo, ma senza il recinto di una riflessione morale e umile anche il dottor Frankenstein partì volendo stare dalla parte della vita, e finì a contare un omicidio dietro l’altro.

L’uomo forse andrà su Marte, grazie a Elon Musk. Ma continuerà a desiderare il Paradiso come l’uomo medievale. L’errore più madornale che possiamo fare è quello di illuderci che sia nelle nostre corde portare il Cielo in terra (o trovare un paradiso terrestre in un altro pianeta). Tutti desideriamo un posto migliore dove regni la giustizia, il bene, il vero e la nostra misera terra sembra proprio un giardino inselvatichito e arido per riuscire a combinare qualcosa di buono. Ma se anziché pensare ai nostri sogni di benessere in termini da superuomini, poniamo lo stesso infinito desiderio in rapporto con il Creatore ecco che può accadere un’avventura ancora più entusiasmante: può venirci voglia di costruire una navicella capace di riportarci qui, coi piedi per terra nel mondo in cui Dio ci ha chiamati all’opera. Ricominciare da capo in un altro pianeta è da coraggiosi, ma stare «nell’ospedale da campo» di questo pianeta è da veri eroi.

E allora ben venga ogni sforzo intraprendente sul verbo «curare». Però anche in questo caso solo il limite può essere fecondo di occasioni, non illudiamoci che esista il microchip per togliere il male dalla nostra condizione umana. Senz’altro tra qualche anno applaudiremo commossi chi riesce di nuovo a camminare grazie a nuove tecnologie. Applaudiremo perché sappiamo che questa nostra creaturalità è il tempo dello sforzo e della battaglia, e siamo alleati nel non darla vinta all’ombra del nulla e del caos. Saremo commossi perché sappiamo che questo è per tutti il tempo della fatica benedetta del cammino ma non dell’approdo. No, il Paradiso non è e non sarà in terra (né su Marte), ma è proprio l’attesa del Paradiso che ci fa rimboccare le maniche e sudare qui, adesso.

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