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Spiritualità

Così Benedetto XVI si immagina l’aldilà

BENEDICT XVI

SVEN HOPPE | dpa Picture-Alliance via AFP

Giovanni Marcotullio | Thu Aug 27 2020

«Pregherò Dio di essere indulgente con la mia miseria», ha detto il Papa Emerito nelle “Ultime conversazioni” con Peter Seewald: c'è una pagina che quanti s'interrogano su cosa voglia dire che Benedetto XVI si starebbe “preparando alla morte” potrebbero rileggere con frutto.

Insomma come sta Benedetto XVI?

Pare che abbia avuto il “fuoco di Sant’Antonio” e che lo abbia superato. Qualche foto lo mostra certo indebolito ma non in fin di vita. È anche vero che alla sua età la morte si accontenta di un pretesto qualsiasi, per arrivare… (ma chi di noi, in fondo, può scommettere al mattino di arrivare a sera e a sera di risvegliarsi al mattino?). Dunque è vero che sta morendo?

È vero – è anzi verissimo – che si sta preparando a morire.

Lo aveva detto tempo fa il segretario particolare mons. Georg Gänswein, e come si sa i segretari si chiamano così perché custodiscono i segreti, non perché li divulgano: che Benedetto XVI si stia preparando a morire lo aveva detto egli stesso, e soffermandosi alquanto a spiegare cosa intendeva, nelle Ultime conversazioni con l’amico giornalista Peter Seewald.

Proprio nel primo capitolo del libro – Giorni tranquilli nel Mater Ecclesiæ – il giornalista chiedeva al Papa Emerito della sua vita monastica “nel recinto di Pietro”, e quindi delle attività quotidiane. Dopo aver toccato il tema dello scrivere e del predicare, e dopo un accenno alla stesura del testamento definitivo, giungeva la ferale domanda – «Anche un papa emerito ha paura della morte? O almeno di morire?». E la risposta merita di essere riportata per intero:

Per certi versi sì. In primo luogo c’è il timore di esser di peso agli altri a causa di una lunga invalidità. Lo troverei molto triste. Anche mio padre l’ha sempre temuto, ma a lui è stato risparmiato. Poi, pur con tutta la fiducia che ho nel fatto che il buon Dio non può abbandonarmi, più si avvicina il momento di vedere il suo volto, tanto più forte è la percezione di quante cose sbagliate si sono compiute. Perciò uno si sente oppresso dal peso della colpa, sebbene naturalmente la fiducia di fondo non vengo mai meno.

Il libro-intervista era stato scritto prima della proiezione pubblica de I due Papi (di Netflix), eppure queste parole riecheggiano la dolorosa confessione che lo strepitoso Anthony Hopkins faceva (nei panni di Benedetto XVI) allo stratosferico Jonathan Pryce (che interpretava il card. Bergoglio). Niente da fare, però, per chi fosse alla ricerca di dichiarazioni scottanti da ritorcere contro Ratzinger:

Beh, [mi opprime il fatto] di non aver fatto abbastanza per gli altri, di non averli trattati bene. Ci sono talmente tanti dettagli – non cose grosse, grazie a Dio, ma appunto tante minuzie –, cose che uno avrebbe potuto e dovuto fare meglio. Casi in cui non si è resa giustizia a qualcuno, a qualcosa.

A Seewald che allora lo incalzava chiedendogli che cosa Benedetto XVI dirà all’Onnipotente quando si troverà faccia a faccia con lui, il Papa Emerito rispondeva:

Lo pregherò di essere indulgente con la mia miseria.

La domanda “come ti immagini l’aldilà?” la faremmo a chiunque, in una conversazione – visto che il traguardo della morte è tra i pochissimi a cui siamo destinati veramente tutti –: quanto più la faremmo a uno tra i massimi teologi del XX e del XXI secolo, che ha dedicato l’intera esistenza a contemplare e indagare il Mistero di Dio:

Ci sono vari livelli – ha risposto a Seewald Benedetto XVI –. Prima quello più teologico. Qui sono di grande consolazione e fanno molto riflettere le parole di sant’Agostino. Nel commentare il Salmo “Ricercate sempre il suo volto” [Sal 104, N.d.R.] dice: «Questo “sempre” vale per l’eternità». Dio è tanto grande che noi non finiamo mai di conoscerlo. È sempre nuovo. Il nostro è un moto continuo e infinito, una scoperta e una gioia sempre nuove. Queste sono riflessioni teologiche. Contemporaneamente c’è il lato, del tutto umano, per cui sono contento di rivedere i miei genitori, i miei fratelli, i miei amici insieme e di immaginare che sarà bello come un tempo a casa nostra.

Oggi ricorre la memoria di Santa Monica, e l’Ufficio delle Letture propone la bella pagina agostiniana di Conf. IX,10,11, ove si trovano, fra l’altro, questi due brevi paragrafi:

Durante la malattia ebbe un giorno uno svenimento e per un po’ di tempo perse i sensi. Noi accorremmo, ma essa riprese prontamente la conoscenza, guardò me e mio fratello in piedi presso di lei, e disse, come cercando qualcosa: «Dove ero»?

Quindi, vedendoci sconvolti per il dolore, disse: «Seppellirete qui vostra madre». Io tacevo con un nodo alla gola e cercavo di trattenere le lacrime. Mio fratello, invece, disse qualche parola per esprimere che desiderava vederle chiudere gli occhi in patria e non in terra straniera. Al sentirlo fece un cenno di disapprovazione per ciò che aveva detto. Quindi rivolgendosi a me disse: «Senti che cosa dice?». E poco dopo a tutti e due: «Seppellirete questo corpo, disse, dove meglio vi piacerà; non voglio che ve ne diate pena. Soltanto di questo vi prego, che dovunque vi troverete, vi ricordiate di me all’altare del Signore».

Certamente Agostino e Monica saranno per Benedetto XVI tra gli amici intimi che avrà la gioia di incontrare in Cielo, essendo state le loro parole compagne di pluridecennali meditazioni dell’uomo che oggi è Papa Emerito. Due cose mi colpivano stamane, e mi piace pensare che anche il bianco inquilino del Mater Ecclesiæ vi abbia soffermato l’attenzione:

  1. malgrado l’amata latinità, malgrado l’istruzione e le esperienze positive in Italia, malgrado l’editto di Caracalla eccetera… quella famiglia di numidi non si sentiva “in patria” a Ostia;
  2. al figlio che le parlava di una “patria”, la quale però non poteva essere il porto di Roma, Monica ribatté che teneva piuttosto al loro ricordo costante «all’altare del Signore», ovunque nel mondo, e mi sembra di vedere in questo testamento spirituale – deposto nel cuore di Agostino trentatreenne – il seme di alcuni aspetti della teologia politica che sarebbe sbocciata nel De civitate Dei.

Del resto l’aveva già detto la Lettera a Diogneto, che presentava così i cristiani all’amico pagano:

Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. […] Dimorano sulla terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo.

Più di due secoli dopo, Agostino avrebbe fatto di questo manifesto una delle direttrici della sua “opera grande e difficile”, nella quale il Vescovo d’Ippona consegnava ai millenni il progetto di un’umanità capace di vivere concorde ma senza affidarsi alle promesse di alcun Impero: il carburante di questa città – la Città di Dio – è il sacramento dell’amore, che il culto cristiano eroga permanentemente dall’Eucaristia e dagli altri sacramenti, e per il quale fin da questo mondo a ciascuno è dato di riconoscere (con le parole del giovane Orosio) «ovunque la mia patria, ovunque la mia legge e la mia religione».

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