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Non lo lascio perché non voglio rimanere sola

COUPLE, UNHAPPY, WALL

wavebreakmedia | Shutterstock

Cristina Buonaugurio - pubblicato il 21/08/20

Pur di non restare da sole alcune persone continuano per anni a farsi del male, a prendersi in giro, incapaci di fare quel passo che le porterebbe al di fuori di un rapporto che ormai non ha senso di esistere.

E se non mi amasse più?

Non potrei mai farcela da solo/a, devo fare di tutto per evitare che se ne vada

Ho paura che dopo l’idillio iniziale potremmo scoprire di non essere fatti per stare insieme

Temo di perdere la mia indipendenza

Non voglio rimanere da solo/a!

Sono semplici esempi di frasi che possono esprimere alcuni dei tipi di timori che precedono, accompagnano e seguono la vita di coppia: dalla paura di non essere corrisposti all’inizio di una storia si passa spesso alla paura di perdere chi si ha accanto e, nel caso in cui una storia finisca, si può giungere alla paura di non essere in grado di camminare sulle proprie gambe. Ma ci sono anche quelli che hanno paura di soffocare in una relazione troppo intima e che preferiscono rapporti più aperti, in nome di una personale idea di autonomia da proteggere. Chiaramente le persone che vivono con maggiore ansia o maggiore distacco le relazioni di coppia – e quindi sono soggette a sperimentare maggiori timori in questa situazione – sono persone che di base hanno delle difficoltà relazionali, radicate molto spesso nel rapporto con i genitori.


WORRIED YOUNG LADY,

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Secondo la teoria dell’Attaccamento Romantico (che nasce in seno alla teoria dell’Attaccamento di Bowlby) le persone che hanno uno stile di attaccamentopreoccupato molto facilmente vanno alla ricerca di relazioni e una volta che le hanno stabilite tendono ad aggrapparsi fortemente al partner, al quale richiedono una continua attenzione. Ciò è causato dalla bassa autostima e da una forte dipendenza dal giudizio altrui, che a loro volta hanno origine da esperienze che hanno portato alla formazione di un’immagine di sé negativa e di un’immagine dell’altro positiva. Si tratta di persone che credono di non essere capaci di muoversi da sole nel mondo e che provano ad instaurare una simbiosi con i propri partner (per capire cosa intendo con il termine simbiosi puoi leggere questo articolo) perché ritengono che gli altri abbiano maggiori competenze e capacità di loro.

Anche le persone con uno stile di attaccamento timoroso-evitante si muovono con grande insicurezza nelle relazioni, perché la loro storia li ha portati a formare un’immagine negativa sia di se stessi che degli altri, motivo per cui non si fidano né di sé né dell’altro. Sono persone che non si mostrano apertamente in un rapporto di coppia, che tengono nascosti i propri sentimenti e che preferiscono evitare i conflitti, ma anche di chiedere aiuto quando ne hanno bisogno. Il loro timore maggiore è di non ottenere ciò che desiderano e vivono spesso con senso di colpa ogni possibile problema di coppia.

Di contro ci sono le persone con uno stile di attaccamento distanziante, le quali hanno forte fiducia in se stessi e nelle proprie capacità, mentre non stimano gli altri (immagine di sé positiva, immagine dell’altro negativa). Queste persone non cercano intimità e conforto e a prima vista sembra che temano di perdere la propria autonomia all’interno di una relazione, ma in realtà il loro comportamento è dettato dalla paura di rivivere esperienze di trascuratezza e rifiuto del passato.

Coloro che invece presentano uno stile di attaccamento sicuro hanno potuto sviluppare nel tempo un’immagine positiva sia di se stessi che degli altri, caratteristica che li incoraggia ad intraprendere relazioni affettive caratterizzate da un’intimità serena e da una altrettanto serena apertura emotiva. Dal momento che la fiducia in se stessi e negli altri è elevata, queste persone non temono l’abbandono da parte del partner e nemmeno il rischio di perdere la propria indipendenza. Questo non significa certo che le loro relazioni di coppia siano libere da ogni tipo di timore perché non sarebbe possibile, ma che le paure non hanno basi irrazionali – senza fondamento in quello che è il reale comportamento del partner – e sono affrontate in modo adeguato.

“Non posso restare da solo”

All’interno della vita di coppia le paure possono essere tante: alcune hanno a che fare esclusivamente con il rapporto tra i partner, altre invece sono legate anche – o solo – a persone, situazioni o avvenimenti esterni. In questo articolo ho scelto di soffermarmi sui timori interni alla relazione e di concentrare l’attenzione su due tipologie di paure, che probabilmente almeno per qualche istante abbiamo sperimentato tutti.

La prima ha a che fare con la paura della solitudine.

Il timore di restare da soli è ancestrale, primordiale: tutti sappiamo per esperienza cosa significhi la paura di essere abbandonati e cosa comporti ad esempio nella crescita dei bambini. E del resto non potrebbe essere altrimenti: l’essere umano è animale relazionale, il che ci rende per natura predisposti a cercare l’altro, a non chiuderci in noi stessi, tanto è vero che facciamo fatica a comprendere chi si priva di rapporti sociali (e non intendo solo di quelli di coppia).

Il problema arriva quando per questa paura entriamo in relazioni poco nutrienti o non usciamo da relazioni a vario livello tossiche. Pur di non restare da sole alcune persone continuano per anni a farsi del male, a prendersi in giro, ad accontentarsi di qualche briciola, incapaci di fare quel passo che le porterebbe al di fuori di un rapporto che ormai non ha senso di esistere. Non si tratta solo di persone incapaci di comprendere ciò che sta accadendo loro a livello psicologico: anche se alcune di esse non si rendono conto della trappola in cui si sono rinchiuse, molte altre – e ne ho fatto esperienza diretta in terapia – hanno una lucida consapevolezza della propria situazione. Eppure non riescono a scegliere di fare quel passo necessario per tirarsene fuori: lo spettro della solitudine le blocca inesorabilmente.

Perché succede questo?

Perché sono persone che non hanno stima di sé e, per quanto a volto non abbiano neanche stima degli altri (stile di attaccamento preoccupato o timoroso-evitante), non si rendono conto di come – pur di avere qualcuno accanto – si stiano togliendo la possibilità di portare a compimento la propria vita, di realizzare le proprie potenzialità, di nutrirsi di ciò che permetterebbe loro di fiorire.

E spesso tutto questo nasce da un’idea ben precisa: da sola/o non sarei capace di fare niente!

“Da solo non ce la farò mai”

Anche se non è una regola, molto spesso la paura della solitudine va a braccetto con la paura di sperimentare che da soli non si è in grado di fare nulla. Ma mentre il primo timore ha una base piuttosto oggettiva (generalmente il fatto di essere soli non è opinabile, corrisponde ad un fatto concreto), il secondo è molto spesso irrazionale, ossia corrisponde ad un mio pensiero su quello che potrebbe succedere, pensiero che però non ha fondamenta concrete su cui poggiarsi.

Per come è costruita la nostra società e per come funziona l’educazione tradizionale questa paura è più frequente tra le donne (anche se non è di loro esclusiva pertinenza), le quali spesso ritengono di non essere capaci di portare avanti la propria esistenza senza una persona al proprio fianco. Oppure si dicono che non avrebbe valore fare una qualsiasi esperienza senza la possibilità di condividerla con qualcuno di speciale.

Chi formula questi pensieri è più soggetto al rischio di ritrovarsi bloccato in una simbiosi, perché ritiene di aver bisogno di appoggiarsi a qualcuno per dare pieno valore alle proprie giornate. E quando si è imprigionati in una simbiosi diventa ancora più difficile credere di essere capaci di cavarsela da soli!

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Chiaramente qui non voglio fare l’elogio di un’indipendenza assoluta nel nome di un individualismo senza freni, come quello che potremmo riscontrare in chi ha paura delle relazioni intime perché non intende rinunciare alle proprie abitudini di autonomia. Del resto un simile atteggiamento individualista – che pure spesso la società sembra premiare – non è affatto sano, visto che l’essere umano è fatto per la relazione. In una società umana equilibrata ognuno dovrebbe poter fare affidamento sulla presenza degli altri e dovrebbe potersi appoggiare a persone significative nel momento del bisogno, ma al tempo stesso sarebbe bene educare ad una profonda autonomia emotiva, ossia alla capacità di camminare sulle proprie gambe, senza la necessità di un costante sostegno. Vivere le relazioni a partire da questa situazione, inoltre, garantirebbe una soddisfazione maggiore all’interno delle stesse e permetterebbe a tutti di realizzarsi pienamente, cosa che invece non accade all’interno dei rapporti simbiotici.

Educare fuori dalla paura

Lo stile di attaccamento romantico influisce fortemente sul tipo di relazione che si instaura con il partner anche per ciò che concerne timori e paure. A sua volta lo stile di attaccamento romantico deriva dallo stile di attaccamento che prende forma nelle relazioni con i genitori, quindi il modo in cui portiamo avanti la relazione discende da abbiamo vissuto il legame con i nostri genitori. Il che rimanda all’importanza di un’educazione all’autonomia, all’autoefficacia e all’autostima, oltre che all’importanza di una presenza serena e costante accanto al bambino che esplora il mondo.

Se i genitori saranno capaci di sostenere la crescita, di essere presenti al momento del bisogno, ma al tempo stesso di far sentire il proprio figlio capace di muoversi da solo nel mondo, allora gli avranno dato una base preziosa per vivere in modo sano anche le successive relazioni significative.

Se invece gli saranno accanto in modo ansioso (con il desiderio di proteggerlo da ogni possibile pericolo) oppure distaccato (lasciando che se la cavi sempre da solo) gli insegneranno che il mondo è pericoloso o che non c’è da contare sull’aiuto altrui, con il rischio di precludergli la possibilità di vivere rapporti di coppia sereni, al riparo da paure irrazionali. Per fortuna c’è sempre la possibilità di “raddrizzare” un percorso iniziato con il piede sbagliato – perché il nostro passato non ci condiziona in modo deterministico e non determina in maniera assoluta chi saremo – ma non sempre è semplice. Per questo è importante che i genitori sappiano essere presenti in modo adeguato nella vita dei figli e che credano nelle loro possibilità, infondendo loro fiducia negli altri e sicurezza nelle proprie capacità.

Un discorso a parte – che ho volontariamente evitato per la sua complessità – andrebbe fatto per le relazioni patologiche in cui la paura è concretamente legata ad atteggiamenti di sopruso o di violenza di un partner sull’altro, in cui spesso ad essere temute – a ragione – sono anche le conseguenze di un allontanamento. In questi casi la paura è un campanello d’allarme da non sottovalutare perché parla di un reale pericolo per la propria incolumità fisica e/o mentale e sarebbe opportuno chiedere aiuto, perché da soli è molto difficile comprendere come sia meglio comportarsi senza correre ulteriori pericoli.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DA CRISTINA BUONAUGURIO

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