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Amico - di Simone Biagi: «Una parola improvvisa talvolta tracima e ci offre la speranza»

SIMONE BIAGI, GEMME

Simone Biagi

Annalisa Teggi - pubblicato il 20/08/20

«Più che un’ordinaria forma di amicizia che non colma, si può solo sperare di incontrare qualcuno che ami veramente e sappia condividere il tuo abisso».

Questo contributo alla rubrica Gemme è stato spontaneo, ne ringraziamo l’autore. Simone Biagi, pur facendo altro nella vita, scrive narrativa e soprattutto poesia. Ai più questo suona sempre un po’ strano, quasi fosse un modo eccentrico per impegnare il tempo libero. Quando Emily Dickinson scrisse i versi celeberrimi «Questa è la mia lettera al mondo/che non ha mai scritto a me» stava parlando non solo del perché qualcuno si mette a scrivere poesia, ma del bisogno insaziabile di corrispondenza. Il poeta dice quello che altri non hanno il coraggio di ammettere: siamo un grande bisogno di legame, come quello del neonato attaccato al seno.

Per Simone è chiaro che la parola nasce da una vita ferita, ma questo non significa mettersi a giocare ai poeti maledetti. Vivere non è una recita in cui l’eroe tragico strappa qualche applauso in più. Mettere in fila un giorno dopo l’altro può diventare quasi impossibile, lo sa chi ha conosciuto le spire della depressione. Che però, dentro la lotta con gli affetti traditi e con la spinta alla negazione, nasca una limpida intuizione di cosa sia l’amicizia è un enorme indizio di chi sia davvero l’essere umano. Amico è una delle parole più facili da mettersi sulla bocca, ammiccante per la comunicazione social (… e tu quante “richieste di amicizia” hai?). Amico è una delle parole che meno ha bisogno di definizioni, eppure il mondo è pieno solo di queste; per cui il nostro grazie a Simone è sincero, perché l’ha riportata lì, sulla strada di ombre e piccoli barlumi, che ci porterà tutti davanti al volto di Chi riuscirà a farci fare pace e amicizia anche coi nostri incubi.


FRANCESCA SERRAGNOLI, GEMME

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Di Simone Biagi

C’è una considerazione della scrittrice Isabel Allende che mi è rimasta nel cuore, lei dice:

Aveva la tenerezza goffa di chi non è stato amato e deve improvvisare.

Questo potrebbe essere un buon punto di partenza anche per dire chi sono. Mi piace la parola “improvvisare”, in fondo, in sé, ha anche qualcosa di creativo che la avvicina molto all’attività di un artista, a quello che scrivo io. Ma improvvisare significa anche porsi nel rapporto con le altre persone, le quali, in un certo senso, non sono in grado di decifrare questo “atto” comunicativo che è anche il bisogno, la richiesta, di essere amati. Così come si è, non come si dovrebbe essere per comunità d’intenti. Sono sempre stato un tipo malinconico, tendevo a schivare le conversazioni e i rapporti con le persone sconosciute. Il tutto accadde o, per meglio dire, si rafforzò dopo il rovescio economico che colpì la mia famiglia. Mio padre dovette tornare a fare il suo vecchio lavoro e divenne, da allora fino alla sua morte, invisibile e silenzioso, fuori da un qualsiasi rapporto umano. Io avevo undici anni e mi accorsi, col tempo, di averlo perduto per sempre, quasi fosse morto. Di quello che facevo non si interessava. Io, più passava il tempo, più mi rinchiudevo nelle mie letture, convinto che, qualunque cosa facessi, fosse destinata a crollare davanti al disegno che la vita aveva preparato per me.

Sì, perché funziona in questo modo: ti accade qualcosa, tu prima giudichi e poi fai o tenti di fare, ma il nulla assoluto che ti circonda ti risucchia in un baratro dal quale ti riesce difficile uscire. Io mi sono sempre dibattuto contro questo nulla, questa recisione che sentivo tra me e gli altri; talvolta baluginava come una speranza di essere compresi e accettati dagli altri, altre volte sbattevi violentemente contro un muro. Ero arrivato a pensare che per me contasse solo scrivere qualcosa, banalmente dimenticandomi che la poesia tanto quanto la vita è una specie di processo alchemico nel quale l’accettazione quanto la comprensione vanno di pari passo. Poi, finita l’università, passai anni ancora più difficili: la difficoltà a trovare un lavoro decente, il conciliare tutto con lo scrivere e altri tipi di impegni. Ero solo, sentivo tutta la rabbia della mia solitudine e l’enorme fatica ad accettare la situazione così come era. Soffrivo molto e tutto quello che mi schiacciava, mi impediva di fare qualcosa per cercare di uscire da quella situazione. Fu in quelle circostanze che cominciai a cercare aiuto da qualcuno. Ma l’abisso non se ne andava. Nel 2019 ebbi quattro ricoveri ospedalieri, ma quello di cui avevo bisogno, non era certo il suggerimento di un medico. Io mi sentivo umiliato. Volevo solo essere compreso e la compiacenza di un medico non è proprio la più adatta per il mio bisogno di sentirmi amato. Quasi nessuno venne a trovarmi e chi lo fece non riuscì a farmi sentire meglio.

Quello che percepivo era una distanza abissale. Certo, il fatto che fossero venuti a trovarmi era stata una cosa bella, ma la differenza si sentiva e ogni qualvolta si faceva sentire, il mio bisogno di essere amato mi ributtava giù. Bastava un’inezia. Capivo benissimo quanto le parole che ci scambiavamo, a me, facessero anche male. Qualcuno era con me, ma mi mancava quell’amore che cercavo. Non c’era corrispondenza: tutto il mio male si spalancava improvviso là dove la comprensione io la percepivo venire meno. Ancora un’umiliazione: quando qualcuno è schiacciato dalla propria disperazione non può essere compreso dagli altri, ai quali manca quella capacità di comprensione e di dolore che li porterebbero all’unica e vera comprensione che, in fondo, è quanto i primi desidererebbero loro per ricominciare a vivere. Certo, gli altri possono sempre fare qualcosa, ma nel momento in cui in quel qualcosa si spalanca improvvisamente l’abissale differenza, l’accorgersi improvviso della più totale incomprensione, allora la ferita si riapre, il baratro risucchia. Più che un’ordinaria forma di amicizia che non colma, si può solo sperare di incontrare qualcuno che ami veramente e sappia condividere il tuo abisso. Una cosa l’ho compresa: questo amore esiste e va ben oltre agli angusti parametri entro cui spesso lo confiniamo. C’è un bello nelle cose che ci chiama, ci induce ad agire, c’è una parola improvvisa che talvolta tracima e ci strappa una speranza che credevamo perduta per sempre. La vera amicizia c’è, ma ho imparato anche che la si riceve solo se la si offre, anche senza pretendere nulla in cambio, anche se questo fa male. Amicizia non è sottrazione del dolore, ma condivisione di esso. È connaturata alla persona, sa di compimento, unica vera strada verso quanto ci ( mi ) spettava e ci è stato ingiustamente tolto. Ho provato a dirlo con questa poesia.

Non sono più tornato; attraversato dai giorni, apro uno sguardo
Non mio – E ribatte il mio cuore per questa luce minuta che mi Resta: la guardo, e di mille miglia ritorno da dove sono partito. Tutto rimane per quello che è; tutto pare aspettarmi da un secolo. Non posso più andare dove non hai mai voluto – Ti attendo, mesto, Perché questo mio tempo possa dare al dolore quel sentiero scomposto Che mi riconosce solo nel Tuo volto.
pixabay

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