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Agli occhi di Dio ogni uomo vale più di qualunque altra cosa!

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Lopolo | Shutterstock

don Luigi Maria Epicoco - pubblicato il 19/08/20

Gesù è il “Dio in uscita” che cerca ogni uomo. Certe volte ci sembra di averlo incontrato in ritardo, ma la buona notizia del Vangelo è sapere che nel Suo Amore Dio ripaga l’operaio dell’ultima ora allo stesso modo di quello della prima

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi». (Mt 20,1-16)

“Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna”. Tutta questa parabola raccontata da Gesù è costruita sul gesto del padrone di “uscire” e “andare a prendere a giornata”. Noi siamo figli di un Dio che non resta chiuso nella sua immutabilità. Il nostro Dio è uscito ed è venuto a cercarci, e lo ha fatto in un modo molto concreto attraverso Gesù. Infatti Gesù è il “Dio in uscita” che cerca ogni uomo per dargli un motivo, un senso, un significato per cui vivere la grande giornata della sua vita. La cosa peggiore che potrebbe capitare a un uomo, è arrivare alla fine della vita con la sensazione di non aver mai avuto un motivo per cui quella vita è valsa la pena. Tutti abbiamo bisogno dell’ingaggio del senso. Gesù è venuto nel mondo per questo. E poco importa quando comincia questo ingaggio, l’importante è che ci sia: “Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna”. Ognuno di noi incontra questo “Dio in uscita” in un momento preciso della sua vita. Certe volte ci sembra di averlo incontrato in ritardo, ma la buona notizia del Vangelo è sapere che nel Suo Amore Dio ripaga l’operaio dell’ultim’ora allo stesso modo di quello della prima. La sua non è un’ingiustizia, è un investimento in perdita secondo la logica mondana. Ma secondo la logica del Vangelo è mostrare come ai Suoi occhi ogni operaio, cioè ogni uomo, vale più di qualunque altra cosa, fosse anche il guadagno. Dio non ci considera numeri, ma persone per cui vale la pena andare in perdita pur di guadagnarci.

«In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli». Le parole perentorie di Gesù lasciano costernati i discepoli e forse lasciano un po’ senza parole anche noi. Ma bisogna stare attenti però a non fraintendere il significato di una simile affermazione. Un ricco non è semplicemente uno che possiede, ma uno che si sente forte di quello che possiede. Si sente talmente forte di quello che ha che molto spesso pensa di essere ciò che ha. Ma chi vuole entrare nel regno non deve mai confondere questi due verbi. Chi vuole entrare nel regno deve fare un cammino di autenticità su ciò che è, rinunciando a pensare e a vivere che la sua vita dipende dalla quantità delle cose. “«Chi si potrà dunque salvare?». E Gesù, fissando su di loro lo sguardo, disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile»”. Gesù sa bene che da soli con le nostre forze noi non possiamo riuscire a fare ciò che ci domanda. Da soli con le nostre forze noi continueremo solo a cercare rassicurazioni, gusci dove nasconderci, situazioni che ci diano l’illusione di essere a galla. Ma con l’aiuto di Dio si può smettere di sopravvivere e si può cominciare a vivere. Dobbiamo ricordare a noi stessi che la vita spirituale è fidarsi di Dio e non delle nostre forze. “Allora Pietro prendendo la parola disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?»”. Perché dovrebbe convenirci? È questo che sembra voler dire Pietro. E in fondo forse ha anche ragione a prendere coraggio e a domandarlo a Gesù, perché se ci dimentichiamo il perché dovrebbe valerne la pena, rischiamo di vivere una fede fatta di sforzi e sacrifici senza nessun motivo. La fede non è uno sforzo o un sacrificio, ma la scelta del meglio rispetto al molto. “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna”.

Matteo 20,1-16

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