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“Noi ti battezziamo…” e il battesimo non vale: ma che lezione ne trae la Chiesa?

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 06/08/20

Pubblicato a mezzogiorno della Trasfigurazione un Responso dell'ex Sant'Uffizio firmato a San Giovanni da Ladária e Morandi davanti a Papa Francesco: vi si condanna una formula alternativa che qualcuno aveva escogitato per «sottolineare il valore comunitario del battesimo». La verità è che con questo arbitrio veniva evacuata la stessa ragion d'essere della Comunità. Ne deriva un importante monito per come si svolgono le riforme nella/della Chiesa… e anche un criterio di discernimento sui loro principî ispiratori.

È stato notificato oggi un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede – firmato coram Sanctissimo (formula per dire “davanti al Papa”) dal cardinale prefetto mons. Ladária e dal segretario mons. Morandi. La duplice firma reca la data del 24 giugno, giorno propizio – quello del Battista che per la fedeltà alla sua missione diede la vita – giacché il documento parla di battesimo. Un bel responso, come ai vecchi tempi del Sant’Uffizio, quando arrivavano a Roma lunghe e complesse domande che venivano poi ridotte all’osso e semplificate fino a uno o un paio di quesiti, in modo che alle stesse si potesse dare una risposta univoca in un’unica parola per quesito, vale a dire “affirmative”, cioè “sì”, o “negative”, cioè “no”.




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La domanda stavolta è stata scomposta in due quesiti che hanno ricevuto rispettivamente un “no” e un “sì”: no, non è valido il battesimo amministrato con la formula “noi ti battezziamo…” e sì, chi è stato sottoposto a quel rito deve ancora deve essere battezzato, dato che non lo è mai stato.


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La questione importante, come sempre, è capire il perché, e pertanto ancora più importante del nudo rescritto con la sua logica binaria è la nota dottrinale (circa la modifica della formula sacramentale del Battesimo): lì Ladária esplicita che l’intenzione all’origine nella modifica si proponeva di

sottolineare il valore comunitario del Battesimo, per esprimere la partecipazione della famiglia e dei presenti e per evitare l’idea della concentrazione di un potere sacrale nel sacerdote a discapito dei genitori e della comunità […].

Con ordine puramente logico e nient’affatto polemico, il Prefetto della CDF ricorda anzitutto che già Tommaso si era espresso negativamente sull’ipotesi che «più persone possano battezzare una sola persona»… «in quanto prassi contraria alla natura del ministro».




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E ciò non significa che “il ministro è uno perché è sempre stato così e punto”, come talvolta si tende a banalizzare la profonda e ricca posizione della dottrina ecclesiastica: il punto è che il ministro agisce in persona Christi, o meglio in persona di Cristo capo; laddove tutta la comunità agisce come corpo di Cristo:

L’affermazione [«Quando uno battezza è Cristo stesso che battezza», che il Concilio ha mutuato da sant’Agostino N.d.R.] vuole ricondurre la celebrazione sacramentale alla presenza di Cristo, non solo nel senso che egli vi trasfonde la sua virtus per donarle efficacia, ma soprattutto per indicarle che il Signore è il protagonista dell’evento che si celebra.

La Chiesa infatti, quando celebra un Sacramento, agisce come Corpo che opera inseparabilmente dal suo Capo, in quanto è Cristo-Capo che agisce nel Corpo ecclesiale da lui generato nel mistero della Pasqua.

E questa è pure un’ottima occasione per riflettere sulla natura della distinzione «ontologica e non solo di grado» tra il sacerdozio universale e il sacerdozio ministeriale nella Chiesa: è puerile e letteralmente segno di forte immaturità ecclesiale ricalcitrare a questa verità di fede col pretesto che essa istituirebbe due ranghi di cristiani (di Serie A e di Serie B, qualcuno ha detto). È sempre l’unica assemblea celebrante a ricevere e vivere i sacra misteria:

Tale assemblea però agisce ministerialmente – non collegialmente – perché nessun gruppo può fare di se stesso Chiesa, ma diviene Chiesa in virtù di una chiamata che non può sorgere dall’interno dell’assemblea stessa. Il ministro è quindi segno-presenza di Colui che raduna e, al tempo stesso, luogo di comunione di ogni assemblea liturgica con la Chiesa tutta. In altre parole, il ministro è un segno ulteriore della sottrazione del Sacramento al nostro disporne e del suo carattere relativo alla Chiesa universale.

E anzi, già nel paragrafo precedente Ladária era stato molto ficcante nello snudare l’equivoco:

Modificare di propria iniziativa la forma celebrativa di un Sacramento non costituisce un semplice abuso liturgico, come trasgressione di una norma positiva, ma un vulnus inferto a un tempo alla comunione ecclesiale e alla riconoscibilità dell’azione di Cristo, che nei casi più gravi rende invalido il sacramento stesso, perché la natura dell’azione ministeriale esige di trasmettere con fedeltà quello che si è ricevuto (cfr. 1Cor 15,3).

Ladária non si dilunga nel ricordare come già nel dialogo con genitori e padrini, nei riti d’introduzione al Battesimo nella Messa (la forma raccomandata dai libri liturgici), il ministro sacro raccolga le intenzioni dei genitori e dei padrini, comunichi loro che la comunità cristiana li accoglie e che è nel suo nome (cioè della comunità) che egli traccia il segno della croce sulla fronte del battezzando. Che dire? Il Messale ha lasciato le cose a metà? Sembrerebbe aver pensato questo lo stravolgitore della formula, mentre invece il Messale opera nell’articolazione di diversi soggetti la concertata sinfonia liturgica riaffermata dal Responso della Congregazione.

Lo stigma sui novatori

Resta da capire perché si abbia l’impressione che nella Chiesa ogni tentativo di riforma, anche (apparentemente) superficiale, venga immancabilmente ostacolato: nel latino ecclesiastico “novator” è rapidamente assurto a sinonimo di “eretico”. Come mai? Proviamo a chiarirlo abbozzando una specie di parabola.


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Chi di voi, avendo ereditato un antico mobile di famiglia (mettiamo la cassapanca da corredo nuziale della trisavola) e ritenendo che necessiti di qualche ritocco prende la carta vetrata e si avventura sul cimelio? Non v’informerete invece sui migliori professionisti del settore, contattandoli per chiedere pareri e preventivi che poi confronterete? E se tra questi se ne presentasse uno gioviale che vi proponesse allegramente di passare sul legno del mobile un impregnante verde e poi una bella vernice giallo canarino perché «quest’anno va tantissimo!», voi non lo accompagnereste alla porta con gentile fermezza?

Non a caso, quando dobbiamo trattare un mobile antico e prezioso cerchiamo e chiamiamo un restauratore, cioè qualcuno che sappia anzitutto comprendere – magari anche meglio di noi che pure ne siamo i proprietari – l’intima natura dell’oggetto, valutarne materiali, provenienza, fattura, destinazione originaria e tante altre cose, se necessario perfino attraverso interventi alteranti che siano intervenuti nel corso del tempo (ad esempio qualche mano di vernice inadatta che con faciloneria o per non saper far di meglio sia stata data all’oggetto)… Da questo professionista ci aspettiamo, e formalmente gli chiediamo, che egli ripristini lo stato originale dell’oggetto, riportandolo quanto più possibile vicino alle intenzioni di chi per primo lo aveva voluto, concepito e realizzato. Infine, anche laddove decidessimo di inserire l’oggetto in questione all’interno di un manufatto di nuova concezione (se per esempio avendo bisogno di una cabina armadio pensassimo di inserire la cassapanca al suo interno), l’intervento sul mobile originario sarebbe anzitutto e sempre conservativo, mentre sarebbe il nuovo complesso ad accordarsi a quella che si è eletta come sua pietra d’angolo.


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Perché questa lunga metafora? Solo per dimostrare che nella vita quotidiana privata facciamo e giudichiamo sensate parecchie cose che il contesto pubblico vorrebbe indurci a ritenere disdicevoli (sempre nel pubblico). Anche al di là dei nostri convincimenti, sono le parole che tradiscono tutto ciò:

  1. un restauratore è un sapiente artigiano, mentre la restaurazione il nome di una losca manovra reazionaria;
  2. ripristinare è l’azione che sempre speriamo di poter fare con il nostro computer o il nostro smartphone quando la nostra “personalizzazione” ha prodotto qualche errore di troppo nel software e speriamo di poter rimediare al problema «riportando tutto a posto», ma in società “ripristino” sa di “ritorno al passato” (di solito inteso come “medievale”) e tendiamo a evitare la parola;
  3. ad attività “conservative” dedichiamo perfino appositi spazî della nostra casa (sgabuzzini e soppalchi o, avendone disponibilità, soffitte per conservare cose-che-potrebbero-tornare-utili e cantine per tenere le conserve).

In definitiva, per qualche ragione che spetta ai sociologi e agli psicologi individuare e descrivere nel dettaglio, sembra che teniamo condotte pratiche e teoriche radicalmente diverse nei luoghi che ci appartengono e in quelli che non possediamo. O che ignoriamo di possedere! Quando inquiniamo un lago, un mare, un bosco, con quella minuta plastichina che però mai lasceremmo cadere nei pochi metri quadri del nostro giardino… che altro stiamo facendo, se non dimenticare che tutto ciò appartiene a noi (e ai nostri figli e ai nostri nipoti)?




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Se poi il passaggio dal privato al pubblico è già così difficile, quanto poco scontato sarà quello dal piano esistenziale a quello misterico-sacramentale? Ricordo come uno dei più grossi scandali che recentemente ho avuto in chiesa (e lo dice uno che ormai si scandalizza poco) quello datomi da un sacerdote che si interruppe a metà dell’orazione Colletta (quella che si recita immediatamente prima della Liturgia della Parola) per dire: «Questa preghiera è sbagliata! È sbagliata perché come sentiremo nel Vangelo Dio non… e invece…». Ricordo che stavo avendo un mancamento: un ministro del culto cattolico non può osare (perlomeno in quel contesto) dichiarare inaffidabili i testi che condensano la Tradizione della Chiesa, perché ne verrebbe meno anzitutto la sensatezza della stessa sinassi, e quindi (ma questo in certi casi sarebbe un bene) quella della sua presenza: la lex orandi, anzi, segna la rotta della lex credendi, e quindi se un sacerdote scorge delle divergenze tra le sue opinioni personali e il Messale (infinitamente meno opinabile del migliore ricettario) fa bene il prete a mettere in dubbio quelle e non questo.

Le basi per una vera riforma

Certe incomprensioni agiscono continuamente, soprattutto a livello subliminale, nei tanti (e spesso più che opportuni) processi di riforma ecclesiale che ad ogni latitudine si presentano come necessarî: in Germania, in Irlanda, in Francia, negli Stati Uniti, nella nostra Italia e veramente dovunque (neppure la Certosa è irreformabile, ha recentemente detto dom Dymas de Lassus, anzi si riforma continuamente); si prende una buona causa e la si usa come grimaldello per veicolare agende ispirate alle mode mondane e non allo spirito evangelico.




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Abbiamo letto proprio ieri un entusiastico resoconto di un’iniziativa francese per “trasformare la Chiesa” (già si trema al titolo!):

Quale Chiesa vorremmo vedere uscire dopo la “grande prova” che stiamo attraversando assieme? Una Chiesa dove né la disattenzione dell’istituzione né il silenzio dei laici favoriranno più le derive che hanno ferito profondamente degli innocenti; una Chiesa che si libera dal clericalismo che la debilita; una Chiesa che cammina in forma sinodale dove chierici e laici dialogano e assumono assieme le responsabilità per vivere il Vangelo e testimoniare la Parola di Dio.

Ma che bello! E chi non vorrebbe una simile riforma? Anzi, sembrerebbe di poter dire che non esista altro progetto di una riforma autentica. Poi però si prosegue:

Una Chiesa che fonda la ricostruzione sulla priorità assoluta del Vangelo e sulla santità cercata da tutti i suoi membri, al di là della distinzione fra chierici e laici. Una Chiesa, infine, dove tutti i credenti, uomini e donne, celibi e sposati, potranno assumere molte responsabilità oggi riservate ai preti. Così trasformata essa si proporrà come un popolo di battezzati, in piena coerenza con gli orientamenti del concilio Vaticano II. Una Chiesa non prigioniera della ripetizione di norme etiche e di un discorso dottrinale talora astratto, e in grado di sollecitare l’ospitalità di un mondo che essa ama e di cui partecipa le sofferenze, le speranze e le gioie.

E sulla studiata eco dell’incipit di Gaudium et spes viene il sospetto che gli estensori di certi documenti conoscano in fondo ben poco il tanto richiamato Concilio Vaticano II, visto che piena e gustosa (nonché autentica) sintesi del magistero conciliare, ossia suo vero progresso, è proprio il Responso della Congregazione per la Dottrina della Fede sul battesimo. Fermo e chiarificatore: veramente liberatore proprio perché non ci lascia «in balia dell’io e delle sue voglie».

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