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Felix è morto in Giappone, per il Giappone. In memoria (viva!) di un fratello

FELIX

Facebook|Antonello Iapicca

Felix Cordero

Don Antonello Iapicca - pubblicato il 05/08/20

In missione con la famiglia in una terra lontana ma sempre familiare perché ogni uomo è fratello in Cristo, ogni terra è la Sua terra. Un uomo, uno sposo, un padre, che viveva di gratitudine e di fede in Dio. Fino alla missione nella missione, quella della malattia, della sofferenza e della morte. Lottando, tremando ma sempre avvinto al Suo Signore, nell'abbraccio di Maria SS che proprio la notte del 5 agosto gli è venuta incontro.

Quindici anni fa nasceva al Cielo Felix, un fratello fondamentale per la mia vita, un santo con cui ho avuto l’onore di vivere la missione. Possa essere la mia morte come quella del giusto di Dio. “Cercate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dai loro discorsi” (Didachè), in questo tempo più che mai. La loro vita, in tutto come la nostra, la loro debolezza, i loro errori e le loro sofferenze come uno scrigno di creta per lo Spirito Santo, la presenza misteriosa di Cristo, è una prova del suo amore e del destino celeste a cui siamo chiamati. Del potere sulla morte e sul peccato e della reale possibilità di vivere, così come siamo ma uniti a Cristo, una vita santa, compiuta nell’amore. La differenza tra un cristiano e uno che non lo è? Semplicissima: un cristiano è un poveraccio che ha lasciato entrare Cristo in lui; l’altro no. Per questo, in un cristiano, nella totale inadeguatezza, povertà, debolezza, incoerenza e chi più ne ha più ne metta, brilla l’amore di Dio che opera in lui, e scolpisce gemme incorruttibili per l’eternità, Chi non conosce Cristo, chi lo rifiuta o non ne vuol sapere, resta solo quel poveraccio che è, anche se vorrebbe apparire per quello che non è. Per questo, oggi più che mai, occorre convertirci, accogliere Cristo, perché la sua luce abbracci chi giace nella tenebra della menzogna.
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I fiocchi venivano giù stupiti anch’essi d’esser precipitati sulla terra in un giorno che non avrebbe mai potuto vedere la neve. Era il 5 agosto infatti, era notte e cadeva la neve sull’Esquilino. Ma nascosta dietro a quei fiocchi silenziosi v’era la Vergine Maria; aveva deciso infatti che era su quel colle di Roma che voleva le fosse dedicato un santuario. E lo comunicava con quanto di più le assomiglia, la neve candida. Così da quel giorno il 5 agosto è diventato una memoria di Maria carissima alla Chiesa, la Madonna della neve. E su quel Colle sorge ora una delle più belle Basiliche di Roma, la più antica in Occidente dedicata a Maria.
Molti secoli dopo, erano nove anni fa, appena superata la mezzanotte del 5 agosto, proprio Lei, la Fanciulla di Nazaret, è scesa qui sulla terra, come un fiocco di neve, per venire a prendere un suo figlio dolcissimo, Felix Cordero. Glielo aveva promesso molti anni prima, così, semplicemente, nel bel mezzo di una preghiera sciolta in libertà mentre guidava. Ed è stata fedele.
Felix era in missione con Maite sua sposa e i suoi dieci figli in Giappone da sedici anni. Non pochi. Li aveva inviati il Papa Grande, Giovanni Paolo II, in una tenda adagiata su una collina che guarda l’Adriatico, quasi all’ombra della Santa Casa di Loreto, l’umile dimora di Gesù, Giuseppe e Maria. Era la festa della Santa Famiglia del 1988. In quella tenda, ricevendo il crocifisso dalla mani del Papa, Felix e la sua famiglia diventavano una “famiglia in missione”, immagine della “Trinità in missione”, come l’aveva chiamata San Giovanni Paolo II.
Così, all’ombra della Santa Famiglia, Felix partiva con la sua famiglia per un Paese sconosciuto, senza sapere la lingua, senza una lira in tasca, stringendo tra le mani la Croce del Signore e portando nel cuore la benedizione inossidabile del Papa missionario. Qualcosa di grande li attendeva in Giappone, un’avventura che a raccontarla non basterebbe il tempo. Sì, perché ogni giorno, che dico, ogni istante di ogni giorno di missione è stato un miracolo, come un fiocco di neve nel bel mezzo d’una notte d’agosto.
Il Signore lo aveva preparato a lungo, s’era fatto conoscere attraverso il Cammino Neocatecumenale, con Maite avevano sperimentato più volte la presenza e la misericordia di Dio. La Parola e l’eucaristia celebrate ogni settimana nella propria comunità di Madrid li aveva nutriti di quel pane che non perisce, l’unica verità per la quale valga la pena perdere la vita.
L’esperienza consolidata di un amore infinito che si fa possibile ogni giorno nel matrimonio, nel lavoro, nella comunità fatta di concretissimi fratelli con i quali ti trovi a contatto settimana dopo settimana, questa è stata la seria formazione ricevuta. E la chiamata sentita dentro, al fondo del cuore, vivendo nel cuore della Chiesa. Una gratitudine spontanea che sorgeva dinnanzi ai miracoli d’amore toccati, gustati, sperimentati.
Una gratitudine che s’era incarnata per loro in una chiamata eccezionale e stupenda, quella di annunciare, come famiglia, attraverso la vita quotidiana vissuta nella precarietà più totale, l’amore infinito che aveva salvato, rigenerato e fatto fruttificare la propria vita. Felix era partito per gratitudine. Come le tantissime famiglie del Cammino Neocatecumenale son partite per le zone più scristianizzate del pianeta, nelle bidonville del Sud America, nelle periferie delle megalopoli, o nelle città dell’Oriente che ancora non hanno conosciuto il Signore.
Il Giappone. Un altro mondo. Per tutti, ma non per un cristiano. E Felix è stato un cristiano. Nel cuore di Cristo non vi sono barriere, non v’è divisione. Ogni uomo è suo fratello, e per lui non si tratta di uno slogan sentimentale. Per Cristo ogni terra è la sua terra, ogni Paese è il suo Paese. Ovunque vi sia un uomo c’è anche Cristo. Di Lui ha bisogno, e Lui è lì. Da sempre, e si manifesta a suo tempo in chi porta dentro il Suo cuore pieno di compassione.
Il cuore della Chiesa che ha lanciato i suoi figli sino agli estremi confini della terra, da quel giorno che sul Monte le parole del Signore avevano fatto del mondo intero la sua missione. Il cuore che Dio aveva dato a Felix. Per questo il Giappone era diventato il suo Paese. Così, naturalmente, per amore. La lingua impossibile aveva imparato a balbettarla lavorando come operaio, l’ultimo, piegando le spalle per tirar su una linea del treno ad Hiroshima, la prima città alla quale era stato inviato.
La casa resa abitabile in combutta con la Provvidenza, che lo accompagnava spesso tra quanto i giapponesi suoi vicini avevano smesso di usare, mobili ed elettrodomestici ancora buoni per chi aveva come Principale Colui che da ricco s’era fatto povero. Con Lui s’era buttato negli uffici del Comune, tappezzati di segni oscuri, gli ideogrammi che, per chi non è giapponese, sembrano messi lì apposta per impedirti di capire dove sei, che devi fare, a chi puoi rivolgerti.
Le iscrizioni alle scuole dei pargoli, la luce, il telefono, il gas; le corse all’ospedale perché quando hai tanti bambini è più il tempo che passi in macchina per tirarne qualcuno fuori dai guai che quello che puoi dedicare a riposarti. Le pietanze giapponesi, sapori e gusti e odori a distanze siderali da quelli familiari del suo “piso” (appartamento) lasciato a Madrid. E le “chiacchierate” con i medici, con i maestri dei ragazzi, con i vicini, con chiunque, fatte nei primi tempi come le farebbe un sordomuto, perché quella è stata la figura che Felix e le altre famiglie in missione in Giappone hanno fatto per lungo tempo.
Come un bambino ha imparato a dipendere totalmente da Dio, che di norma le difficoltà non è abituato a toglierle, ma, misteriosamente, è sempre lì a prenderti per mano e a condurtici dentro e a sperimentare che Lui esiste, che il Suo Figlio ha vinto la morte, che il suo amore ha trapassato ogni muro, e che, in tutto c’è speranza, perché tutto concorre al bene per chi è amato da Lui.
E così ogni difficoltà si trasformava nell’occasione per avvicinarsi a qualche giapponese, come un piccolo, come un apostolo senza sicurezze eppure felice, sereno, che proprio nella precarietà testimoniava la presenza vera e provvidente di Dio. In tutto simile ai giapponesi, Felix, percorrendo cammini e umiliazioni che solo il segreto del suo cuore ha conosciuto, ha vissuto ad Hiroshima anni fecondissimi nell’apparenza di una vita comunissima eppure straordinaria.
Il disegno divino lo ha poi condotto con la sua famiglia al nord del Giappone, Kofu per la precisione, giusto all’ombra del famoso Monte Fuji, icona classica del Paese, e lì, come l’ape al miele, frotte di immigrati sudamericani si sono avvicinati alla sua casa. Paria di questa Nazione, molti senza neanche il visto, le famiglie dissestate, parentele intrecciate come labirinti, orari di lavoro da rabbrividire, il cuore spiaccicato sul denaro da accumulare in fretta per scappare dentro ad un’illusione, tanti immigrati hanno trovato in Felix e nella sua famiglia un approdo, l’unico.
Tutto quel che sino ad allora il Signore gli aveva manifestato, l’amore sperimentato e vissuto durante una vita, la precarietà estrema dei suoi giorni traboccante però della Provvidenza che non abbandona mai i suoi figli, tutto questo incarnato in Felix era diventato l’ancora di salvezza per tanti disperati che nessuno aveva neanche pensato d’aiutare. La sua casa, la sua famiglia erano diventati la loro Chiesa, l’utero capace di accoglierli nelle loro debolezze, con i loro peccati, offrendo loro una possibilità, l’unica vera e credibile, il potere di Gesù Cristo e del suo amore.
Ma proprio lì, dove il suo apostolato sembrava dare i frutti più visibili, il Signore aveva pensato di stringerlo più forte a sé, di dare una svolta e di farlo assomigliare ancor più a Lui. Kofu doveva diventare per Felix un Getsemani intriso di sangue e tradimento. I nostri occhi hanno visto il dolore nei suoi occhi al capire che per lui, e per la sua famiglia, in quel posto non v’era più posto. Gli uomini, si sa, possono capire e non capire e, quando al parroco che lo aveva chiamato lassù è succeduto un altro parroco, beh, Felix, la sua famiglia, la missione avevano finito d’essere capiti.
In un momento ha visto crollare tutto. Era quello il tempo del fallimento, dell’incomprensione, del rifiuto. Era il momento oscuro nel quale in Felix è apparso invece, luminoso, il volto del Servo di Yahwè.
Per tacere di tutti gli altri, in altri momenti, in altri luoghi, segreti gelosi che si è portato in Cielo. Ma questa volta era tutto pubblico, doveva far fagotto, abbandonare quell’abbozzo di comunità che aveva visto nascere tra gli ultimi di questa Nazione, lasciare quei volti, quelle storie, quelle persone.
Kofu come il Moria, e Felix ha preso su famiglia e bagagli, strappando i figli agli amici e alla scuola, ai loro stessi progetti di studio e lavoro, roba da spaccare le viscere, con una ferita nel petto ma anche, e soprattutto, con la certezza nel cuore che Dio non avrebbe abbandonato nessuno di loro, ed è partito per una nuova tappa, l’ultima, del suo pellegrinaggio missionario in Giappone.
Questa volta lo attendeva Takamatsu, e una missione nuova. La più dolorosa, la più feconda. Qualche tempo per ambientarsi, aiutare con zelo l’evangelizzazione nella Parrocchia della Cattedrale, e un dolore lancinante al petto a ricordargli che quel giorno era Lunedì Santo. Dieci anni fa, la corsa dal medico temendo un infarto, la scoperta che invece era un cancro, cattivo, aggressivo, e se lo stava portando via. Del suo corpo aveva risparmiato poco, s’era annidato ovunque, ma la sua anima quella no, era limpida, più limpida che mai. Come il suo cuore, che la sofferenza di Kofu aveva preparato, e dilatato.
Quel lunedì s’era dischiuso il frutto più bello, il miracolo più fecondo. Uno sguardo con Maite, l’intesa d’una vita, e “si rimane in Giappone, io muoio qui, per questa terra offro ogni sofferenza, per il Seminario che è in questa Diocesi, per il Vescovo, per i sacerdoti, per ogni giapponese, anche per i nemici, anche per tutti quelli che non comprendono quel che stiamo facendo, la nostra esperienza di fede. Le mie sofferenze per loro, e questo mio corpo che sia sepolto qui, che qui è dove il Signore mi ha portato, che qui è la mia terra che tanto ho amato”.
E così anche Maite, nel cuore la decisione di proseguire la missione anche quando Felix non ci sarebbe stato più. E poi, insieme, con tenerezza grande, le decisioni comunicate ai figli, e la loro spontanea adesione al pensiero di mamma e papà. Una famiglia in missione, tante vite, una sola vita donata a questa Nazione.
Felix aveva così intrapreso il cammino più arduo della sua missione, una “missione nella missione”. Si, perché in fondo, ed è cosa che ci riguarda tutti, tutto quanto era stato sino ad allora era la preparazione, una sorta d’allenamento, un ritiro pre-campionato, dove mettere in cascina fiato ed energie per la stagione agonistica. Ora Felix era nello stadio, nell’agone dell’ultima battaglia, quella per conservare la fede ed entrare nel Regno promesso.
La sua Patria diventavano ora la corsia dell’ospedale, ora lo studio del medico, ora la stanza della chemio, e suoi fratelli i medici, le infermiere, ognuno che gli si avvicinasse, cristiano o no, spagnolo, giapponese o quel che fosse. Amici, conoscenti, e sconosciuti, tanti, tantissimi hanno pellegrinato al suo giaciglio. Una malattia per la vita, per la Gloria di Dio, il Vangelo al vivo, davanti ai nostri occhi. Un letto di dolore trasfigurato in un santuario dove era palpabile la presenza di Dio.
Una vita che si era andata trasfigurando e rassomigliando sempre più al Signore, questa era stata la vita di Felix, ed ora, in queste sue ultime ore, tutto si stava davvero compiendo. Intorno v’era sofferenza certo, ma incastonata in una pace che non poteva essere di questo mondo, e niente di più lontano dalla rassegnazione. La sofferenza di Felix, di Maite, dei suoi figli era lì a gridare dolcemente che la morte è vinta, la sofferenza, il dolore, questi mostri che ci riempiono di spavento erano lì, davanti agli occhi di tutti, come perle che brillavano nel candore d’una pace celeste.

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