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Israele, volontari guariti da Covid-19 visitano i pazienti soli

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Di Lighthunter|Shutterstock

Paola Belletti - pubblicato il 27/07/20

Non solo plasma iperimmune, allora, per aiutare chi è ancora nel pieno della tempesta; ma anche compagnia e vicinanza umana. Ecco cosa avviene a Ein kere, presso l'ospedale di Hadassah.

Sull’Ansa una notizia che viene da Israele e che stupisce soprattutto per il fatto che, a quanto sembra, nessuno ci abbia pensato prima.

La solitudine dei reparti Covid è una tragica costante che ha percorso il mondo insieme alla pandemia. Ora che l’onda violenta della prima diffusione sembra aver lasciato il nostro paese, emergono tra i tanti racconti anche quelli di chi, terrorizzato all’idea di venire ospedalizzato per l’aggravarsi dei sintomi del virus, si è rifiutato categoricamente di essere portato via da casa. La morte, piuttosto, senza cure ospedaliere, anziché terapie disperate e magari alla fine la morte in solitudine. Questo hanno pensato tanti malati, questa era la paura che serpeggiava tra le case, sotto le soglie di tutte le famiglie. E se mamma o papà o il nonno finiscono in ospedale e non posso più andare a trovarli?

Una comprensibile crudeltà, questa dell’isolamento estremo, per opporre la più strenua resistenza alla virulenza di questo patogeno.


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Le notizie di persone portate in eliambulanza fuori regione, persino fuori dei confini nazionali hanno rimepito di commozione e gratitudine il cuore di chi era in quel momento solo spettatore; ma questa eventualità, quella del totale sradicamento e della radicale solitudine a cui tutti i pazienti Covid si sapevano condannati ha angosciato migliaia di persone.

Ecco cosa hanno messo in atto, dunque, presso l’ospedale Hadassah di Ein Kere, vicino Gerusalemme:

Guariti dal Covid-19 e pronti ad alleviare la solitudine dei malati rientrando in quei reparti chiusi al resto della popolazione per il rischio infezione. La missione umanitaria di questi ‘visitatori volontari’ è in atto all’ospedale Hadassah di Ein Kerem, nei pressi di Gerusalemme, uno dei maggiori di Israele.
Nonostante manchi ancora la certezza scientifica che un ex malato di Covid possa non reinfettarsi, che sia del tutto immune e per quanto tempo ancora, l’ospedale ha cominciato a fare appelli a questi guariti a prendere in considerazione il rischio e diventare se vogliono visitatori volontari.

Non è un’operazione a rischio zero, quindi, ma è evidente che il beneficio atteso è davvero significativo se si chiede a dei volontari di supplire alla presenza dei parenti e anche dello stesso personale ospedaliero che deve ridurre al minimo il contatto con i pazienti. Non c’è solo il plasma da donare per aiutare i malati a superare la malattia.

Il bene che ci si aspetta è grande e profondo quanto lo è la privazione di questo conforto. I medici, qualunque medico sa che mente e corpo sono saldamente intrecciati, che la cura vera è rivolta alla persona e non al quadrante somatico che non funziona. L’uomo è così, relazionale fino al midollo, fin dentro l’intimo di sè stesso. Ecco cosa racconta una testimonianza pubblicata dal sito di Times of Israel. Sono le parole di uno dei volontari che hanno risposto all’appello:

“Gli occhi (dei malati, ndr) si accendono quando vedono una persona che li va a trovare”, ha raccontato Moshe Tauber un giovane ebreo ortodosso di 22 anni guarito dopo essersi infettato 3 mesi fa e che ora va in reparto per alcune ore a settimana. “Le persone erano così contente – ha detto ancora – visto che non vedono nessuno a parte lo staff medico, a volte per settimane intere”. La scelta di Tauber non è casuale: come ebreo ortodosso si attiene al precetto ebraico (‘Bikur Olim’) di visitare i malati. (Ansa)

Per questo motivo tanti cristiani hanno patito l’interdizione ad entrare in reparto, i sacerdoti più di tutti: anche per noi visitare i malati insieme a tante altre forme di consolazione sia spirituali sia corporali è contenuto nel mandato diretto del Signore. Anzi è un comando che riguarda direttamente la Sua persona: sappiamo, per fede, che ciò che facciamo a chi ha fame, sete, freddo, a chi patisce dolori fisici o spirituali, a chi è carcerato, a chi è nudo, lo facciamo direttamente a Lui.




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Per questo la Chiesa ha fatto di tutto per arrivare ai malati usando insolite ma ortodosse “prolunghe”: ricordiamo alcuni vescovi, come quello di Bergamo, che hanno dato mandato al personale ospedaliero a contatto coi malati di portare la loro benedizione; cardinali che hanno affidato a infermieri o medici il ministero di portare l’Eucarestia e la benedizione della Chiesa. Uno sforzo e una creatività nella carità che commuove.

Un’opera di misericordia mirabile e forse esportabile, questa dell’ospedale israeliano:

“I malati – ha spiegato Rely Alon, capoinfermiera dell’Hadassah, al Times of Israel – si sentono estremamente soli nei reparti Covid ed è di grande aiuto per i pazienti e anche per lo staff che i visitatori arrivino, stringano le mani dei malati, parlino con loro e gli tengano compagnia”.
Il programma è stato lanciato tre settimane fa e – ha sottolineato Alon – “crediamo di essere il primo posto al mondo dove questo avvenga. Stiamo via via facendo più appelli alle persone perché partecipino all’iniziativa”.
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