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È sopravvissuta a un massacro e ha salvato una bambina ebrea. La storia straordinaria di Zofia di Wołyń

ZOSIA Z WOŁYNIA

Fragment okładki książki "Zosia z Wołynia" Mateusza Madejskiego

Marta Brzezińska-Waleszczyk - pubblicato il 25/07/20

“Ci hanno attaccati, li ho sentiti avvicinarsi. Erano rumori davvero spaventosi”, ricorda Zofia Hołub, sopravvissuta al massacro di Volinia quando era adolescente. E poi ha salvato una bambina

La biografia di Zofia (Sofia) Hołub è la storia della Polonia del XX secolo. Con la sua famiglia è fuggita dalle bande dell’Esercito di Insurrezione Ucraino (UPA) che assassinava i Polacchi a Volinia (Wołyń). Ha salvato una bambina ebrea. Insieme ai fratelli è fuggita dal treno che li portava ad Auschwitz, e poi ha sposato un soldato.

“Ho sentito i guerriglieri che si avvicinavano. Facevano un rumore spaventoso”

I guerriglieri hanno dato fuoco alla casa degli Stramski per la prima volta nel 1942. Non è stata una grande tragedia, perché in quel momento stavano già costruendo una seconda abitazione. Le stavano dando gli ultimi ritocchi, ricorda Sofia, che all’epoca aveva 15 anni. Nella primavera del 1943, però, anche la nuova casa era in fiamme. La situazione divenne più pericolosa.

“Ci hanno attaccati, li ho sentiti avvicinarsi. Erano rumori davvero spaventosi. Ero in giardino con mia sorella e mio fratello, ma mio padre era in casa. Nostro zio era in piedi fuori. Allora il vicino, un Ucraino, ha agitato la mano perché si nascondesse. E anche noi. Grazie a quell’Ucraino, mio zio è sopravvissuto, anche se è stato ferito ovunque. Non sapevo se mio padre fosse sopravvissuto. Ero davvero terrorizzata, ma mi sono trascinata in casa e ho visto il mio papà. Fortunatamente era sano e salvo”.

Gli Stramski sono fuggiti nel villaggio più vicino, Radziwiłłów. I guerriglieri giravano per i villaggi, ma non entravano nelle città. È stata data loro una stanza in un appartamento. Era l’inizio di un gelido 1943. Presto sarebbe successo qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la vita di Sofia.

“Non c’è niente che si possa paragonare alla visione di un bambino che aspetta la morte”

Strani suoni provenivano dalla cucina. Sofia, che passava molto tempo in casa, continuava a sentirli. Alla fine ha deciso di andare a vedere cosa stesse succedendo.

“Sono rimasta di sasso (…). Una bambina morta di fame, spaventata. Fino a quel momento avevo vissuto molte cose terribili, ma non c’è niente che si possa paragonare alla visione di un bambino che aspetta la morte”.

Ha pensato subito che fosse una bambina ebrea, perché sapeva a chi apparteneva l’appartamento, anche se la piccola non aveva un aspetto ebraico: aveva grandi occhi azzurri e capelli ricci e chiarissimi, quasi bianchi. Quell’aspetto insolito l’ha poi aiutata a sopravvivere.

La bambina giaceva in una culla sporca, piena di fieno. Nessuno la lavava o le cambiava i vestiti. Sofia ha provato per quanto possibile a pulire tutto, e ha iniziato a nutrire la bambina con quello che aveva, il che non era facile, perché anche la sua famiglia passava la fame.

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ebreiseconda guerra mondiale
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