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Il corto che ha rivoluzionato il mio modo di accompagnare gli altri nel dolore

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Catholic Link - pubblicato il 24/07/20

di Fernando Merino

Il dolore si può manifestare in molti modi, e proprio su questo tema qualche giorno fa mi è arrivato un video che mi ha toccato molto. È la storia di una psicologa che ha un appuntamento virtuale con una paziente che non vuole parlare con nessuno. Ciò che accade tra loro è estremamente emozionante, e mi ha fatto pensare tanto alla missione che abbiamo come cristiani.

Se ci consideriamo evangelizzatori facciamo ritiri, offriamo conferenze, guidiamo giovani o condividiamo la nostra fede sulle reti sociali, e allora vorrei parlare un po’ di quattro cose che ho imparato da questo corto intitolato Prestando mis alas (Prestando le mie ali), per condividere la Buona Novella con più empatia e saper accompagnare gli altri nel dolore.

1. La rivoluzione della pazienza

Dio non si stancherà mai di noi. Qualsiasi cosa accada, Dio non getterà mai la spugna. Ci accompagna, ci rispetta e abbraccia i nostri ritmi. Ovviamente ci ispirerà sempre uno sguardo più pieno di vita, ma anche se il giovane ricco non ha seguito Gesù, Egli ha continuato ad amarlo.

Non c’è vera evangelizzazione senza amore nei confronti dell’altro, e questo amore non dovrebbe avere una data di scadenza, né essere condizionato al fatto che la persona risponda come vorremmo. La nostra missione non è manipolare fino a convincere, ma amare fino all’estremo.

E questo richiede pazienza, tenerezza e delicatezza. Non siamo una fabbrica di credenti. Siamo artigiani dell’amore.

2. La fiducia si guadagna

Molti di noi si lamentano del fatto che i giovani non ascoltino quando parliamo loro di Dio. E chi ha detto che ci devono regalare la loro attenzione? Sono liberi. Dobbiamo imparare a guadagnarci la loro fiducia, altrimenti ci accadrà ciò che si vede nella prima parte del video.

A volte la nostra evangelizzazione contiene solo “ciò che è proibito”, “ciò che è negativo”, e “minacce che provocano paura”. La donna che stava per essere lapidata ha confidato in Gesù perché non si è sentita giudicata, e sicuramente non ha peccato più perché ha sperimentato l’amore che trasforma la vita.

Il ladrone crocifisso con Gesù ha confidato in Lui perché ha ricevuto un sguardo che non lo giudicava, ma lo invitava a una nuova possibilità di vita chiamata Paradiso.

Se usate la paura per evangelizzare, prima o poi le persone si spaventeranno. Se usate invece l’amore, le persone si innamoreranno di Dio.

3. Diventate un amico

Gesù è stato accusato di essere un beone non perché beveva molto, ma perché prendeva sul serio la sua amicizia con quelli che erano definiti “i beoni”. Se usiamo l’immaginazione, potremmo intuire che Gesù andava a casa loro e cenava con le loro famiglie mentre ascoltavano una bella canzone.

Rideva con loro, ascoltava le loro storie, capiva il loro dolore e piangeva per le loro tristezze. Al mattino parlava sicuramente loro di un Regno in cui tutti avrebbero potuto scegliere di non essere schiavi di niente e di nessuno. Gesù li conosceva perché li amava.

Non basta imparare a fare catechesi, formarsi nei corsi di Teologia o leggere libri di spiritualità. Se questo non è accompagnato dallo sviluppo di una sensibilità pastorale che si interessa del mondo dell’altro, che prova le tristezze, che sente le paure e il dolore, sorride per le gioie, abbraccia le solitudini, trema di fronte alle oppressioni nei confronti di coloro a cui vogliamo lavare i piedi, nulla ha senso.

4. Siate voi stessi quando evangelizzate!

Adoro vedere la psicologa del video che esce dal “modello corretto”. È così umana e autentica che la paziente smette di pensare di trovarsi a un appuntamento medico perché sembra una vera conversazione tra amiche.

Martín Valverde diceva che la maschera migliore che possiamo indossare è quella di noi stessi. Nessuno ci dica che per evangelizzare dobbiamo rinunciare alla nostra essenza, alla nostra personalità, alla nostra spontaneità, alla nostra estetica personale, ai nostri talenti, a quello che ci fa brillare gli occhi.

Dovremmo rinunciare al nostro egoismo, ai nostri pregiudizi che escludono, al nostro orgoglio che ci impedisce di chiedere perdono, ai nostri pettegolezzi che danneggiano tanto le nostre comunità, alla nostra indifferenza di fronte al dolore, alla nostra indolenza al momento di sapere come stanno i nostri fratelli e a tutto ciò che ci impedisce di amare come il nostro Maestro.

Siate voi stessi, Dio non ha sbagliato. Coraggio! Oggi più che mai, milioni di fratelli nel mondo hanno il diritto di ricevere la Buona Novella che né la pandemia né la morte hanno l’ultima parola. Un forte abbraccio a tutti!

Qui l’articolo originale pubblicato su Catholic Link.

Tags:
cortometraggidolore
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