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A ottobre mi sposerò, ma mio padre non sarà al mio fianco

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Jurij Krupiak | Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 17/07/20

Una ragazza di Bergamo racconta il suo dolore, il Covid le ha strappato il padre e la nonna: unica consolazione in questa perdita tragica e imprevista aver annunciato il suo matrimonio al papà.

Il quotidiano PrimaBergamo ha pubblicato la lettera integrale di una ragazza di nome Monica scritta a fine aprile, all’indomani di due lutti terribili a causa del coronavirus: il padre e la nonna sono deceduti a poche settimane di distanza. La data e il luogo ci precipitano nell’abisso più buio generato dal virus: erano quei giorni della quarantena in cui i numeri giornalieri delle vittime raggiungeranno le migliaia e in cui era la Lombardia la terra più martoriata.

Oggi 464 famiglie hanno ricevuto questa telefonata. Io sono una ragazza di 27 anni e so come funziona, perché l’ho vissuto e ve lo vorrei raccontare per farvi capire cosa significa morire ai tempi del  Coronavirus, vorrei raccontarvelo per farvi capire cosa rimane alle famiglie spezzate che sono a casa chiuse nel loro dolore, vorrei raccontarvi quello che dovreste sentire nel cuore nell’apprendere che oggi 464 persone sono morte. (da PrimaBergamo)

Fa male ritornare allo strazio di quei giorni, eppure l’incipit della lettera non potrebbe essere più chiaro nel puntare dritto al centro della questione: ogni vittima non è un numero, ma una persona che era cara e amata. Una delle cicatrici più indelebili è stata la vista di certe fosse comuni e delle salme portate via dai camion … con l’implicita idea terribile che davvero la morte potesse gettare il velo del nulla su vite preziose, una per una.


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Quei messaggi mandati a un telefono spento

Il padre di Monica è rimasto 14 giorni in terapia intensiva, ed era giovane: 59 anni e neussuna altra grave patologia. Non ce l’ha fatta e dall’altra parte di un muro invalicabile c’era la sua famiglia. Nessun contatto col malato, solo le telefonate sintetiche di un personale medico stremato dall’emergenza. Sì, ora il Covid sembra una bestia – apparentemente – domata e siamo qui a domandarci perché sbuffiamo dal caldo con la mascherina, ma i segni profondi che ha inciso nell’emotività non sono passeggeri … per quanto possiamo provare ad accantonarli. Ricordiamo bene la botta di angoscia che ci ha colpito quando abbiamo maturato la consapevolezza che il virus ci poteva separare dai nostri cari propri nel momento di maggior bisogno. Ed è stato in quei giorni allarmati che il legame umano, le relazioni come fondamenta del nostro essere ci sono diventate, di nuovo, insospettabilmente preziose. In quei giorni Monica scriveva messaggi a suo padre, pur sapendo che in ospedale il cellulare accanto a lui era spento:

Ogni sera in quei 14 giorni scrivevo un messaggio a mio papà per dargli la buonanotte. Il suo telefono era spento, io lo sapevo, ma non volevo lasciarlo solo in ospedale e una volta uscito li avrebbe letti tutti e avrebbe capito che non era solo e che non avevo mai smesso di pensarlo. Gli raccontavo di come andavano avanti le nostre vite in quarantena. Gli ho raccontato che la sua amata Atalanta ha vinto contro il Valencia, vedere la partita senza di lui è stato strano. Gli raccontavo di come gli uccellini avessero iniziato a cantare la mattina, lui amava il canto degli uccellini, poteva stare ore sotto alla sua betulla preferita in giardino, chiudere gli occhi e ascoltare il loro canto. (Ibid)
KORONAWIRUS
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Non era un gesto puramente emotivo e vano, ma la memoria di un legame vivo: quanto è vero che l’accadere quotidiano di certe cose talvolta lo viviamo davvero solo nel momento in cui lo condividiamo con un altro paio d’occhi. Noi siamo relazione, la nostra presenza è questo bisogno di camminare, dire, essere sapendo che accanto c’è chi si cura di quel che ci tocca.

Camminare in avanti

Il 9 marzo è morta la nonna di Monica, il 23 marzo anche il padre. Le norme imponevano nessun funerale, solo una veloce benedizione in presenza di pochissimi parenti. Si è trattato di un’altra prova durissima, perché l’estremo saluto è sì straziante, ma porta anche una delicata consolazione nel cuore. Essere privati della possibilità di dire compiutamente addio non può che lasciare segni profondi di disagio; finisce la quarantena, ma c’è una virulenza sottocutanea che resta nei malati che sono guariti e nei familiari delle vittime. A cosa ci si aggrappa? A ciò che inferno non è – direbbe Calvino. E l’opposto dell’incubo infernale che è fatto di separazione senza via d’uscita è la via dei legami. Nel caso di Monica la disperazione per due perdite così gravi è in parte lenita da una consolazione:

Ma prima che tutto questo arrivasse sono riuscita a dire a mio papà che mi sarei sposata ad ottobre, è stata la prima persona a cui l’ho detto, era così felice. E ridevamo perché era spaventato di dovermi portare all’altare, e lo prendevo in giro, gli dicevo che avremmo avuto tutto il tempo per fare le prove, doveva solo tenermi stretta al braccio e camminare in avanti. Mia nonna invece era preoccupata perché non aveva niente da mettersi, a 94 anni ancora ci teneva al suo aspetto. Per l’occorrenza aveva detto che si sarebbe comprata un abito nuovo, era un giorno importante. Ma oggi, mentre scrivo questa lettera per arrivare al cuore di chi crede che tutto questo sia solo di passaggio e che andrà tutto bene, io so che mia nonna non avrà mai il suo abito nuovo, e mio papà non mi accompagnerà mai all’altare.

Cara Monica, nel rispetto totale del tuo dolore, lascia che ti arrivi un sussurro diverso: la separazione fisica non cancelli in te la certezza di un’unione non meno autentica con tuo padre e tua nonna. Lui te lo terrà quel braccio, e sarà una presa ancora più forte che rimarrà ben oltre la navata. E lei avrà una veste splendente più di ogni abito griffato. Saranno lì con te, contempla questo mistero che dà lacrime e gioia insieme.

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