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Rocky Marciano appese i guanti al chiodo per amore di Gesù

ROCKY MARCIANO
PERSONNEL / AFP
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Rocky Marciano, insieme con Mohammed Ali, resta uno dei pochi campioni di boxe nella categoria dei pesi massimi a non aver conosciuto sconfitte nella sua attività. Eppure quando era all’apice della carriera decise di seguire il consiglio di un amico sacerdote: «Certo può guadagnare del denaro battendosi – gli disse padre Paul McKenzie –, ma la sua famiglia è più importante. Secondo me farebbe bene a ritirarsi». Così nel 1956, dopo 9 anni di carriera, andò in pensione.

Anche se ha ispirato il celebre pugile “Rocky Balboa”, a cui Sylverster Stallone ha dato volto e corpo, il vero Rocky aveva ben altro spessore di quella macchina da pugni, e glie lo riconoscevano tutti volentieri. Oriundo italiano, Rocco Marchegiano (il suo vero nome) viene da un ambiente semplice e molto praticante. Nacque nel 1923, fece il servizio militare e partecipò al primo combattimento amatoriale di pugilato per rappresentare l’esercito americano. Fu nel 1947 che salì sul ring come professionista: l’inizio di una lunga serie di vittorie per KO, lista per la quale a tutt’oggi resta recordman imbattuto nella massima categoria.

Pugile carismatico e trascinatore

Molto praticante, Rocky partecipava regolarmente alla messa, durante le sue sedute d’allenamento prima di un combattimento. Aveva una particolare devozione a sant’Antonio da Padova, che predicava la parola di Dio agli eretici catari, a san Giuda e a Nostra Signora di Guadalupe. Il celebre pugile attribuiva del resto «il suo record da campione invitto alla fedeltà della madre e all’aver recitato il rosario prima di ognuno degli incontri». C’è poi da dire che i preti – dai quali si confessava frequentemente – gli tenevano spesso compagnia.

Al di là della sua pratica fervente e della sua notorietà, egli fu una grande fonte d’ispirazione per numerosi giovani che venivano ad allenarsi con lui ai suoi stage di allenamento. Li accoglieva per incoraggiarli «malgrado l’handicap fisico di alcuni», dando prova di un vero spirito sportivo, a differenza dei suoi concorrenti. La sua carriera decolla sul serio nel 1951, quando comincia a duellare al Madison Square Garden, fino al 1955. Fu in quel periodo che batté i migliori campioni del momento – Jersey Joe Walcott, Ezzard Charles, Roland LaStarza –, ciascuno eletto miglior combattente dell’anno.

Il giorno in cui la fede prese il sopravvento

All’inizio del 1956, Rocky Marciano aveva all’attivo 49 vittorie contro 0 sconfitte, dopo solo nove anni sul ring. Il suo manager di allora guadagnava lautamente sulle sue spalle – riporta il biografo Mike Stanton nella recente opera “Unbeaten: Rocky Marciano’s Fight for Perfection in a Crooked World”. Veniva avvinto dalle spire della mafia della boxe e se ne avvide ben presto. Suo padre, sua madre e la moglie gli ingiunsero di smettere, ma non bastò.

Fu grazie ai consigli del suo amico, padre Paul McKenzie, che decise di ritirarsi davvero, a 32 anni, quando ancora la giovinezza e la vita erano davanti a lui, dopo averle lasciate da parte per molto tempo. Hai appena vinto un grande match – gli disse il prete dopo l’incontro con Walcott, uno dei pugili più feroci –: penso che dovresti passare più tempo in famiglia. Puoi guadagnare del denaro, battendoti, certo, ma la tua famiglia è più importante. Anzi, penso che dovresti riflettere sul ritirarti.

Qualche settimana dopo, il 27 aprile 1956, Rocky Marciano annunciò il suo ritiro. «Era un uomo libero», riassume Mike Stanton.

Il Vaticano e Rocky Marciano

L’esemplarità di Rocky Marciano non ha segnato solo i suoi ammiratori e gli appassionati di boxe: sappiamo che era molto credente e che lo era anche relativamente alla dottrina della Chiesa. Incontrò il Papa. Il campione riuscì a far sfumare l’idea della Chiesa su quest’arte marziale: nel 1956, l’anno stesso del suo pensionamento, due teologi presero in considerazione la fine della carriera di Rocky Marciano per riflettere sul carattere morale della boxe. Da un lato

il gesuita Alfredo boschi dichiarò nel giornale della Chiesa La Palestra del Clero che essa viola il quinto comandamento: «Non uccidere».

Dall’altra, il giornale ufficiale della Santa Sede, L’Osservatore Romano, pubblicò tutt’altra risposta da parte del padre Filippo Robotti:

La boxe non è qualcosa che i cattolici devono esaltare o incoraggiare… Ma non è immorale, e di conseguenza può almeno essere tollerata. Se gli incontri di boxe fossero veramente immorali, tutti i promotori – pugili, manager e spettatori – sarebbero in stato di peccato mortale. Invece Rocky Marciano è un cattolico fervente e praticante.

Se il campione si schierò dalla parte del padre Boschi, resta non meno vero che ha contribuito a dare un’immagine migliore della boxe. Mettendo la sua fede al servizio dei suoi talenti, è diventato un modello – come uomo e come pugile.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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