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Grazie a mio marito, che non abbassa lo sguardo neanche di fronte al peggio di me

COUPLE, DIVING, POOL
pio3 | Shutterstock
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Come moglie vorrei difendere la speranza cattolica di un Amore che si è fatto carne per farsi amico anche di quei nostri aspetti che ciascuno schifa.

C’è una cosa di cui sono davvero grata a mio marito, di avermi insegnato a litigare. Detta così non suona bene, ma non è una battuta. Sorrido quando mi imbatto in articoli che suggeriscono alla coppia come discutere «bene» e offrono consigli ragionevoli e pacati. Bellissimo, ma il matrimonio è un rapporto e non un tutorial: non difendo l’istinto viscerale, ammetto che ci sono casi in cui tutta la mia buona volontà crolla miseramente. A casa mia capita che si litighi male, scompostamente, e non avrei mai creduto di poterlo dire rendendone grazie. In un mondo sempre più propenso a idolatrare l’amore come il regno roseo delle emozioni buone, vorrei difendere la speranza cattolica di un Amore che si è fatto carne per farsi amico di quei nostri aspetti che ciascuno schifa.

Ci sono sere, e mattine e pomeriggi, in cui la stanchezza e altre mille ragioni mi portano a sputare cattiverie, alle persone a cui voglio più bene. Non ne vado fiera e dipendesse da me emetterei una condanna tipo «fine pena mai». Accade perché siamo presenze vive e non ipotesi astratte. Siamo, verbo coniugato al vertiginoso presente indicativo. Magari fossimo condizionali come i vorrei. Magari? Forse no.
Condizionata, io lo sono stata fin da molto piccola al punto che prima di sposare mio marito non osavo litigare con nessuno. Tuttora è per me un tabù, al punto che nella mia testa creo percorsi stradali ad hoc pur di evitare gli incroci nei tragitti in auto. Lo scontro è il mio uomo nero in ogni contesto. Perciò la roccia cristiana a cui mi aggrappo di più è l’ipotesi che possa esserci un incontro anche in fondo a uno scontro.

La mia famiglia d’origine è naufragata a causa di litigi senza via di ritorno; fin da piccola ne conclusi che il voler bene doveva escludere gli attriti. E ne ho ricavato amicizie che non osavano oltrepassare l’epidermide, da parte mia: donavo la mia accoglienza e i miei lati fotogenici, ignara che un amico gradisce gli sia donato anche un urlo. Ne ho ricavato perdite enormi, perché di fronte alle contraddizioni ho chiuso senza appello legami di cui sento la mancanza.
Sono sposata da 14 anni e il sacramento è una faccenda cocciuta. È l’incrocio decisivo che non posso aggirare. Nel tempo, grazie anche all’arrivo di tre figli, il mio guscio è stato molto eroso: la maternità comporta una coscienza nuda di tanti nostri limiti … (continua)

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